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Tra comunità di comunità e nuova legge sul finanziamento, "Bye Bye Partito"?

Le comunità sono gli “acceleratori di fatto” della transizione verso nuovi modelli - che a detta di molti viviamo - e perciò al centro di programmi e dibattiti sullo sviluppo, dal livello iperlocale a quello transnazionale. La domanda ora è: esiste una nuova questione di rappresentanza politica? Il tema si incrocia (speriamo virtuosamente) con la nuova legge sul finanziamento pubblico ai partiti, per cui, se tutto va come deve, dal 2017 spariranno i rimborsi elettorali. Sarà arrivato il momento per i partiti di cambiare o morire?

Finché la nostra sarà una democrazia sostanzialmente rappresentativa sarà necessario che le comunità siano in collegamento diretto, dialettico e continuativo con la politica. Da una serie di spunti emersi nell’ultimo mese, da ultimi citiamo il post di Marta Mainieri della scorsa settimana sul rapporto tra innovatori sociali e politica e l’intervento di Teresa Petrangolini a FORUM PA 2014, emerge con chiarezza un ruolo di facilitazione dell’incontro, attraverso nuove forme di aggregazione, da parte di soggetti non politici. In un tale scenario le questioni che si aprono sono molteplici e appassionanti, ma due sono senza dubbio centrali. La prima: quali comunità sono candidate ad aver voce? La seconda: possibile che in un momento di rivolgimento (per non dire rivoluzione) sociale come l’attuale, la preoccupazione dei partiti sia circoscritta alla "sopravvivenza finanziaria"in seguito a crisi da tesseramento e nuova legge sul finanziamento? Seguono domande dalle risposte aperte.

Quali comunità sono candidate ad aver voce?
Secondo quanto emerso dai lavori di questi mesi, solo da ultimo a FORUM PA 2014 e al Festival delle comunità del cambiamento di RENA, l’identikit della comunità “vincente” nei processi evolutivi della dialettica politica è la “comunità portatrice di soluzioni”.  Come scriveva ultimamente Alex Giordano, Societingnon c’è più spazio per produrre nuovi bisogni, ma solo per progettare nuove soluzioni”.  A conferma di ciò, la PA sembra chiedere sempre con più frequenza di incontrare i cittadini organizzati in forme profit e/o non profit in quanto portatori di soluzioni. Siamo dunque in linea con l’economia delle soluzioni teorizzata da Eggers (e ripresa a stretto giro da ItaliaCamp per il suo modello di advocacy).  
Ciò che rende le comunità, a ragione e loro merito, interlocutori interessanti per la politica e la PA sembra essere la loro capacità di portare cambiamento e soluzioni, facendosi interpreti di bisogni più o meno diffusi e urgenti nei territori o presso i target di riferimento e, di fatto,  reinventando una funzione che un tempo era dei partiti.
Perché questo è il grande “omissis” nel ragionamento e nelle pratiche con cui ci stiamo confrontando con intensità negli ultimi mesi: la ragion d’essere dei partiti nella nuova e avvincente geografia socio-politica.

Dunque se la  prima domanda è: chi e come rappresenta le comunità? La seconda è: ci servono i partiti?se si, con quale forma e funzione? Non si tratta di coniare definizioni nuove, ma di avviare un ragionamento che avvertiamo tangente e sotteso ai nuovi modelli di pubblica amministrazione a cui, insieme a tanti altri soggetti, lavoriamo. E possiamo dire che lo avvertiamo con una certa urgenza.  

Chi rappresenta le comunità?
E’ evidente come interpreti e aggregatori di comunità stiano emergendo a livello nazionale, transnazionale e territoriale. Citando solo le esperienze più recenti e a noi più vicine - dal OuiShare FestFORUM PA 2014 all’esperienza del FoGG - Future of Government Group al Festival delle Comunità del Cambiamento di RENA - abbiamo visto nelle ultime settimane un fiorire di tavoli, laboratori e occasioni di confronto tra comunità di innovatori. Come ben spiegava Francesco Luccisano, in apertura del Festival Rena, i soggetti del cambiamento non sono più gli individui ma le comunità. Comunità tra loro differenti per visone, scopo e interessi, ma ovviamente con aree e istanze di volta in volta aggregabili e pronte a confluire in proposte condivise. Preso atto di queste dinamiche, i soggetti che lavorano per l’emersione e la scalabilità del cambiamento, si rivolgono, interagiscono e mettono  in rete comunità diverse.  Questi “aggregatori” assumono sempre più la morfologia di comunità di comunità. Persino Papa Francesco, nella sua esortazione apostolica,  Evangelii Gaudium dello scorso ottobre, chiede di lavorare nelle parrocchie e, a seguire nelle diocesi e nella Chiesa tout court, nell’ottica di “comunità di comunità”.

