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The Future of Cities: tre passaggi per ri-generare il capitale sociale

Esistono ambienti e contesti che sono veri e propri ecosistemi in cui la crescita di capitale sociale viene stimolata e supportata. Il capitale sociale è un asset in grado di fare la differenza all’interno delle nostre città. Avremo quindi bisogno di nuovi strumenti e, necessariamente, nuovi meccanismi per misurare e accelerare la crescita di nuovo capitale sociale nelle realtà urbane del nostro Paese. Il primo passo da compiere è mettere a fuoco l’esistenza di “tre riduzionismi” che oggi ne compromettono lo sviluppo e la ri-generazione. In seguito, sfruttando la risposta innovativa e creativa che il momento attuale di crisi ci richiede, sarà necessario compiere “tre passaggi”, per cambiare paradigma ed abbracciare un altro orizzonte di significato della produzione del valore e dell’innovazione sociale in grado di generarlo. 

 

L'intenzione di quanto segue è mettere al centro del dibattito sul futuro delle città il tema del capitale sociale. Perché nella città, intesa come locus, il tema del capitale sociale si pone e si propone come quell’asset in grado di fare la differenza.

I modelli di ri-generazione del capitale sociale (ovvero come si è generato, mantenuto, consumato, prodotto, ecc.) non possono più essere gli stessi e le modalità con cui esso viene letto e misurato (legami familiari, rapporti informali, densità delle organizzazioni non profit, partecipazione politica, partecipazione civica), se osservate con le lenti di 10 anni fa, non sono in grado di ri-generare gli stessi meccanismi. Ciò perché è cambiato il legame con la famiglia, i rapporti informali con gli amici, così come le relazioni interpersonali con locus e progetti identitari completamente diversi. Anche le organizzazioni del Terzo settore e le associazioni di volontariato oggi stanno conoscendo una profonda trasformazione. Il Censimento Istat ha infatti evidenziato l’alto turnover di questo settore, pari quasi al 50% tra il 2001 e il 2011: sono nate nuove organizzazioni di dimensioni più ridotte con modelli identitari profondamente diversi e ne sono scomparse delle altre. Per non parlare della partecipazione politica che, mentre prima era realmente un modello di costruzione dell’identità, oggi è un tipo di appartenenza totalmente destrutturata.

Parlare di capitale sociale al giorno d’oggi significa incominciare a leggere questa trasformazione e individuare nuovi meccanismi generativi di quell’infrastruttura che la differenzia.

Tre sono gli spunti di riflessione, tre riduzionismi, che, a mio avviso, in qualche modo mettono a rischio e compromettono la generazione e la produzione del capitale sociale.

Il riduzionismo del concetto di impresa e di valore in primis. Soprattutto negli ultimi anni i modelli economici, e in particolare quello mainstream, identificano la figura dell’imprenditore in maniera dogmatica e monolitica come colui il cui unico scopo è la massimizzazione del profitto, senza lasciare spazio, per esempio, alla capacità di tenere insieme il "valore di legame" con l’interesse generale, elementi che permetterebbero di allargare la figura dell’imprenditore all’imprenditore sociale, all’imprenditore civile, all’imprenditorialità collettiva. Questo, a mio avviso, è il primo problema, il primo riduzionismo che abbiamo di fronte. Infatti, dietro questo modo di concepire l’impresa vi è anche una distorsione del modo di produrre il valore. Come si produce il valore oggi? Quest'ultimo essenzialmente nasce da scambi collaborativi, citando la Stanford University: “nell’era dell’ibridazione la produzione di valore nasce da scambi collaborativi[1].

Ecco quindi che bisogna uscire da modelli di produzione del valore che contemplano una logica verticale secondo cui i soggetti for profit producono valore economico, i soggetti della società civile producono beni relazionali e le istituzioni pubbliche producono beni pubblici. Tale modalità di produzione del valore mette in crisi questi sistemi e costringe gli attori della società, in qualche modo, non necessariamente ad ibridarsi, ma comunque a trovare nuovi meccanismi di produzione del valore, riscontrabili nelle imprese stesse. Basti pensare al paradigma dello shared value e a come sta cambiando il modello con cui l’impresa for profit si concepisce, piuttosto che al non profit che sta sempre di più internalizzando pezzi di mercato, con un vero e proprio processo di marketization (il 30% delle organizzazioni non-profit è market, cioè scambia prevalentemente beni e servizi al di fuori della propria base associativa), per non parlare dei meccanismi tradizionali dello Stato, quindi sia di co-produzione, sia di Stato imprenditoriale.

