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Un'altra idea sulla città (pubblica) intelligente

Ho seguito, con interesse ma non senza qualche perplessità, buona parte della tre giorni di Smart City Exhibition, a Bologna. Era quella stessa perplessità che in generale provo quando il termine città viene additivato con specificazioni varie: smart in questo caso, sostenibile, ecologica, a impatto zero e così via, in tante altre occasioni.

Non perché a tali specificazioni non stia dietro una questione reale, o un punto di vista specifico che merita doverosi approfondimenti; quanto piuttosto perché spesso accade che prevalga un effetto “alla moda” della parola d’ordine del momento, che fa perdere di vista un orizzonte più vasto ed organico e fa diventare il ragionamento autoreferenziale, conducendo inevitabilmente a letture parziali e semplicistiche di una questione, quella urbana, a mio avviso alquanto articolata.

Nella specificazione smart, di cui pare condiviso che non si riesca per ora a dare una definizione univoca (quando e perché una città è “smart”?), ci sono tuttavia alcune potenzialità di un certo interesse per chi si vorrebbe occupare di città-e-basta, e lo fa con gli strumenti propri dell’urbanistica, scontrandosi con alcune questioni irrisolte – e forse irrisolvibili – con i metodi tradizionali.

La tecnica urbanistica che ancora pratichiamo ha tentato, fin dalle sue origini, di governare lo sviluppo delle città fondandosi su alcuni presupposti che oggi denunciano limiti evidenti. Regole, norme e relativi strumenti applicativi dovevano essere necessariamente semplici nella loro applicazione, riconducibili quindi ad elementi oggettivamente misurabili, come distanze, superfici, densità, a cui poter ricondurre ipotesi di “qualità” urbane tutte però da dimostrare.

Per essere semplici dovevano anche essere necessariamente sommari, cioè in altre parole relativamente grezzi: non potevano certo soffermarsi a cogliere sfumature o dettagli, né tantomeno le storie delle pietre e soprattutto delle comunità, che invece spesso differenziano brani di città apparentemente piatti ed anonimi.

Oggi considerazioni di questo tipo cominciano ad essere più condivise: il dibattito disciplinare, oltre a sottolineare i limiti dello zoning, evidenzia la limitatezza di un approccio meramente quantitativo. L’idea stessa di  quantità è sempre più in discussione come efficace indice di qualità.

In questo incide anche un problema di risorse: se ad esempio fino a qualche tempo fa le amministrazioni più accorte andavano fiere di incrementare il proprio standard di verde pro-capite, oggi si interrogano perplesse su come faranno a tenerlo sfalciato e pulito. Ciò che era valutato come massimo bene per una collettività, con incredibile rapidità rischia di diventare un problema: un parco mal curato, una scuola con intonaci sbrecciati, una fermata dell’autobus soppressa generano sensazioni di degrado e di progressivo declino.

Fenomeno che si amplifica ancora di più nelle città che hanno raggiunto e saputo garantire livelli elevati di welfare e di qualità diffusa: perché è inevitabile che una volta “abituati” i cittadini all’esistenza di un bene pubblico ed alla sua fruizione, l’esistenza di quel bene viene assunta come fatto dovuto: nessuno ringrazierà più perché c’è, tutti si lamenteranno se non funziona come ci si aspetta.

In un periodo probabilmente lungo di risorse decrescenti, garantire alti livelli prestazionali di quella che potremmo definire la “città pubblica” può diventare difficile. Forse del tutto impossibile se si continua a replicare per inerzia una tecnica urbanistica che in realtà non si è mai preoccupata granché di una qualche forma di controllo di gestione.

In altri termini, nei meccanismi di trasformazione del territorio l’acquisizione delle cosiddette dotazioni territoriali (gli standard urbanistici, per i loro vari usi: urbanizzazioni primarie, verde urbano, scuole asili servizi, ecc.) si è fondata e giustificata sull’idea che “di più è comunque meglio”. 

Il riuscire a sottrarre alla “città privata” (e dunque alla rendita) pezzi di “città pubblica” è da sempre uno dei principali obiettivi, nonché vanti, della disciplina urbanistica. Il che, di per sé, non è certo un male.

Un problema però sorge quando una capacità talvolta anche efficace di “sottrazione” non è accompagnata da una altrettanto valida espressione di progetto urbano: cioè quando a questa dotazione di aree non consegue una efficace costruzione di spazio pubblico, intesa come sequenza di luoghi e temi riconosciuti e riconoscibili dalla comunità.

