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Agenda digitale, a rallentare lo sviluppo l'eccessiva frammentazione istituzionale

“L’ottimo è il nemico del buono”. Verrebbe da ricordare questa semplice massima che esiste in tutti i Paesi d’Europa, laddove si confronta lo stato di avanzamento nella digitalizzazione delle amministrazioni pubbliche. I dati che ha presentato il think tank Vision nel corso di due workshops che si sono tenuti la settimana scorsa a Roma (il 30 Marzo) e a Bruxelles sono netti. Nelle classifiche che più contano – quelle sull’utilizzo di servizi pubblici on line da parte degli utenti e sulla presenza di un’infrastruttura a banda larga o ultra larga che consentano alle applicazioni che consumano più spazio di viaggiare – quanto più un Paese è grande e frammentato dal punto di vista dei livelli istituzionali, ovvero quanto più aumenta la complessità, peggiore è la prestazione. Se combiniamo i parametri dell’agenda digitale europea ci sono al vertice la Danimarca, la Svezia ed il Belgio. Ma anche l’Irlanda fa bene e ciò dimostrerebbe che la crisi delle finanze di uno Stato non necessariamente blocca la digitalizzazione. I grandi Paesi europei (Francia, Germania, Spagna, Inghilterra) sono in posizione più arretrata. In fondo c’è l’Italia. Il workshop di Vision ha permesso, però, anche di focalizzare la situazione in tre Paesi – appunto Italia, Inghilterra e Belgio – e di uscire fuori dall’Europa per presentare un caso interessante di creazione di un’unica piattaforma (il famoso “sportello unico” che inseguiamo da anni) in un Paese – l’Azerbaijan - lontano e assai diverso dai nostri. E di avere qualche ulteriore conferma.

Il Belgio non è meno complesso dell’Italia, almeno relativamente alla sua popolazione. È governato da cinque Parlamenti (uno federale e quattro regionali) ma a differenza dell’Italia, ha riconosciuto questa diversità dando alle regioni piena autonomia, risorse e, ovviamente, responsabilità sui risultati della digitalizzazione dei servizi in ciascuna Regione. Rimane, invece, al governo federale la responsabilità dell’infrastruttura. L’Inghilterra ha riconosciuto di avere avuto un’eccessiva fiducia nella pianificazione dall’alto degli interventi (in un Paese che ha un livello di accentramento molto forte se si fa esclusione per i “quasi Stati” Galles, Scozia e Irlanda del Nord): la strategia di sta trasformando in un processo di cambiamento che coinvolge a tutti i livelli i cittadini che, in parte, si auto disegnano e auto producono i servizi (social innovation). L’Azerbaijan che in due anni ha costruito un’unica piattaforma per tutti i certificati e si avvia in una seconda fase ad eliminare, di fatto, i tanti certificati (patente di guida, carte identità, passaporti) che sono stati resi ridondanti dalla tecnologia, è riuscito grazie ad una leadership forte. Ma soprattutto dovunque prevale un approccio alla modernizzazione, che assai raramente richiede grandi riforme e leggi.

E l’Italia? Il nostro Paese è bloccato dalla contemplazione della complessità, oscilla tra l’ambizione di grandi disegni cartesiani e sistemi informativi che non comunicano e non riescono a scambiarsi informazioni. Ci vorrebbe pragmatismo, fissando mese per mese obiettivi di semplificazione. Lo Stato dovrebbe lasciare alle singole amministrazioni la possibilità di sperimentare, per misurarne poi i risultati e incoraggiare la replica di quelle esperienze che hanno funzionato. Invece, tutto diventa dibattito politico piuttosto sterile. E nel frattempo la strategia che avrebbe dovuto portare l’Italia dall’ultimo ai primi posti in Europa è rimasta anche senza guida, laddove un dossier come quello digitale chiede a chiunque ne sia responsabile tempo per comprenderne i dettagli e organizzare una squadra. In fondo non ci vuole molto, l’Agenda digitale non è una cosa per tecnici. Ci vuole l’urgenza di cominciare a portare a casa dei risultati e costruire su questo il consenso.

Presentazioni, agenda e foto delle conferenze di Vision sono disponibili a questo link.

 

 

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