La community salverà le città digitali?

"Io mi accontenterei di trovare le informazioni che cerco in un sito della Pubblica Amministrazione. Gli esperimenti sono proprio l'ultima cosa di cui dovrebbero preoccuparsi…”. Questo post scovato in uno dei tanti blog indipendenti riassume l'atteggiamento diffidente dell'utenza evoluta di fronte ad alcuni "timidi tentativi" di introdurre il cosiddetto web 2.0 nella comunicazione online della Pubblica amministrazione. Atteggiamento diffidente dovuto anche al tortuoso percorso di alfabetizzazione informatica seguito dalla Pubblica amministrazione in questi anni. Un percorso che in qualche caso ha si provato a rispondere alle sempre più complesse ed esigenti richieste di interattività da parte del cittadino–utente ma che in gran parte ha prodotto solo acquisto di tecnologie costose e troppo spesso poco utili. Un percorso che forse oggi è possibile invertire anche senza grandi investimenti puntando sempre di più sulla partecipazione dei cittadini grazie agli strumenti offerti da quella tecnologia ormai universalmente definita web 2.0. Il web 2.0 più che una tecnologia è una svolta nelle modalità con cui le informazioni girano nella rete ed è frutto di due importanti novità: il raggiungimento di una fase matura della tecnologia che sta finalmente manifestando il vero potenziale del mezzo e la maturazione a sua volta degli utenti chiedono di più al web e provano a generare e organizzare in autonomia i contenuti distribuiti. I "timidi tentativi" realizzati da alcune intraprendenti amministrazioni pubbliche sono per ora ancora inadeguati e i prodotti inevitabilmente trascurati dagli utenti se non, come abbiamo visto, apertamente contestati. Una straordinaria opportunità si sta comunque aprendo per le Pubbliche Amministrazioni: l'occasione di sfruttare quell'intelligenza collettiva sempre più attiva e protagonista nella rete per recuperare credibilità ed efficienza. Per sfruttare quest’occasione occorre, però pensare ad interventi che non siano di mera facciata ma che sappiano realmente coinvolgere gli utilizzatori. Va bene aprire blog o spazi di condivisione e servizi personalizzati sui siti istituzionali ma questo non basta. Perché il web 2.0 esista occorre che ci siano gli utenti ad alimentarlo. Il successo delle applicazioni web 2.0 sta nella loro semplicità d’uso, nella loro efficacia ma anche nella rapidità e capacità dei sistemi di automigliorarsi. Tutto questo è realizzabile solo grazie ad una vera massa critica d’utilizzatori. Il vantaggio e il valore delle applicazioni web 2.0 sta proprio dunque nella sua capacità di coinvolgere la comunità nella generazione dei contenuti. Allora, l'unica soluzione per la PA è quella di provare a creare finalmente una comunità di utenti, fatta di gente che partecipa e contribuisce e non solo di visitatori occasionali delle proprie pagine web. Una comunità capace di alimentare il sistema grazie sì agli applicativi ma anche e soprattutto alle relazioni sociali generabili on line. Partecipazione di cittadini dunque, ma anche di associazioni a cui sia data la possibilità di valutare, giudicare, migliorare i servizi pubblici creando un valore aggiunto per la collettività e rendendo innanzi tutto disponibile a tutti il patrimonio di conoscenza e saperi delle istituzioni arricchendolo con quello degli utenti. Quello che una volta (ai tempi delle reti civiche?) avremmo chiamato: produzione e condivisione dei saperi. Perché questo avvenga è necessario però prima di tutto che, anche online, la Pubblica Amministrazione sia capace di reinventarsi per costruire una nuova immagine una nuova reputazione.
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