Quando ciò accade, cioè molto spesso, resta una collezione di aree accumulate alla proprietà pubblica di cui poi, al manifestarsi di un bisogno o di una occasione, si penserà che fare. Si potrà obiettare: meglio comunque così che non averne, di aree pubbliche. Forse sì, ma è innegabile che a questo processo sia molto riconducibile, oltre che una diffusa e percepita mancanza di significati della città contemporanea, anche una scarsa efficacia del sistema della “città pubblica”.

Mi capita, per ragioni di lavoro, di partecipare a diversi incontri con cittadini e abitanti: riunioni che spaziano dai problemi spiccioli quotidiani (la buca nella strada o il marciapiede sconnesso) a visioni future per il proprio quartiere o la propria città. Seppure con i dovuti distinguo, la discussione coagula quasi sempre in alcuni slogan ricorrenti, e la soluzione pare vada sempre ricercata nel “più verde”, “più piste ciclabili”, “più luoghi di aggregazione”. In qualche più rara occasione, nel “manca una piazza”.

Eppure, se c’è una capacità innegabile da riconoscere alla storia urbanistica della città in cui vivo e lavoro è certo quella di produrre città pubblica, quantomeno dal punto di vista – appunto – quantitativo.

L’interpretazione a motivo di questa incongruenza la ritrovo nelle considerazioni sopra fatte: cioè che, in estrema sintesi, ad una sostanziosa “quantità” non corrisponda un adeguato “rendimento” urbano di questi spazi: ci sono, ma pare quasi non se ne senta la presenza, non se ne dispieghi il beneficio.

Con il termine rendimento penso alla capacità di risposta che un determinato spazio o servizio riesce a fornire rispetto agli obiettivi per i quali esso è stato pensato. E un criterio di misura sintetico di questo rendimento può consistere nel livello di apprezzamento – in senso lato – che riesce a generare nei suoi utenti.

Ma cosa c’entra l’essere “smart” in tutto questo? Forse proprio in quanto possibile strumento di misura di questo rendimento.

Provo a spiegarmi meglio: la lotta tra quantità e qualità è da sempre assai delicata. L’ostacolo principale contro la seconda sta proprio nella sua valutazione: fattori quantitativi sono bene o male misurabili, fattori qualitativi lo sono molto meno. E’ un po’ la vecchia storia del non è bello ciò che è bello…

Ma allora, possiamo misurare quando la città pubblica – contemporanea, mi viene da aggiungere – “piace”?  Con un ragionamento certo un po’ più raffinato del semplice click su una manina con il pollice alzato.

E’ difficile misurare il livello di soddisfazione di chi vive, usa, abita un determinato luogo o servizio. Certamente impossibile, fino a solo qualche anno fa, sarebbe stato misurarlo in maniera continua: il classico strumento del questionario come tutti lo conosciamo produce riposte statiche, a volte già superate al momento della sua ultimazione.  

Allora mi chiedo: le tecnologie della smart city, quelle che oggi già conosciamo, e soprattutto quelle che rapidamente evolveranno, possono aiutarci in questo percorso? Io penso di si.

Potremmo immaginare, in un futuro molto prossimo, di “sapere” molto di più della città pubblica, di conoscerne meglio la resa. Potremmo immaginare di sapere come risponde alle richieste ed alle esigenze dei suoi utenti veri, ad esempio. Sapere quanto lo usano, per quanto tempo. Forse anche come lo usano. Sapere quanti sono questi utenti: sapere cioè se quello spazio o quel servizio sta soddisfando pochi o molti rispetto alle attese iniziali, o rispetto ai costi di gestione che esso genera. Sapere molto di più dei costi stessi.

In modo analogo, potremmo sapere qualcosa in più anche della città pubblica “futura”, quella che ancora non c’è e che bisogna progettare. Conoscere cosa chiedere, magari, ad una determinata operazione di trasformazione del territorio, se una chiesa una scuola o un campo da calcio: perché a questi oggetti che ricomprendiamo volgarmente nella categoria delle “urbanizzazioni secondarie” corrispondono significati urbani assai differenti. Oppure, capire che non occorre chiedere proprio nulla perché non ce ne è bisogno, e recuperare risorse piuttosto che aree, per fare manutenzione a quello che già c’è, e che forse in quel contesto già basta.

