Editoriale

Cosa c’è e cosa manca nel "Piano d’azione italiano per l’Open Government"

Il Governo Italiano, nell’ambito della sua adesione all’Open Government Partnership (OGP), ha recentemente elaborato con un processo partecipato, aperto anche ad alcune realtà della società civile, un piano di azione per l’Open Government che è attualmente posto all’attenzione dei cittadini e degli addetti ai lavori per una consultazione pubblica. Il piano, dopo una premessa di inquadramento, si articola in tre parti dedicate a partecipazione, trasparenza, integrità e accountability, innovazione tecnologica e in sei azioni specifiche. Leggendo il piano non si può che riconoscere che si tratta di sei azioni utili e importanti, allo stesso tempo la sensazione è che si poteva sfruttare questa occasione per un documento di insieme più vasto, più coraggioso e più inclusivo.

Il Governo Italiano, nell’ambito della sua adesione all’Open Government Partnership[1] (OGP), ha recentemente elaborato con un processo partecipato, aperto anche ad alcune realtà della società civile, un piano di azione per l’Open Government che è attualmente posto all’attenzione dei cittadini e degli addetti ai lavori per una consultazione pubblica. Il piano, dopo una premessa di inquadramento, si articola in tre parti dedicate a partecipazione; trasparenza, integrità e accountability; innovazione tecnologica e in sei azioni specifiche. Vediamo prima cosa c’è e poi proponiamo qualche commento e qualche considerazione.

Ecco le azioni:

  • Azione 1 – Partecipa!: un potenziamento dell’attuale portale perché raccolga e diffonda tutte le iniziative della partecipazione offrendo un accesso unificato;
  • Azione 2 – Organizza la PA per la partecipazione: la stesura di “linee guida” sulla partecipazione e l’istituzione di un centro di competenza dedicato alla partecipazione presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri;
  • Azione 3 – trasPArenti +1: un potenziamento del sito dell’Autorità Nazionale Anticorruzione (www.anac.gov.it) dedicato alla partecipazione;
  • Azione 4 – Portale open data: un potenziamento del portale nazionale dei dati aperti www.dati.gov.it;
  • Azione 5 – Follow the money (BilanciAperti): costruire una piattaforma per monitorare e analizzare le informazioni finanziarie provenienti dagli enti pubblici, come ad esempio i bilanci, le spese, gli appalti;
  • Azione 6 ‐ Cittadinanza digitale: una nuova spinta ai processi di e-government con l’uso del Sistema Pubblico di Identità Digitale (SPID) per la fornitura di servizi online.

Leggendo il piano non si può che riconoscere che si tratta di sei azioni utili e importanti, nello stesso tempo la sensazione è che si poteva sfruttare questa occasione per un documento insieme più vasto, più coraggioso e più inclusivo.

Le sei azioni sono infatti, tranne forse quella sul bilanci aperti, addendum e potenziamenti ad azioni già intraprese e di strumenti o siti Internet già attivi e che hanno visto per altro, sino ad ora, una partecipazione assai limitata. Inoltre le amministrazioni coinvolte sono alla fine solo tre (Dipartimento della Funzione Pubblica, ANAC e AgID) tutte facenti capo ad un’unica responsabilità politica, quella del Ministro per la PA e la semplificazione, dando così l’immagine che l’Open Government riguardi sostanzialmente solo Palazzo Vidoni.

Invito tutti i nostri amici e lettori a partecipare alla consultazione che si è aperta il 4 novembre e chiuderà il 21, ma che ha visto per ora una partecipazione veramente molto modesta (20 utenti in tutto con un solo contributore che ha postato le 27 idee presenti). Certamente parteciperemo anche noi, ma in questa occasione mi permetto di dare qualche suggerimento di scenario.

Cinque suggerimenti per l’open government:

1. La riforma del government è un tutto unico. Perché la montagna dell’OGP non partorisca un topolino fatto di sei piccole iniziative, è necessario che non si lavori a compartimenti stagni e che la cultura dell’open government intrida tutto il processo di riforma delle amministrazioni, che è stato innescato dalla legge delega attualmente in discussione in commissione al senato (A.S. 1577).

