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Le "voci di dentro" e i bisogni dei cittadini

Esattamente un mese fa, in un serrato confronto - promosso proprio da FORUM PA - si discuteva di come si potesse far uscire l’amministrazione pubblica dalla “palude”. Ad elezioni avvenute, e nel contesto che i risultati elettorali hanno definito, la metafora potrebbe essere ulteriormente estesa per chiedersi cosa fare affinché il paese (e non soltanto la pubblica amministrazione) non sprofondi nelle sabbie mobili.

Come ha osservato Carlo Mochi Sismondi su queste colonne la scorsa settimana, non è questo il luogo per entrare nel merito delle possibili soluzioni che servano a dare un governo al paese, né credo di aver titolo alcuno a farlo. Pongo però, a mio modo, anche qui sulla scorta di suggestioni dell’editoriale della settimana passata, un problema legato – in misura non marginale – alla governabilità. Intesa come condizioni necessarie per apportare alcune modifiche indispensabili alle regole primarie della convivenza civile, per restituire alla politica il ruolo che ad essa compete, per ridare fiato all’economia, per dare speranza alle giovani generazioni.

Mi fermo su questo terreno, convinto di aver già sconfinato, chiarendo che gli accenni fatti erano funzionali a un ragionamento proprio sulle istituzioni e sul ruolo di coloro che in esse operano. Non è assolutamente pensabile che l’agenda politica - qualunque sia la soluzione agli esiti del voto - abbia tra le sue priorità il tema dell’assetto delle amministrazioni pubbliche. Da ciò, una conseguenza (evidentemente del tutto opinabile) che può essere racchiusa nello spazio di uno slogan: invece di aspettare che il governo venturo parli di pubblica amministrazione, facciamo parlare le pubbliche amministrazioni. In altri termini: gli operatori pubblici (a tutti i livelli, senza distinzioni di rango, responsabilità, collocazione) provino a dar prova della loro capacità di essere un pezzo importante di questa società, essendo quelli che sono chiamati a occuparsi quotidianamente della cura dei "beni comuni".  

Come farlo? Provando ad alimentare, nell’arco di alcune settimane, una sorta di “mobilitazione” di idee e contributi – da sottoporre a chi sarà chiamato a governare il paese, ma anche all’attenzione dell’opinione pubblica – provenienti dall’esperienza di chi sta sul campo. E conosce, e quasi sempre è in grado di interpretare, la domanda sociale. Non per sostituirsi alla politica (né ai politici), ma con l’obiettivo di formulare proposte su temi di interesse generale. Senza la pretesa di essere portatori di verità, ma con la tenace volontà di evitare che i bisogni dei cittadini (nel loro variegatissimo spettro) continuino a restare largamente disattesi, facendo così allargare lo scollamento tra istituzioni e società. Sarebbe, a ben vedere, anche un modo per cercare di sfatare il luogo comune della sostanziale “irresponsabilità sociale” della pubblica amministrazione, tanto radicato quanto ingeneroso.

Un refrain costante della campagna elettorale (nonché elemento non ultimo dell’esito del voto) è stato: “dare voce ai cittadini”. Esigenza dalla quale non si può prescindere. Proprio per tale ragione, dimostrare che le “voci di dentro” – come vennero definite da Sabino Cassese quelle dei pubblici funzionari – non si discostano, ma anzi spesso coincidono con le esigenze dei cittadini. Anche perché provengono da una cospicua (numericamente) parte della società stessa.

Stamattina, al convegno del Formez “Agenda 2020”, il ministro Barca, parlando dello scarto tra azione svolta e conoscenza che di essa ha la pubblica opinione, ha sostenuto: “deve esserci qualche problema di comunicazione”. Chi può negarlo?


*Stefano Sepe, il profilo su SaperiPA

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Commenti

caro stefano

caro stefano condivido la tua proposta di far "parlare" le PP.AA. attraverso la voce di noi operatori. Tuttavia qualsiasi riflessione seria sulla PA deve partire dal gravissimo problema del rapporto tra politica e amministrazione e dal mancato riconoscimento del merito e delle competenze: le PPAA come ben sappiamo sono gestite da una dirigenza che per lo più è arrivata li per altri meriti che non la competenza. E i risultati sono sotto gli occhi di tutti. Non funziona nulla o poco per il banale motivo che non si hanno le conoscenze adeguate per gestire, innovare, riorganizzare, ammodernare. Le aziende che operano bene, che sono in attivo non si potrebbero mai permettere un management scarso o incompetente,,ma nella PA questa è più o meno la regola ...tanti di noi hanno potuto verificarlo di persona e magari come nel mio caso, lo hanno vissuto sulla propria pelle: anni e anni superati da direttori generali amici di ministri, iscritti al partito di turno, affiliati a CL o ad altro movimento...con nessuna dico nessuna competenza se non la garanzia di essere fidatissimo. Guardate dentro il ministero del lavoro e vedete cosa c'è: neanche un dirigente entrato nel 2001 (eravamo un grupo di bravi giovani dirigenti qualcuno con già una consolidata esperienza nella PA come nel mio caso cominciata da un corso di reclutamento - il IX - e altri arrivati direttamente dal corso concorso da dirgente è stato riconosciuto "degno" di assumere una direzione generale,..tranne uno.... non ci vuole molto a far funzionare bene una struttura organizzativa anche complessa...basta metterci le persone che lo sanno fare.. e i dirigenti pubblici mediamente (mediamente perché per fortuna non siamo tutti cosi) non lo sanno fare perché sono stati messi li a presidio di un potere e non per avere cura dei beni comuni e dell'interesse pubblico.
ti saluto e a presto