In questa idea, allora, lo spazio pubblico “intelligente” è quello che è capace di dare misura del proprio rendimento, e di farlo in maniera pressoché continua. A questa intelligenza si devono accompagnare, come condizione necessaria, forme di flessibilità ed adattamento. Laddove vi sia la possibilità di misura di un rendimento, occorre infatti mettere in atto le necessarie azioni perché questa misura raggiunga livelli adeguati, oppure sappia mantenerli nel tempo.

Questo processo conduce anche ad una diversa interpretazione di alcuni strumenti urbanistici, almeno per come li abbiamo fino ad ora interpretati. Penso in particolare al Piano dei Servizi, che potrebbe evolvere in un più ricco ed utile Piano del Rendimento Urbano, cioè in una forma continua di gestione, monitoraggio, revisione, aggiornamento delle risorse pubbliche che la città offre.

Abbandonando, vale la pena di sottolinearlo, una logica statica per assumere invece una dimensione continua e dinamica di pianificazione, o meglio di gestione del piano: perché in effetti gli usi urbani sono fatto alquanto cangiante nel tempo.

Senza dimenticare, tuttavia, che la città ha anche sue inevitabili e sacrosante inerzie, rappresentate nei suoi fatti fisici, che poco hanno di smart, e che piuttosto molto farei derivare dall’applicazione di una profonda cultura di progetto urbano: ben venga l’intelligenza, quando si parla di spazio pubblico, ma sempre ricercandone la bellezza.


* Marcello Capucci è Dirigente del Servizio Trasformazione e Progetti Urbani del Comune di Modena

 

 

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Commenti

spazi pubblici

D'accordo con Capucci su tutta la linea. Fermo restando il valore storico della conquista degli standard urbanistici nel 68 è evidente a tutti che il fuoco va spostato su qualità,custodia, gestione,valorizzazione di spazi pubblici e servizi.
Come biennale dello spazio pubblico pubblichiamo domani un bando di concorso abbastanza anomalo che sta a cavallo tra progetto-programma - gestione..
la ricerca continua..
la collaborazione tra Smart city exibition e Biennale spazio pubblico forse ci consente di allargare il dibattito e fare qualche passo avanti concreto.

la città è smart se la campagna è smart

complimenti per l'articolo, mi sembra che in chiave urbanistica venga posta la contapposizione tra PIL (prodotto interno lordo) e BIL (benessere interno lordo).

Alcune considerazioni:
- le città medio piccolo sono nativamente più smart delle città grandi perchè favoriscono le relazioni e la circolazione del sapere senza dover disporre di tecnologia accessoria (che costa allestire e mantenere).
- una città smart deve tenere in considerazione l'equilibrio della città (dove finisce?) con la campagna, che tra l'altro fornisce alle città le materie prime. Se rendiamo smart le campagne probabilmente facciamo "migrare" meno popolazione verso le città e preveniamo i problemi da che derivano dall'eccesso di densità di popolazione
- una pianificazione urbanistica dinamica basata su indicatori dinamici può essere una risposta adeguata ma richiede prima di tutto un cambiamento radicale nel modo di pensare dei cittadini, tecnici, politici e amministratori.
Ovviamente la disponibilità di indicatori rappresentativi è fondamentale.

Densità di popolazione

Non è la densità della popolazione a rendere le nostre città invivibili ma la densità degli autoveicoli legata alla morfologia della città e alla convinta e perseverante follia dell'urbanistica realizzata nei piani delle città. Il legame culturale che viene ripoposto è ancora e sempre l'elogio dell'automobile di futuristica memoria. A nessuno è mai venuta l'idea che non c'è ragione di avere strade per automobili se i percorsi a piedi sono veloci e l'esempio è Venezia che ha la pessima abitudine di stare sull'acqua o sotto, ma che vede milioni di turisti affollarsi per calli in maggioranza di non più di tre metri di larghezza. Non è solo bellezza ma anche funzionalità e salute, è l'esempio ineguagliato di una città pedonale.

ruolo economico verde urbano

condivido pienamente l'approccio e sosteniamo da tempo come la non-cultura gestionale del verde urbano, al punto da non saperne cogliere le opportunità che genera una sua conversione in foresta energetica urbana in termini di vivibilità e facilitazione della gestione, genera un degrado e un'implementazione dei costi, come non viene ad essere sfruttato il potente volano per attivare politiche di restyling urbano.
Il nostro interrogativo è quello di sempre, come favorire un cambio che riteniamo debba essere culturale e sopratutto di mentalità tecnica ?

