Intervista

Solution Revolution: problemi al centro, soluzioni ovunque. Eggers a #FPA14

 

Chi lo ha detto che è compito dei governi trovare soluzione alla congestione da traffico urbano, alla tratta di esseri umani, all’emergenza abitativa, all’inquinamento? Per William Eggers, esperto statunitense sui temi di riforma della PA e già autore di “Governare con la rete”, siamo piuttosto nel mezzo della “Solution Revolution: un processo irreversibile che sta ridisegnando i confini del nostro modello economico verso la solution economy.  L’arena dei soggetti interessati e legittimati a risolvere problemi di natura sociale si apre, abbattendo le barriere di azione dei settori classici (privato, pubblico, non profit) e creando un ecosistema sociale orientato alla creazione di nuovi mercati e nuove collaborazioni. La PA che fine farà? Lo abbiamo chiesto proprio a Eggers, in un’anticipazione del keynote che terrà a FORUM PA 2014, a Roma  il 27 maggio,

 

[d] Chi parla?
Sono William Eggers, Direttore della Deloitte Research - Settore pubblico. Il mio lavoro di ricerca si concentra prevalentemente sui problemi sociali, cioè su come le grandi sfide del nostro tempo possono essere risolte. Solution Revolution  è il mio nuovo lavoro che segue  “Governare con la rete” , già tradotto in italiano. Ne discuteremo  a FORUM PA 2014, il 27 maggio a Roma.

[d] La Solution Revolution in breve
 “Quando parlo di Solution Revolution  mi riferisco allo sviluppo di una nuova economia che coinvolge attivamente attori diversi che si trovano a convergere su problemi di enorme portata e a lavorare in modi profondamente nuovi alla loro risoluzione.  Dalle piccole e medie imprese alle grandi aziende e multinazionali, dalle imprese sociali alle fondazioni agli impact investors[1], negli ultimi dieci anni abbiamo visto nuovi profili di problem solver fare il loro ingresso in quella che io chiamo “l’arena delle soluzioni ai problemi sociali”. Qui ritroviamo tanto le nuove aziende che lavorano, ad esempio, su ride e car sharing quanto le grandi aziende e le mutinazionali che perseguono impatto sociale, shared value o impatto ambientale. Quello che le accomuna è la volontà di affrontare e risolvere  in maniera innovativa un problema sociale avvertito come urgente. L'ingresso di nuovi soggetti nell’arena aiuta tutti a guardare alle questioni in maniera del tutto diversa: sono questi attori che ci permettono di cambiare “le lenti” e di adottare una nuova prospettiva per risolvere il problema. Sono tutti questi attori che definiscono il perimetro della solution economy.

[d] E’ la Rivoluzione o “una” tendenza?
Le persone mi chiedono sempre cosa c’è di diverso in quello che sta succedendo, osservando che in fondo la società civile e le imprese innovative sono sempre esistite. Io rispondo che ci sono degli elementi, in quello che sta succedendo oggi, che rendono il fenomeno in corso profondamente diverso dai precedenti. E' proprio questo che ci ha spinto a scrivere il nostro ultimo libro. Il contesto è cambiato profondamente  e, secondo me, irreversibilmente. Sono quattro gli elementi che fanno del momento che viviamo un punto di non ritorno per il nostro sistema socioeconomico. Li ripercorro sinteticamente.

I talenti dei millenials. Dobbiamo innanzitutto considerare le attitudini dei millennials e renderci conto che, nella stragrande maggioranza, le nuove generazioni vogliono che il loro operare abbia un impatto sociale. In altri termini, nei loro percorsi di formazione sono alla ricerca di un modo per realizzare la propria passione sociale, vogliono essere coinvolti attivamente nel progresso della nostra società e vogliono farlo lavorando per imprese profit o facendo nascere nuove start-up o imprese sociali. Dunque i millenials spingono prepotentemente per il cambiamento. Incontro continuamente studenti nelle business school di tutto il mondo e mi impressiona il fatto che, alla mia domanda su chi ha intenzione di lavorare su qualcosa che abbia finalità sociali, in media alzi la mano l’80% della platea. Rispetto al passato  si tratta di un grande cambiamento  che pone la questione della crescente disponibilità di talenti.