Il secondo riduzionismo, collegato al primo, è relativo al concetto di sviluppo. Il modello di sviluppo dicotomico, che in qualche modo riduce e confina il valore della ricchezza all’interno del mercato e il tema dell’equità, della capacità di coesione sociale e di produrre policy all’interno della sfera statuale, costituisce un altro freno che blocca lo sviluppo. La parola “sviluppo” significa letteralmente “togliere i viluppi”, sbrogliare la matassa, togliere gli ostacoli. Quindi sviluppo e crescita sono due concetti ben distinti: sviluppo postula il pluralismo, la libertà. Quindi assumere lo sviluppo dentro una logica dicotomica è quasi un ossimoro dal quale si deve uscire in favore del pluralismo.

Infine, il terzo riduzionismo è legato al tema dell’innovazione sociale. Se l’impresa che genera valore è solo quella massimizzatrice e se il modello di sviluppo è dicotomico, cioè coinvolge solamente Stato e mercato, è chiaro che il tema dell’innovazione sociale assume un ruolo residuale; un’innovazione non profittevole. Se i soggetti che producono queste innovazioni sono considerati residuali e riparatori e non hanno un ruolo nello sviluppo, l’innovazione da essi prodotta rischia di essere in qualche modo accantonata perché non ritenuta profittevole in quanto il concetto di ricchezza ha altri tipi di categorie.

Sono consultabili on line gli atti dei lavori "Future of cities. Rigenerare capitale sociale e comunità creative" a SCE 2014.

Queste tre riduzioni ci offrono la possibilità, in questo momento di crisi – che etimologicamente significa "di passaggio", un momento in cui decidere quale strada intraprendere – di fare dei passaggi a partire proprio dalle riduzioni stesse:

  • Passare, innanzitutto, da una logica di impresa estrattiva ad una logica di impresa inclusiva. Oggi il vero tema che mette in campo i nuovi modelli di produzione di valore è se il valore che un’impresa produce viene legato e collegato a chi lo genera, al territorio alla comunità oppure se viene estratto e delocalizzato. Se c’è un processo di inclusione, condivisione, partecipazione oppure se questo valore, così come è stato prodotto, in qualche modo, è in grado di evaporare.
  • Passare dal dualismo al pluralismo. Un cambiamento che postula nuovi modelli di co-produzione in cui non c’è più la logica del principale-agente, ma un modello in cui il cittadino da fruitore è diventato utente che può fare voice – come lo era negli anni ‘50 e ‘60 –, che in qualche modo è diventato poi nel tempo cliente e oggi è co-produttore di quei beni e servizi.
  • Passare ad una nuova visione dell’innovazione sociale: dalla visione non profittevole a quella profittevole. Ciò che genera profitto è l’investimento. L’innovazione sociale non è considerata profittevole perché non vi si investe. Il rischio è infatti che, sebbene se ne parli tanto, non si faccia un investimento reale sull’innovazione sociale, sui beni relazionali, sulle comunità collaborative, sui giovani. Un investimento è la precondizione perché in qualche modo si possa generare valore. Questo è un Paese che ha smesso di investire e l’errore più grosso è smettere di investire sull’innovazione sociale, perché oggi ormai viviamo proprio in un'epoca in cui, da un lato, decantiamo l’innovazione sociale e, dall’altro lato, assistiamo ad una malattia dei beni relazionali; per cui ci vengono venduti sempre più beni di comfort, ma siamo carenti in beni di stimolo. Ecco quindi l’investimento in innovazione sociale è anche la modalità per riuscire ad allineare questi elementi.

Dobbiamo quindi provare a giocare questo momento di trasformazione su tre passaggi atti a superare i riduzionismi sopra descritti: il primo, cambiare i modelli d’impresa– da estrattiva a inclusiva –; il secondo, cambiare paradigma di sviluppo – da duale a plurale –; il terzo, muovere le policy verso investimenti che includano progetti d’innovazione sociale.

Concludo con una provocazione. Prima che le policy la producano, l’innovazione sociale accade! Mostrandoci che una forma di convergenza tra la dimensione sociale, economica e istituzionale è possibile. Sono in atto numerose riforme (del Terzo settore, della Pubblica Amministrazione, delle Aree Metropolitane, ecc.), tutte a sé stanti, senza che si provi ad “incrociarle”, a farle dialogare l’una con l’altra. L’innovazione fa emergere nuovi modelli, ma le policy tardano e, oltre a fare narrazione e surf sulle parole, non sono riuscite a convergere su un' Agenda comune.

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*Paolo Venturi, direttore di AICCON ha partecipato ai lavori del Future of Government Group (FoGG) sullo stato partner, lo scorso maggio A SCE2014. con questo intervento, ha aperto i lavori su "Future of Cities. Rigenerare capitale sociale e comunità creative".
Future of Cities rappresenta la linea di approfondimento dei lavori del FoGG sullo sviluppo urbano.

 

[1] Battilana, J., Lee, M., Walker, J., Dorsey, C. (2012), In search of the hybrid ideal, Stanford Social Innovation Review, Summer,

 

 

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