stefano mengoli

Smart city

Nei tre giorni di Bologna non ci sono stati interventi di genio urbanistico. Pinzillacchere come "Vi diciamo dove trovi il parcheggio" o il palo che ti ricarica il telefonino o la bicicletta che tu pedali e ti ricarica in bella mostra nei padiglioni e spesso citata dai relatori/organizzatori. Sul come fare a rifare le città neppure un'ideuzza striminzita. Molti soliloqui, qualche frasetta degna di nota e molto tempo perso a raccontarsi come si è stati bravi a buttare soldi pubblici per .. pinzillacchere. In maggioranza ci si chiedeva cosa fare e quali soldi trovare. Neppure i relatori provenienti da altri paesi hanno fornito proposte di quanche rilievo e in definitiva le città si arrangeranno medicandosi alla meglio. Purtroppo si può fare molto se solo si capisse che esiste un pensiero laterale anche nell'urbanistica. Le città devono essere rifatte daccapo e devono essere orizzontali e compatte in 1/20 delle superfici attualmente occupate, con residenze, produzione, commercio e servizi nelle stesse aree con una densità minima di 300ab/ha. Le persone vogliono abitare in case unifamiliari e avere tutto a portata di mano, vogliono zero inquinamento, riciclo e depurazione totale, sicurezza totale, divertimento, sport , verde totale e tempo libero, non vogliono l'automobile perchè non deve essere necessaria e vogliono abitare in centro e avere la natura fuori dell'uscio. Tutto questo si può fare subito e a costo zero per il pubblico e a costo zero anche per il privato ricavandone allo stesso tempo posti di lavoro a tempo indeterminato per tutti gli abitanti ovvero la possibilità di ripagarsi l'abitazione senza problemi. Si può fare ma per prima cosa buttando la carta d'Atene dove merita di stare.

la città che vorrei

Lavorando in comuni di grosse dimensioni (circa 100.000 abitanti) dal 1996, anche se non mi sono direttamente occupata di urbanistica, ho potuto constatare che il processo di pianificazione urbanistica o di riconversione e recupero urbano delle città viene scarsamente accompagnato da analisi statistiche mirate, dalla rilevazione dei fabbisogni abitativi reali, culturali, di mobilità, del tempo libero, dalle dinamiche demografiche, dalle dinamiche stagionali di utilizzo delle città, ecc…. Spesso le pianificazioni non hanno un’anima, risultano prive di uno sguardo approfondito sulla qualità della vita da assicurare ai cittadini e della sostenibilità nel tempo degli interventi ivi previsti. Si dovrebbe partire da una considerazione di carattere tecnico: “Non tutto si può fare e non tutto è sostenibile a medio lungo termine “ con risorse pubbliche, perciò si dovrebbe prelminarmente effettuare una lettura della città nel suo attuale scenario urbano e sociale, individuare i punti di forza e di debolezza rispetto ai parametri sopra indicati (fabbisogni abitativi, culturali, …) e tracciare un percorso di trasformazione della città che vada strategicamente nella direzione quanti-qualitativa auspicata, che coinvolga il privato e i suoi interessi imprenditoriali, coniugandoli con gli interessi più generali. Aree urbane pubbliche inutilizzate o degradate, dovrebbero costituire motivo di riflessione e oggetto di trasformazione che non può solo andare nella direzione della “privatizzazione” solo perché il comune non è capace di utilizzarla o di mantenerla in modo decoroso. Queste aree potrebbero essere “concesse” a privati selezionati pubblicamente, che siano in grado di offrire dei servizi necessari su quelle aree e ai quali si potrebbe riconoscere, nelle forme che individuano e quotano il reciproco interesse, il “rendimento” pubblico prodotto. Una città smart per me è una città in cui le struttura urbana sia funzionale alla migliore fruibilità degli spazi comuni, dei servizi necessari e indispensabili e che consenta uno sviluppo dinamico dei servizi e degli spazi collettivi e privati, senza compromettere l'armonia generale e le vocazioni del territorio.