La “bancarotta” dei governi. La pubblica amministrazione, a livello mondiale, vive una profonda crisi di risorse e i soggetti economici e sociali si rendono conto che la domanda dei cittadini per nuovi o rinnovati servizi non può essere soddisfatta dalle sole amministrazioni perché, in ogni caso, i bisogni sono troppo complessi. Questa presa di coscienza,  sempre più radicata ed estesa, non è irrilevante ai fini dell’attivazione di nuove energie e soluzioni.

La finanza privata. C’è una grande quantità di soldi destinati alla risoluzione dei problemi sociali che arriva da soggetti non pubblici  Negli Stati Uniti, l’ammontare di risorse provenienti dalla filantropia privata (profit e fondazioni) per i paesi in via di sviluppo, lo scorso anno, ha superato di gran lunga quella pubblica. Ci sono molti soldi che confluiscono nell’impact investing, nei mutual fund (fondi comuni di investimento),  nella venture philanthropy con lo scopo di  perseguire il bene sociale e di abilitare imprese sociali a nascere e operare.

La tecnologia. La tecnologia è un elemento cruciale perché con internet, cloud computing, analytics e social media i costi di transazione per avviare una organizzazione, scalare e avere un impatto si riducono notevolmente. Questo determina un vero e proprio choc sul versante offerta (supply choc). Sempre più imprese sono coinvolte nella nuova economia, proprio perché i costi per entrare nel mercato e per formare le persone (anche milioni di persone) sono molto più bassi di prima.

La confluenza di questi fattori  sostiene la Solution Revolution, non solo in occidente ma in tutto il mondo. Ad esempio l’India, dove sono stato recentemente, rappresenta una delle aree di frontiera rispetto allo sviluppo della solution economy.

[d] Da tempo parliamo dell’opportunità del “Governare con la rete”, riprendendo il titolo del suo precedente lavoro. Ora che siamo nel mezzo della Solution Revolution, quel modello di PA è ancora funzionale o già obsoleto?
Lavorando al modello del “Governare con la rete” ci siamo resi conto che la questione centrale per la pubblica amministrazione era individuare il modo migliore per produrre maggior valore possibile, trovandosi di fronte a un problema da risolvere o a un servizio da erogare. Il modello emergente era dunque finalizzato a raggiungere e coinvolgere il non profit e i fornitori, creando e mantenendo la struttura di una rete per la produzione di valore pubblico. La PA era essenzialmente al centro dell’ecosistema, ovvero della rete. La PA era il “convenor”, il soggetto legittimato a convocare, integrare e coordinare: era il grande ombrello. Quello che è cambiato da allora è che spesso ora vediamo organizzazioni, fondazioni e imprese sociali o grandi aziende - Coca cola, Unilever e molte altre - al centro del processo di soluzione del problema. Questo significa che non è più necessariamente il governo, nazionale o locale,  a guidare il processo. Nel libro “Solution Revolution" riportiamo numerosi casi in cui organizzazioni diverse dalla PA hanno creato una sorta di ecosistema per risolvere un dato problema.

[d] Possiamo citare un caso esemplificativo dell’approccio solution economy?
Uno su tutti, citerei il Project Shakti di Unilever in India. Qui Unilever è riuscita ad entrare nel mercato dei piccoli villaggi indiani e al tempo stesso ha portato una soluzione a un problema sociale. La diarrea è infatti il secondo fattore di mortalità infantile nel mondo ed è direttamente  collegato alla scarsa igiene nelle zone più povere. Unilever si è chiesta come potessero essere incrociate e armonizzate le due domande e, in risposta, hacreato il programma Shakti. Con questo programma ha impiegato 50.000 donne, coinvolgendo le scuole e le organizzazioni non profit e raggiungendo un doppio scopo: l’espansione del proprio mercato e la riduzione dell'incidenza di una malattia spesso mortale. In questo caso una multinazionale ha assunto il ruolo di integratore di ecosistema per uno specifico problema sociale, perdipiù  molto complesso. Questa è la novità: un'estensione del raggio di azione di settori diversi dal pubblico che, rispetto al passato, assumono un ruolo molto maggiore nella soluzione dei problemi sociali.