Evidentemente in questo ecosistema il "senso" della rappresentanza cambia: non si tratta di tanto parlare “in nome di” o di “agire per conto di” ma di facilitare, coordinare la messa in rete dei soggetti attivi e l’emersione di istanze comuni. 

Dove sono e (soprattutto) ci servono i partiti?
In questo contesto la domanda viene spontanea. Spesso i rappresentanti delle comunità e delle reti del cambiamento a livello locale, nazionale e internazionale dicono:  “la nostra aspirazione non è fare politica”, per poi correggere il tiro... “almeno non nel senso partitico del termine”. La politica a cui si guarda è “un nuovo modo di far politica che pure affonda le sue radici nella polis greca” come scrive Marta Mainieri su CheFuturo e come sottolinea Teresa Petrangolini commentando le esperienze di co-creazione civica a FORUM PA 2014. Dunque nell'ecosistema che si va formando troviamo: le comunità del cambiamento, la politica “istituzionale” affamata di soluzioni e i soggetti facilitatori dell’incontro. Da tutt’altra parte, verrebbe da dire, troviamo i partiti, in caduta libera negli indici di fiducia dei cittadini - quasi metà degli italiani pensa che la democrazia sia possibile "anche senza i partiti” (Ricerca Demos per Repubblica, dicembre 2013) –  e  al più impegnati a discutere di finanziamenti pubblici e nuove frontiere del fundraising. (La nuova legge sul finanziamento prevede lo stop ai rimborsi elettorali dal 2017).  

Nel porci la domanda topica dobbiamo considerare che le comunità del cambiamento, emergenti in questa fase di transizione, non necessariamente sono in grado o nella posizione di rappresentare tutte le comunità, portatrici di bisogni e non necessariamente di  soluzioni. Paolo Cosseddu, a capo del team comunicazione di Pippo Civati,  in una chiacchierata di qualche mese fa su nuove forme di finanziamento e adesione ai partiti, sottolineava che “la crisi dei partiti tradizionali e delle forme di rappresentanza, insieme alle dinamiche socio-economiche in corso, ha allargato la base delle persone e dei gruppi deprivati di diritti e ha aumentato le istanze dell’attivismo civico”.  Aggregazione, empowerment per pieno godimento dei diritti civili, politici e sociali e miglioramento delle condizioni di vita delle diverse comunità sono le ragioni di essere dei partiti, che vanno evidentemente riattualizzate.

Come si cambia per non morire?
Visti i fattori strutturali e contingenti sembra che il nuovo fundraising politico rappresenterà  la spinta di necessità per i partiti a riconfrontarsi e reinterpretare la propria natura di organizzazioni non profit sui territori.  Non a caso, dalla scorsa stagione in Italia si sono avviate una serie di iniziative di approfondimento e formazione legate al tema del finanziamento dei partiti, che portano, per forza di cose, al  ripensamento della ragion d’essere dl partito e delle sue funzioni nel mutato panorama. Pietro Paganini di  Competere.eu - che con Raise the Wind ha presentato lo scorso 10 giugno il libro “Fundraising e comunicazione per la politica”  -  riconosce che “allo stato attuale in Italia il fundraising politico è una scommessa". "E’ necessario - spiega - un processo di trasformazione dei partiti  che tenga conto della transizione culturale appena cominciata in Italia e delle dinamiche ancora molto embrionali di aggregazione sociale attorno alle issues (temi) più che alle ideologie”. Sulla stessa linea Cosseddu quando afferma  che “per innescare pratiche di fundraising politico sostenibile è necessaria una vera rivoluzione culturale che porti alla rilettura del rapporto partito – comunità”.