commento al bel contributo di Marcello Capucci

Scrivo per spingermi un poco piu' in la' del collega e amico Mario Spada, con il quale collaboro nell'organizzazione della seconda edizione della Biennale dello Spazio PUbblico. Gli interrogativi sui rischi e le promesse della smart city sono stati affrontati anche nell'incontro "Smart Cities: futuro prossimo o ennesimo mito?"organizzato dal Dipartimento DATA della Sapienza di Roma il 21 novembre scorso. Le conclusioni sono state simili alla tesi di Capucci: cerchiamo di utilizzare la tecnologia per affrontare i problemi complessivi della citta' pubblica e del miglioramento della qualita' della vita, soprattutto per gli esclusi ed i vulnerabili. Spada cita il concorso appena uscito, ma c'e' dell'altro. Sarebbe interessantissimo se Modena potesse organizzare una giornata di lavoro sul tema "Viaggio nei Comuni delle buone pratiche" proprio sul tema affrontato da Capucci: progettare e realizzare spazio pubblico - e poi?
Uno dei progetti piu' interessanti che la Biennale porta avanti e' la "Carta dello Spazio Pubblico". E ' proprio in questo documento che vorremmo inserire principi virtuosi in materia, ma anche elementi concreti per il buon operare. E la questione delle risorse e' fondamentale.
Infine, stiamo cercando di organizzare una sessione alla BIennale del 16-17-18-19 maggio prossimo proprio sul tema "Spazio pubblico e citta' intelligente". Capucci si ritenga reclutato fin d'ora. SAVE THE DATE!

Ringrazio per i

Ringrazio per i commenti.
Soprattutto fa piacere che nascano riflessioni e sollecitazioni.

C'è molto da fare, sulla città in generale e soprattutto sui "ferri del mestiere" che chi lavora sulla materia si trova ad utilizzare tutti i giorni. Società e (dunque) città in profondo cambiamento hanno bisogno di riflessioni e pensieri aggiornati, che si traducano poi in strumenti, ma che soprattutto rimettano a fuoco i veri obiettivi da ricercare, a mio avviso in una visione che deve sempre essere capace di ricondurre a sintesi i vari specialismi. Si chiama semplicemente fare urbanistica. Cosa che, negli ultimi anni, non sta avvenendo.

Ben volentieri verremo alla Biennale dello Spazio Pubblico. Risentiamoci.

LA CITTA' E' SMART SE PIANIFICA IN MODO SMARTER

Il limite dell' attuale approccio SMART, limitato perché imperniato su un approccio prevalentemente informatico e non sistemico e su un approccio più furbo che intelligente, è la mancanza di un processo continuo di pianificazione (non solo di un piano) per lo SSSRBC, lo Sviluppo Sostenibile e Solidale dei Redditi e del Benessere della Comunità (elaborazione su fonte UE 1995).

Nella visione SSSRB c'è la proposta di un diverso approccio:
S, non solo crescita quantitativa ma sviluppo anche e soprattutto qualitativo;
S, non solo sviluppo ambientale ma sviluppo economico con i suoi investimenti, i suoi costi ed i suoi ritorni nel tempo;
S, non solo per i più bravi ed i più ricchi ma anche solidale ed inclusivo per i meno fortunati;
R, non solo parole o slogan ma target oggettivi e misurabili in termini di redditi incrementali;
B, non solo obiettivi quantitativi generali ma obiettivi di benessere incrementali e specifici per ogni singola persona perché il benessere è soggettivo;
C, non solo territorio ma prima di tutto le persone della Comunità.

In particolare una città è SMART quando pianifica, si gestisce con successo per Obiettivi razionali ed emozionali e lavora in modo SMARTER, e non solo più duramente (fonte: TTI, MKT 1995). Una città è SMARTER se definisce, in modo bilanciato tra il lungo ed il breve periodo e per i suoi diversi segmenti di persone, obiettivi:

S, specifici;
M, misurabili;
A, raggiungibili anche se sfidanti;
R, basati sui risultati;
T, tempestivi, nel rispetto dei tempi;
E, valutabili dalle diverse parti interessate;
R, riesaminabili e costantemente migliorabili.

Dall' inizio degli anni novanta la "new economy" ha imperversato tentando di bruciare e stravolgere le visioni, le prospettive, i metodi e gli strumenti che si erano evoluti nel tempo solo per effimere ingordigie finanziarie, imperiali e pseudo culturali. L' economia ha rimesso ciascuno al proprio posto.
Il mio contributo (qualcuno la chiama economia sociale di mercato, altri CSR, altri Quality Management, altri ancora Stakeholder Management): propongo un approccio alla SMART CITY ed allo SMART TOWN basato sui riferimenti della “economia marketing, quality, finance and people oriented” con lo standard Iso IWA 4. In questo contesto il ruolo della ICT è importante ma non può essere un ruolo da driver.

Se volete approfondire: dimitri.marcello@alice.it
Buon Anno Italia!