2. La vera ricchezza è sul territorio. Non ha senso moltiplicare le iniziative di accentramento, specie se, come capita ora, non si ha né la forza né le risorse per portarle avanti in forma realmente incisiva e inclusiva. E’ più utile forse dare spazio alle iniziative innovative già presenti nelle nostre amministrazioni territoriali. Ad esempio porto la legge sulla partecipazione della Regione Toscana, il regolamento sulla partecipazione alla gestione dei beni comuni del Comune di Bologna, il progetto di Openpolis sui bilanci dei Comuni.

3. La partecipazione deve essere trasparente anche nei suoi esiti. Quanto delle decine di migliaia di proposte arrivate per la riforma della PA su rivoluzione@governo.it è stato usato per fare prima il DL 90/14 e poi l’attuale disegno di legge delega? Come saranno usati i suggerimenti della consultazione su “La buona scuola”? I cittadini partecipano se sanno di essere incisivi e che la consultazione non è un maquillage, ma una parte fondante della costruzione delle politiche. Per ora non è quel che ho visto.

4. La collaborazione, terza gamba dell’open government, non è un principio astratto: è l’unico modo di realizzare innovazione. Tra i tre capitoli e le sei azioni del piano manca una politica per favorire processi di collaborazione tra amministrazioni, stakeholders, mercato, cittadinanza organizzata. Ma è parte integrante dell’Open Government l’uso pervasivo della Partnership Pubblico Privato, la diffusione della sussidiarietà orizzontale, il “governo con la rete” in cui la PA esce dal palazzo e si confronta alla pari con il resto della società. Questo piano, almeno per come l’ho letto io, non scardina il paradigma bipolare tra fruitori e erogatori di servizi, non introduce processi di co-progettazione, non tiene in conto l’enorme potenzialità della sharing economy.

5. Gli open data sono importanti, ma non parlano da soli e da soli non cambiano il rapporto con la PA: è necessario renderli fruibili e usarli davvero anche all’interno del processo di policy making. Per questo vi rimando alla lezione di Gianni Dominici sulle quattro E degli Open data, che ne caratterizzano una seconda fase in cui i cittadini e le imprese sono soggetti attivi. I dati sconfortanti sull’effettivo uso dei dataset disordinatamente e sciattamente pubblicati dalle PA italiane negli ultimi anni sono un monito: nulla succede da solo e per caso. Per attuare una politica dobbiamo fortemente perseguirla, assisterla, monitorarla.

Infine un’ultima e consueta raccomandazione: non si fanno riforme senza risorse. Se vogliamo implementare un vero piano nazionale per l’Open Government dobbiamo immaginare investimenti dedicati. La programmazione europea è una mamma che non potrà allattare tutti i figlioli in attesa, ma si tratta di fare delle scelte. Se veramente pensiamo che quel che manca per la ripresa del paese è anche la fiducia dei cittadini nelle istituzioni, allora investire nell’open government vuol dire investire nel nostro futuro. Senza una pur limitata allocazione di risorse su questi progetti ci troveremo a parlare sempre delle stesse cose, con gli stessi progetti, con gli stessi attori. Tutto il contrario del paradigma “open”.


[1] L’Open Government Partnership (OGP) è un’iniziativa multilaterale di Governi per la promozione di politiche innovative che rendano le istituzioni pubbliche più aperte e responsabili, realizzando la trasparenza della PA , la lotta alla corruzione e i principi della democrazia partecipata. L’OGP è nata nel 2011 ed è passata da 8 a 64 membri in tre anni: i Governi, sottoscrivendo la Dichiarazione sull’open government, si impegnano a realizzare gli obiettivi dell’OGP attraverso alcune iniziative, sintetizzate in un Piano d’azione, il cui contenuto è stabilito in modo partecipato con la società civile.

 

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