Verso il relational party?
Il centro è proprio qui: la rilettura del rapporto partito-comunità. Questo è quello a cui sta lavorando, con un importante investimento e con qualche critica, il Labour party britannico.
Ed Miliband, segretario di partito ha ingaggiato Arnie Graf, community organizer “mentore” di Obama per rifondare il Labour proprio a partire dal rapporto con società e territorio. In una intervista dello scorso autunno su Europa, Graf spiega così il lavoro da lui coordinato con l’obiettivo di costituire un “partito relazionale” (relational party): “Stiamo cercando di aprire il partito e riconnetterlo con le comunità locali, con la società civile. Quei legami si erano persi col tempo:  l’attività del partito sul territorio, anche nel porta a porta, ormai si limitava all’identificazione dei potenziali elettori e alla mobilitazione elettorale (..) Meno attivisti, meno elettori: un gruppo sempre più ristretto di persone, incaricato di tampinare un altro gruppo sempre più ristretto di persone».

L’intervista a Arnie Graf è stata citata dall’attuale premier, Matteo Renzi, nel discorso di insediamento alla segreteria del PD, lo scorso dicembre e al modello di rifondazione “partitica” dei laburisti si rifà il lavoro intrapreso da Fabrizio Barca nel suo progetto Luoghi Idea(li), con cui ha messo in campo un'interessante sperimentazione di crowdfunding. “Non si tratta solo elaborare tesi, ma farle vivere nella società", si legge nella presentazione.  E ancora: "Rendere popolare ciò che non lo è significa immaginare che ogni iniziativa legislativa, ogni elaborazione teorica, ogni soluzione amministrativa si trasformi immediatamente in campagna di informazione e di condivisione con i cittadini. Un partito che muove all’azione, perché informare e coinvolgere sono le prime missioni del Pd, missioni possibili e necessarie”. Sulla stessa linea interessanti iniziative su scala locale, come quella del PD di Bologna, che in crowdfunding ha appena concluso un Percorso di innovazione politica per i giovani amministratori della Regione Emilia Romagna.

Questi sono “sintomi” incoraggianti di un cambiamento che circola nell’aria, ma non ancora la cura che, come il contesto suggerisce, ha bisogno di una accelerazione notevole.

Fundraising politico: di necessità virtù?
Così Mattia Diletti, ricercatore e collaboratore di Barca nel progetto Luoghi idea(li) commenta:” La forma partito ha continuato inesorabilmente a destrutturarsi . Non abbiamo nessun partito in Italia che abbia una forma di “organizzazione territoriale”, cioè un'organizzazione della relazione con la società civile e con i variegati gruppi di interesse. Questo perché la classe politica stabilisce delle relazioni con la società direttamente dalla funzione di governo, cioè nella figura di gestore di risorse pubbliche e di amministratore pubblico. La funzione di intermediazione dei partiti è quasi completamente scomparsa. Guardando il modo in cui funzionano oggi, possiamo dire che i partiti sono organizzazioni che hanno perso l’attenzione all’innovazione organizzativa”.  E continua: “per i partiti non si tratta solo di trovare forme e modelli di fundraising ma di individuare nuovi modelli che permettano di superare i fenomeni di necrosi organizzativa che vivono. Il community organizing è un modello particolarmente interessante nel contesto attuale: la società è molto più  plurale e sono tanti e diversi i punti di vista e gli interessi. E mentre prima era più facile riconoscere bisogni e identità collettive, oggi è molto più complesso raccogliere il minimo comune denominatore dei bisogni  espressi da un territorio”.

Perc chiudere, una riflessione sulla genuinità dell’interazione con la/le comunità. Non si tratta (solo) di essere su Facebook, per capirci. La formazione e la passione politica sono fondamentali. Cosseddu sintetizza così: “Si tratta di ricostruire motivazione rispetto alla funzione del partito politico. Bisogna recuperare l’anima politica, non in termini di schieramento ma di comprensione di quello per cui si sta lavorando: ricomposizione ed empowerment di comunità, costruzione e aggregazione di consenso intorno a cause che non equivalgono alla vendita di un prodotto, ma riguardano la vita e al benessere delle persone.”

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