Editoriale

Mr. Agenda digitale: luci, ombre e crepuscoli

La notizia, data da Enrico Letta con un tweet, di aver arruolato Francesco Caio come “Mister Agenda Digitale” e insieme la nuova governance dell’Agenda digitale che riporta al diretto controllo della Presidenza del Consiglio dei Ministri tutto il processo di attuazione sono senz’altro due positive novità che non possiamo che accogliere con soddisfazione.

Avevamo certamente bisogno di un coordinamento “alto” delle attività per l’Agenda (che come ben sappiamo non è solo PA digitale, ma neanche solo larga banda) e la figura e il curricolo di Caio ci lasciano ben sperare, come anche i nomi delle persone che lo affiancheranno: Luca De Biase, Francesco Sacco e Benedetta Rizzo sono tutti e tre “innovatori” nel senso migliore del termine. Avevamo bisogno di un po’ più di chiarezza nella governance e sapere che sarà direttamente il Presidente del Consiglio il responsabile di questa politica vitale per lo sviluppo ci conforta e ci riporta in una dimensione più europea.

Accanto a queste luci vedo però alcune ombre che rischiano di far fallire l’intera operazione.

In una veloce e assolutamente arbitraria sintesi ricorderei:

  • Centratura: attenzione a mettere al centro del processo le reti (sono certo ad es. che Caio sia in grado di pensare a 360°, ma c’è il rischio che si occupi soprattutto di reti di telecomunicazioni). Certamente la larga banda disponibile per tutti è un prerequisito per l’Italia digitale. Ma siamo proprio certi che il focus sia lì?
    Vi faccio un esempio: sappiamo tutti che uno dei gravi handicap per il nostro tessuto produttivo è la scarsa digitalizzazione (5% del fatturato deriva dall’online, contro il 17% di UK e Germania e il 14% della Francia), ma se chiediamo agli imprenditori perché non usano Internet solo il 2,4% lamenta problemi di accessibilità alla banda larga, mentre per il 27% la risposta è che non gli serve e per il 42% che non è capace. Forse allora sarà meglio spendere i soldi per cambiare la cultura e per far immaginare, attraverso una profonda rivoluzione di comportamenti e adeguati incentivi economici, come può essere il futuro, piuttosto che lasciare tutto così e aumentare la disponibilità di autostrade per chi non vuol viaggiare.
  • Operatività: chi è responsabile delle politiche deve essere in grado di farle funzionare. Invece mi pare che nulla dica il decreto sui colli di bottiglia, ossia sull’enorme quantità di regolamenti attuativi che devono essere emanati “da qualcun altro”. Se la responsabilità politica è sul Presidente del Consiglio facciamo che i regolamenti attuativi siano tutti emanati dalla stessa Presidenza?
  • Ruoli e incarichi: vi confesso una mia allergia. Io sono allergico agli incarichi gratis e basati sul volontariato. Io vorrei che pagassimo i manager (anche Caio) per quanto valgono e per le responsabilità che gli diamo, che li impegnassimo al 100% e gli fissassimo obiettivi ambiziosi e misurabili, e che poi li valutassimo sui risultati. Oltretutto c’è un banale problema amministrativo: un incaricato esterno e volontario non ha effettivo potere decisionale, dovrà necessariamente rimanere un consulente, seppure di lusso, ma abbiamo meno bisogno di chi ci dice cosa dobbiamo fare piuttosto di chi ci effettivamente sia in grado di farlo.
  • Miti: sento sempre più spesso parlare dei fondi europei della programmazione 2014-2020 come del “deus ex machina” che risolverà i nostri problemi di finanziamento. E’ ora di dire chiaramente che questo è falso: in primis perché questi soldi saranno spendibili solo a fine 2015 (se va bene) e non possiamo aspettare altri due anni; poi perché la coperta sarà cortissima, infine, ma è la cosa più importante, perché non c’è nessuna Europa che possa esimerci dalle scelte. Oggi non è vero che non ci sono i soldi per l’economia digitale. Dobbiamo solo decidere di spendere quel poco (ma non così tanto poco) che c’è lì, piuttosto che, ad esempio, nelle infrastrutture stradali o nell’acquisto di macchinari. Dobbiamo insomma avere una visione orientata e chiara dello sviluppo che vogliamo e di che faccia deve avere il Paese quando uscirà dalla crisi. E non sarà l’Europa a dircelo.

 Ci sono poi degli aspetti che sono rimasti in un crepuscolo indistinto, ma che devono assolutamente e velocemente essere chiariti:

  • Rapporti tra i tre livelli di responsabilità. Nell’interessante schema che Roberto Scano fa della nuova governance si vede a colpo d’occhio che i livelli di responsabilità sono almeno tre: l’Agenzia per l’Italia digitale con il suo DG Agostino Ragosa e il suo comitato di indirizzo; il tavolo di coordinamento presieduto da Caio; il livello politico che non è solo del Presidente del Consiglio, perché il decreto non abolisce, ma anzi ribadisce la responsabilità della Cabina di Regia aumentando anche il numero dei protagonisti che passa da cinque a otto con l’aggiunta del ministro della salute, di un presidente di regione e di un sindaco che si affiancano ai ministri dell’istruzione, università e ricerca, dello sviluppo economico, dell’economia, della coesione territoriale, della PA e semplificazione. Insomma una gran confusione in cui è essenziale definire immediatamente ruoli, competenze e livelli di responsabilità. Altrimenti stiamo peggio di prima.
  • Status dell’Agenzia e sua governance. Il direttore generale dell’Agenzia per l’Italia digitale dice pubblicamente che l’assenza dello statuto non pregiudica l’operatività del piano, e caldamente lo spero, ma non ne sono convinto. Senza statuto l’Agenzia non è formalmente costituita e non c’è passaggio burocratico al mondo che possa convincermi che non siamo di fronte ad una grave anomalia e ad una sciatteria istituzionale deprecabile. E’ ora di darci un taglio e di sanare questo vulnus che non è solo amministrativo.
  • Partenza dei tavoli di concertazione. Un punto importante che è sino ad ora rimasto scoperto è quello del coinvolgimento attivo, nella politica per l’Italia digitale, delle componenti del territorio, della società civile, del mondo imprenditoriale. E’ ora che questi tavoli partano e che comincino a riportare al centro quel tesoro di esperienze positive e negative che si sono sviluppate nei territori e nei sistemi regionali, esperienze che possono permetterci di fare un immediato salto di qualità nella progettazione. 
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Commenti

