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La digitalizzazione della scuola e la responsabilità di riformare un sistema

L’introduzione del digitale nella scuola è in ritardo come un po’ in tutte le amministrazioni del Paese e non è solo un problema legato alle infrastrutture. La scuola è parte della pubblica amministrazione e risente in pieno dell’approccio inefficiente e viziato da una cultura per la quale il pubblico, ciò che è di tutti, è di ‘nessuno’ e rappresenta spesso l’oggetto di interessi non proprio leciti: la mancanza di attenzione all’efficacia delle azioni intraprese, il non fissare e non verificare i risultati da conseguire rende inutile e ‘spreco’ ogni spesa. Gli effetti di questa impostazione ricadono su tutti noi e le nuove generazioni già ne subiscono le pesanti conseguenze.

Lo spread digitale costa all’Italia 10 milioni di euro al giorno di minori investimenti in reti, tecnologie e servizi innovativi: la scuola è coinvolta in pieno e ne costituisce tanto il punto di partenza come di arrivo.

L’OCSE, già nel 2013, aveva indicato la via d’uscita per colmare il digital divide italiano attraverso l’adozione di due macro obiettivi:

1. accelerare l’integrazione delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione nelle scuole e nelle classi;

2. creare una Rete di Laboratori per l’Innovazione in cui scuole pilota potessero sperimentare e concepire nuove pratiche didattiche e organizzative per migliorare il sistema scolastico italiano.

Nella scuola si è compreso quanto sia essenziale e strategica la formazione degli insegnanti?

Potremmo voler essere ottimisti di fronte a tanti esempi di sperimentazione avanzata, tuttavia sappiamo come questi rappresentino realtà sporadiche, spesso isolate e che, seppur presenti da vari anni, non si sono diffuse nelle scuole… neppure quelle più vicine. Tanti docenti e, purtroppo, anche tanti dirigenti scolastici si dimostrano poco informati e impreparati.

Proprio le esperienze svolte fino ad oggi spingono a domandarsi:

  • Perché le esperienze di digitalizzazione(classi 2.0, scuole 2.0) raramente si sono diffuse in tutta la scuola e ancor meno alle scuole vicine del territorio?
  • Se le esperienze condotte fino ad ora sono state impiantate in situazioni dove lo spirito innovativo era già presente in docenti, dirigenti e, spesso, anche nelle famiglie, cosa succede in situazioni meno fertili di idee e progetti?
  • Se in queste situazioni privilegiate la sperimentazione non si è propagata a tutta la scuola non sarà che l’esperienza non ha sufficientemente inciso sull’organizzazione scolastica a livello complessivo?
  • Quali sono i motivi per la mancata ‘contaminazione’ degli altri docenti e classi? Si è derogato a qualche norma? Si è pensato che tali deroghe andrebbero generalizzate?
  • Spesso le scuole coinvolte nelle sperimentazioni sono state scelte per costituire i poli formativi territoriali con l’attribuzione dei fondi per la formazione in servizio dei docenti. Quali sono stati gli esiti? L’innovazione si è propagata alle altre istituzioni scolastiche? È stato predisposto un piano di verifica? Quali i risultati posti come obiettivo? Sono arrivati i risultati attesi, se no, perché?

Per il sistema di governance ciò rappresenta una responsabilità ed una sfida che sembra essere stata raccolta dal documento programmatico La Buona Scuola, cui è seguito il meno ambizioso DDL.

Il genere di istruzione/cultura che abbiamo di fronte permette il dialogo tra persone e oggetti, integra conoscenze, informazioni e, al tempo stesso, può garantire competenze e sviluppo delle intelligenze, può produrre inclusione e migliorare i livelli formativi di tutti. Per poter cogliere appieno queste opportunità occorre assolutamente superare quell’approccio “addestrativo” al digitale fin qui adottato, impensabile ed improduttivo anche per la velocità dell’obsolescenza degli strumenti; è necessario inquadrare il problema dell’innovazione digitale come essenzialmente culturale e, dunque, individuare una nuova frontiera della formazione.

Sono la letteratura pedagogica, sociologica e antropologica, le ricerche e i documenti di tante istituzioni universitarie italiane ed europee ad affermare come ci sia uno stretto rapporto tra la formazione degli insegnanti e la qualità della loro azione educativa e didattica.

L’aspetto della formazione è stato affrontato fino a oggi con indicazioni troppo teoriche, con carenze organizzative e senza una strategia precisa, improntata a risultati ben definiti, di qualità, stabili nel tempo e generalizzati sul territorio. È stato vissuto con l’animo dell’adempimento e non del cambiamento. Sia il ruolo, quanto la formazione iniziale e in servizio, non hanno posto sufficiente attenzione al rilievo delle competenze quale risultato tangibile di ogni intervento formativo.

