Intervista

Destinazione Italia, missione: rilanciare il Paese

Come rendere il paese più attrattivo per il resto del Mondo? Come creare una narrazione che faccia rinascere l’economia italiana e rendere il paese competitivo? Il Governo ci prova adottando con un decreto legge del 23 dicembre alcune misure del piano Destinazione Italia. Abbiamo chiesto ad Alessando Fusacchia, Consigliere del Ministro degli Affari Esteri e membro della task force Destinazione Italia perché il Paese dopo l’adozione di queste misure potrebbe cambiare rotta.

Come definiresti Destinazione Italia in un tweet (o poco più)?

Destinazione Italia è la policy organica del governo che serve per attrarre investimenti esteri in Italia e per rilanciare la competitività del Paese. Mira a fare tre cose: semplificare la vita alle imprese, rendere il Paese interessante per il resto del Mondo, fornire una narrazione nuova dell’Italia nel mondo.

Sappiamo che l’Italia fatica a intercettare investimenti esteri e le dinamiche sembrano essere incontrovertibili. Ci spieghi in poche parole come funziona il meccanismo degli investimenti esteri in un paese?

Viviamo in un’economia pienamente globalizzata, con filiere produttive e catene del valore integrate attraverso i continenti. L’Italia, che nonostante la crisi resta uno dei grandi Paesi manifatturieri, ha bisogno di attrarre capitali industriali, finanziari ed umani per rimanere protagonista in queste filiere. Questo significa lavorare per fare in modo che il Paese si mostri “amico” degli investitori, mentre né le regole sulla fiscalità o la giustizia, né tutto il quadro normativo in senso ampio in Italia sono molto attraenti. Ancora meno lo sono per i fondi e gli investitori esteri che vogliono puntare ai settori industriali – basta pensare ad una multinazionale che voglia aprire una sede o un centro di ricerca da noi. Per questo serviva individuare una serie di colli di bottiglia – e di misure puntuali per “stapparli” – evitando di perdersi dietro alla “grande riforma” con cui da decenni aspettiamo di cambiare il Paese e che poi non arriva mai. Abbiamo scelto di essere molto pragmatici e concreti. Anche per dare un segnale chiaro e immediato agli investitori. Che non ascoltano quello che dici, ma valutano quello che fai.

Cioè è un approccio differente rispetto a quello che si è fatto in passato?

Certamente! Destinazione Italia nasce da un presupposto diverso rispetto al passato: individuiamo misure puntuali che vadano a togliere la ruggine da alcuni punti nevralgici che sono stati respingenti per gli investitori esteri. 50 “operazioni chirurgiche” che permettono complessivamente al Paese di diventare più snello, più agile e più facile per gli investitori e che parli il linguaggio degli investimenti internazionali.

Quali sono gli asset principali su cui puntare?

Siamo convinti che non basta lavorare solo su giustizia, fisco, autorizzazioni o semplificazione burocratica perché tutti i Paesi lavorano su questi fronti. Per poter attrarre bisogna diventare capaci di valorizzare i propri asset. I nostri sono il patrimonio artistico e culturale, la nostra manifattura, i nostri artigiani digitali, un’agricoltura che sta sempre più scommettendo sull’innovazione, un modello cooperativo che il resto del mondo ci invidia, un rapporto sempre più stretto tra università, ricerca e impresa, una dimensione urbana che coniuga qualità della vita con connessioni globali – tutto questo è la nostra specificità e produce quello che nel mondo è il terzo brand più famoso di tutti dopo Coca Cola e Visa, ossia il Made in Italy. Ed è un brand condiviso: la sua reputazione è costruita ogni giorno attraverso il lavoro di 60 milioni di persone, e tutte le imprese italiane ne traggono beneficio. Con Destinazione Italia puntiamo ad innescare una dinamica per cui l’attrazione degli investimenti esteri sia finalizzata alla capitalizzazione delle nostre aziende migliori che poi, crescendo, tornino sul mercato internazionale a vendere i loro prodotti. Inoltre, in Italia c’è un estremo bisogno di attrarre capitali anche privati sul sistema universitario. Mondo universitario e mondo dell’impresa devono superare il reciproco sospetto e contaminarsi a vicenda. In questo senso l’ingresso di attori internazionali può essere di grande aiuto.

Qual è la parte del decreto di cui vai più orgoglioso e quale quella che senti meno riuscita, meno vicina alla tua visione di sviluppo?