questa analisi ha il gran

questa analisi ha il gran pregio di non enfatizzare, come generalmente, purtroppo, capita, il "valore obiettivo" , alias "digitalizzazione", a discapito dei buoni principi di gestione dei processi, che, in questo caso, più che in altri, si possono e si dovrebbero qualificare sotto il profilo di una crescita culturale in termini di efficienza democratica. Non è proprio il momento di essere accomodanti e fiduciosi, ma quello di sostenere le critiche costruttive fino in fondo.

Qual è la priorità?

Complimenti, ancora una volta, per la lucida analisi. Concordo in particolare sull'avvertimento a non concentrare l'attenzione solo sulla banda larga. Personalmente non solo non credo che sia "la" priorità, ma ho forti dubbi sull'opportunità, in questo momento, di investire anche una piccola parte del budget disponibile sulla stesura di nuovi cavi. Lo stesso "piano Caio" del 2009 non dimostra affatto l'urgenza di tali investimenti, a meno che non vogliamo basare spese miliardarie su generici trend di utilizzo delle reti a livello mondiale (peraltro provenienti da società di TLC). Non ho trovato, neanche sul sito della Commissione Europea, uno straccio di analisi qualitativa della domanda di servizi che richiedono più di 2 Mb. Qual'è la strategia? Vendere in tutto il mondo film italiani (europei) in HD attraverso internet? Se il problema principale, come chiaramente evidenziato nel suo post, è lo scarso sviluppo del commercio elettronico in Italia, allora bisogna riconoscere che la banda larga non centra nulla; allora la priorità diventa favorire lo sviluppo di strumenti di pagamento online standardizzati (ossia tali che ogni cliente possa acquistare da qualsiasi sito), sicuri ed economici; a questo riguardo ritengo che anche il famigerato fattore culturale, spesso citato come macigno insormontabile posto da un fato crudele per vanificare qualsiasi iniziativa, non impedirebbe un'ampio sviluppo di uno strumento con tali caratteristiche (basti pensare, per portare un esempio nello stesso campo, all'ampia diffusione in Italia delle carte prepagate, utilizzate online , non senza qualche ragione, per limitare i rischi di frode).
Bisognerebbe avviare un dibattito serio e approfondito sugli obiettivi delle diverse agende, italiana e europea, non tanto al fine di mediare tra gli interessi dei vari operatori (chi deve dividersi la torta), quanto di favorire, con poche iniziative rapide ed efficaci, il progresso comune.
Siamo ancora in tempo?

sulla Centratura

Penso proprio il focus del problema sia sulla banda larga o meglio sulla copertura nazionale totale, possibilmente non dipendente dal mobile.
Questo proprio perche' e' il prerequisito per un'informatizzazione delle aziende e delle famiglie.
Poiche' il problema non e' triviale e anzi, rischia di essere a lungo termine, il focus principale dovrebbe essere proprio quello e il resto secondario.

So che molti storceranno il naso ma, la verita' e' che la cosa andava fatta tempo fa e ora che i tempi sono maturi per ragionamenti ben piu' profondi siamo costretti ad impegnarci in un qualcosa di abbastanza triviale anche dal punto di vista tecnico.

Approfittiamone per creare un'infrastruttura moderna, nuova che parta gia' con i nuovi protocolli di comunicazione, IPV6 in primis; ecco come trasformare ritardo digitale in un vantaggio competitivo.

Una buona occasione

La centralità strategica dell'attività di indirizzo che l'Agenzia per l'Italia digitale dovrà svolgere, sarebbe una buona occasione per fare un esperimento. Uomini e donne nei Ministeri e nel resto del corpaccione centrale della nostra PA sono tanti, e forse non sempre utilizzati secondo le loro migliori competenze.

Lasciando da parte i dirigenti, perché non riempire gli organici del personale livellato dell'Agenzia con un interpello - molto trasparente e molto pubblicizzato? Sul versante delle procedure e degli strumenti di selezione, sicuramente online, a me vengono in mente le esperienze anche recenti del Formez. In ogni caso, tra riusi ed accordi di collaborazione, sono confidente che la spesa sarebbe prossima al "senza oneri per lo Stato" che viene invocato così spesso dal legislatore.

Una buona occasione, anche "per cambiare la cultura e per far immaginare, attraverso una profonda rivoluzione di comportamenti e adeguati incentivi economici, come può essere il futuro, piuttosto che lasciare tutto così e aumentare la disponibilità di autostrade per chi non vuol viaggiare."

Agenda Digitale-incarichi

ma tutti dalla Bocconi? Ci sono altre scuole di pensiero in Italia, sul tema..

Se a Caio gli avessero affiancato Attias

almeno per gli aspetti culturali, forse avremmo fatto un vero passo avanti nella digitalizzazione del paese