Fabrizio Oleari

Negli ultimi due secoli la società è stata attraversata da una serie di innovazioni che non solo hanno sostenuto la crescita economica dei popoli, ma che hanno anche cambiato la vita degli uomini.

Anche l’innovazione sanitaria – oltre a contribuire allo sviluppo economico - ha cambiato (e radicalmente) la vita delle persone aumentandone il capitale di salute (prevalentemente, attraverso il trasferimento industriale di scoperte scientifiche, come perfettamente esemplificato dal controllo delle malattie infettive a seguito della commercializzazione di vaccini ed antibiotici).

E’, peraltro, del tutto immaginabile oltre che coerente con le policies europee e nazionali che, in futuro, questo ruolo propulsivo sia destinato ancor più ad ampliarsi e spetta alla ricerca sostenerlo attraverso un  aumento  del tasso di trasferimento in prodotti e servizi della conoscenza acquisita.

L’innovazione (anche in campo biomedico) non è, però, tutta science based, come ricordato dalla decisione del Consiglio sulla “competitività” del maggio 2003. Esiste, infatti, anche una “innovazione di apprendimento” che va coltivata nel pratico, perché essa (oltre a non richiedere particolari costi preliminari, a differenza dell’innovazione da ricerca che richiede, invece, cospicui investimenti) spesso porta a ottimi risultati in termini di guadagno di costo/efficacia.