La società globalizzata, della conoscenza, dell’informazione, dell’innovazione tecnologica, mette in discussione l’attuale modello di scuola in rapporto agli stili di apprendimento delle nuove generazioni, all’evoluzione sociale ed economica, alla disponibilità e modalità di diffusione dell’informazione, alla forma e alla sostanza dei saperi oggi necessari.

Siamo oggi di fronte ad una situazione nella quale la figura del docente non gode più del prestigio sociale che aveva in passato. Ciò si deve in parte all’indebolimento dell’organizzazione scolastica, non più al passo con i tempi, in parte a una generale crisi sociale che vede la perdita di autorevolezza della generazione adulta nei confronti dei giovani; non ultima pesa “l’impreparazione” dei docenti nell’affrontare, con la mentalità necessaria, il cambiamento e le nuove esigenze.

La definizione di nuovo profilo professionale dei docenti ha, oggi, carattere di priorità di fronte al progressivo disconoscimento e a una sempre più marcata critica degli studenti e delle famiglie verso l’operato dei docenti e a ciò che la scuola offre come struttura e ambiente, all’efficacia della sua azione educativa e formativa.

Per queste ragioni riteniamo che rappresenti un dovere istituzionale quello di mettere il docente nelle condizioni migliori per svolgere il proprio lavoro con dignità. Questo riguarda l’ambiente d’insegnamento, le strutture, le risorse e le dotazioni tecnologiche, tutta l’organizzazione, che costituisce la premessa necessaria all’innovazione, che deve consentire la massima flessibilità. Dunque la formazione degli insegnanti riguarda l’utilizzo delle nuove tecnologie all’interno di un complessivo ripensamento della metodologia d’insegnamento disciplinare, va inserita in un quadro d’interventi sugli aspetti strutturali, organizzativi e amministrativi dell’istituzione scolastica.

Solo in base ad un ben individuato obiettivo d’apprendimento quale risultato che ne deve conseguire, infatti, si possono progettare metodologicamente le diverse fasi di un percorso di apprendimento, ognuna contraddistinta da appropriate attività, non tutte da svolgersi con il ricorso alle tecnologie, ma che comprendono momenti di discussione e confronto. Filmati e registrazioni, documentazioni selezionate dai migliori siti, elaborazioni in power point, iper testi, attività di condivisione con LIM e scambi di materiali on line sono attività che vedono l’impiego delle nuove tecnologie in modo non assoluto e pervasivo, quali momenti di ricerca e di esplorazione, in gruppo o individuali, che impegnano la docenza nel vaglio dei mezzi e materiali, nel confronto e nell’integrazioni tra gli stessi, con una partecipazione attiva degli studenti e una collaborazione professionale attenta e condivisa da parte di tutti i docenti della classe e della scuola.

L’educazione alla cittadinanza nazionale ed europea delle nuove generazioni, la loro formazione per le sfide di un mondo in transizione da vecchi a nuovi paradigmi culturali, sociali ed economici pone al centro lo sviluppo di nuovi saperi e competenze, delle metodologie più adeguate ed efficaci.

D’altronde ciò che chiedono i ragazzi lo ha brillantemente sintetizzato Marc Prensky in 10 punti:

1 – vogliono essere rispettati, godere di fiducia e vedere le proprie opinioni tenute in considerazione;

2 – vogliono poter seguire i propri interessi e passioni;

3 – vogliono creare;

4 – vogliono usare gli strumenti propri del loro tempo;

5 – vogliono lavorare tra pari in gruppi di lavoro e progetti (evitando la passività e le dinamiche  disincentivanti che possono insorgere con la competizione cieca e/o destrutturata)

6 – vogliono poter esprimere e confrontare le proprie opinioni;

7 – vogliono partecipare alle decisioni e condividere il controllo;

8 – vogliono sentirsi connessi con i propri pari sia in classe come nel mondo;

9 – vogliono cooperare e competere tra loro;

10 – vogliono un’educazione e un’istruzione che siano non solo‘rilevanti’ ma anche reali.

 Per essere davvero utile ai giovani, in vista della loro occupabilità, del conseguimento di competenze, effettive e certe, quelle richieste dal mercato del lavoro, non è certo la permanenza in chiusi e predeterminati percorsi di studio teorico a rappresentare la soluzione. È piuttosto l’evoluzione costante dello sviluppo personale, da protagonisti, tra apprendimento teorico e laboratoriale fondato su ricerca e progettazione, avvalendosi di tutte le tecnologie disponibili, in percorsi flessibili, anche di alternanza e reciproco riconoscimento tra esperienze di scuola e di lavoro. Serve ripeterlo? Abbiamo un bisogno comune, come comunità Paese, è quello di offrire ai nostri figli e nipoti una scuola bella e buona perché accogliente, aggiornata, dotata di risorse certe e adeguate, aperta alla realtà, al mondo dell’impresa e del lavoro, capace di includere e sostenere ognuno nella propria diversità: è una responsabilità ormai ineludibile… Per tutti.

 

* Responsabile Comitato Scientifico rivista Tuttoscuola

 

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