Innanzitutto sono orgoglioso del metodo che ha portato a Destinazione Italia: il rapporto è stato scritto da una task force interministeriale e adottato dal Consiglio dei Ministri. Inoltre, prima della sua definitiva attuazione, è stato sottoposto a una vasta consultazione pubblica che ha coinvolto cittadini, imprese e tutti i principali think tank italiani. Una mobilitazione necessaria per dare forza a un esercizio che doveva essere di tutto il Paese, non solo del Governo. Grazie alla consultazione, su 50 misure ne abbiamo prese 10 e le abbiamo connotate come prioritarie. Di queste 10 prioritarie, 7 sono state trasformate in norme dal Governo a dicembre. La scelta è stata determinata da una combinazione di fattori: urgenza, dimensione dell’impatto, realizzabilità nel breve periodo, copertura finanziaria. Proprio per cominciare a essere concreti e a mandare un messaggio forte a livello internazionale.

Le misure che sento più vicine sono quelle che hanno a che fare con la facilitazione dell’ingresso in Italia di persone che vogliono investire o realizzare start-up innovative in Italia. In pratica tutto quello che sta prendendo il nome di Start-up Visa. Un visto di ingresso per startupper e investitori stranieri che vogliano venire nel nostro Paese a portare idee, know how, spirito imprenditoriale e innovazione, e in definitiva a generare nuova ricchezza e nuova occupazione.

Non ci hai detto la parte che senti più distante…

Di quello che sta nel Rapporto apprezzo tutto. È complessivamente coerente e ben calibrato. Purtroppo, durante il passaggio normativo e legislativo Destinazione Italia ha perso alcune cose, mentre ne ha acquisite altre abbastanza spurie rispetto al resto dell’impostazione. In sostanza l’intervento legislativo di alcuni interessi specifici ha reso il Decreto Destinazione Italia meno coerente di quanto non fosse il Rapporto iniziale… e questo è un problema di come si fanno le leggi in Italia. Non potevamo affrontarlo noi con Destinazione Italia, ma prima o poi qualcuno dovrà prenderlo di petto.

Quali elementi dalla Task Force che ha dato vita a Restart Italia ti sei portato dentro l’ esperienza Destinazione Italia?

Sicuramente il metodi di lavoro della task-force come prima cosa. Un gruppo di persone motivate che per un periodo limitato di tempo producono una visione fatta di misure concrete con cui sbloccare il Paese su un tema specifico e importante per la crescita e l’occupazione. Inoltre, l’apertura alla partecipazione della società civile e delle organizzazioni sociali ed economiche. Che non serve perché “va di moda” ma per sviluppare un dibattito pubblico con cui superare molti stereotipi sugli investimenti esteri, primo tra tutti quello della “svendita dei gioielli di famiglia”. Così come per acquisire forza e ottenere quella spinta propulsiva per arrivare in Consiglio dei Ministri. Un esempio su tutti: il meeting internazionale che abbiamo ospitato alla Farnesina lo scorso 10 gennaio, durante il quale abbiamo presentato Destinazione Italia ad 80 investitori da tutto il mondo tra cui importanti fondi cinesi e il co-fondatore di Twitter. Si sta creando attenzione, credibilità e fiducia attorno al nostro lavoro, anche se siamo solo all’inizio di un percorso. E anche se ogni tanto altri spingono per portare avanti misure e norme al limite della contraddizione con Destinazione Italia.

Un giovane italiano, con pochi capitali e (ormai) poche speranze, dovrebbe essere contento che il Governo abbia varato il pacchetto Destinazione Italia perché…

Perché questo è un pacchetto che punta ad aumentare le opportunità in Italia per tutti. Su questo fronte stiamo conducendo un lavoro politico importante che manda un messaggio culturale forte. In Italia abbiamo un problema serio di emigrazione di una intera generazione. Che dobbiamo bilanciare cercando di portare in Italia persone di talento, aprendoci al mondo e facendo in modo che l’Italia diventi un hub presente sui radar internazionali in grado di attirare chi vuole fare innovazione, chi vuole lavorare nella creatività e chi vuole fare ricerca.

Tutto quello che stiamo facendo non è solo per i giovani ma per tutti quelli che hanno ancora la voglia di scommettere sull’Italia. È uno sforzo complessivo che stiamo cercando di guidare e che non si risolve nel lavoro che fa il Governo, perché Destinazione Italia è servita a delineare un quadro generale in cui ora ognuno è chiamato a fare la propria parte: le Università, le associazioni di imprese, gli studi di avvocati, gli studenti. Ognuno è in grado di trovare qualcosa che lo coinvolge direttamente e si deve sentire chiamato in causa. Essere cittadini italiani nel 2014 significa anche questo.

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