[d] Esiste un ruolo specifico della pubblica amministrazione nella solution economy?
La PA  ha un ruolo importante da svolgere nella solution economy, ma  molto diverso da quello abituale. Invece di essere un agente risolutore di problemi, deve infatti creare un ambiente dove i “risolutori di problemi” (problem solver) possano fiorire: il governo può sostenere le partnership tra il settore privato, non profit e del social business; può riportare in open data i contratti; può introdurre regolamenti chiari sulle questioni più spinose, può facilitare il coinvolgimento di gruppi diversi. In questo senso la PA diventa un catalizzatore. Molti governi lo stanno già facendo. In Europa, il governo britannico ha lanciato il Big Society Capital Fund, con 600 milioni di sterline per finanziare nuove soluzioni ai problemi sociali; negli Stati Uniti è attivo un Fondo per l’innovazione sociale e per l’impresa sociale, in Canada il Social Innovation Fund dispone di un miliardo di dollari e anche l’Unione Europea si sta impegnando molto su questa linea. Riscontriamo che i governi che lavorano per essere catalizzatori di processi risolutivi sono quelli che stanno producendo maggior valore. Lo sviluppo della solution economy risente direttamente delle attività del governo, sia in termini di supporto proattivo sia in termini di limiti e restrizioni.

[d] Cosa fa la PA per “catalizzare” le soluzioni?
Sono essenzialmente tre i livelli su cui la PA deve concretamente agire. Li riporto sinteticamente.

Ridurre le regole che scoraggiano e inibiscono questo tipo di fenomeni. Dobbiamo considerare che molto spesso si tratta di modelli di rottura, basti vedere cosa succede nel settore del trasporto – taxi con l'avvento di offerta alternativa, ad esempio attraverso Uber. Molte amministrazioni hanno adottato una regolamentazione limitativa proprio perché hanno paura degli effetti incontrollabili.

Aprire le procedure di acquisto alle imprese sociali. La PA ha un ruolo enorme se si pensa che è il principale acquirente in settori quali la sanità, l’educazione, i trasporti in cui può esercitare e direzionare il proprio potere  di spesa. Molte delle organizzazioni che potrebbero essere parte della soluzione a un dato problema sociale sono attualmente escluse dagli acquisti pubblici, cosa che è molto conveniente per i big player o per la fornitura in house.

Aprire i dati pubblici è importantissimo. Oggi i dati sono una vera e propria moneta e i governi possono usarla per facilitare e spingere lo sviluppo della solution economy.

Nel libro proponiamo diverse strategie attraverso cui le amministrazioni possono procedere, ma io credo che la cosa più importante che un'amministrazione possa fare è cambiare le proprie lenti, ossia cambiare la  prospettiva su quali soggetti possano contribuire alla soluzione del problema. Deve cioè abbandonare la prospettiva governo-centrica e pensare in maniera molto creativa.

Appuntamento a FORUM PA 2014
Vorrei invitare i changemaker italiani all’appuntamento del 27 maggio a Forum PA 2014, Roma.  Ho sentito molto parlare dell’innovazione sociale in Italia e credo che non potrebbe essere altrimenti vista la vostra cultura tradizionalmente imprenditoriale. Vorrei incontrare i numerosi “attivatori di cambiamento” nella PA, nel settore pubblico, privato e sociale, dalle start up e dalle grandi aziende. Sono curioso di ricercare e conoscere le migliori esperienze in corso nel vostro paese.

Ci vediamo a #FPA14!

 William Eggers  interviene a FORUM PA 2014, Palazzo dei Congressi Roma con un keynote il 27 maggio alle ore 15.00 nel convegno "Dal governo con la rete allo stato partner: favorire la collaborazione e la partnership tra i diversi attori sociali, economici, culturali e istituzionali".
(La stessa mattina del 27 maggio, nell'evento Coinvolgere i cittadini e co-creare soluzioni. Modelli e pratiche a confronto proponiamo analisi e presentanzione di "soluzioni" italiane che lavorano attraverso il coivolgimento dei cittadini).
 

[1] Gli impact investments sono una nuova classe di investimento il cui scopo è quello di generare un impatto sociale positivo, oltre che un ritorno finanziario. (da OltreVenture.com)
 

 

 

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