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Per Rbm Salute-Censis sono più di nove milioni gli italiani esclusi dall’accesso alle prestazioni sanitarie per ragioni economiche

Sono stati presentati a Roma, nel corso della seconda edizione del “Welfare Day”, i risultati della ricerca “Il ruolo della sanità integrativa nel Servizio Sanitario Nazionale”. Secondo l’analisi, nel corso dell’ultimo anno 5 milioni e 600mila donne e 3 milioni e 500mila uomini non hanno potuto usufruire delle prestazioni del SSN per mancanza di disponibilità finanziarie. Per contro, il 77% dei pazienti dei pazienti che ricorrono alle strutture private sono costretti a farlo per le lunghissime liste d’attesa nelle strutture pubbliche. Una situazione generale che mostra sempre più evidenti i segnali di crisi del sistema, e che rafforza il ruolo dei fondi integrativi che operano nel settore.

A Roma, lo scorso martedì 5 giugno, nel corso della giornata dedicata alla seconda edizione del “Welfare Day” – organizzata da Rmb Salute e Previmedical, e dedicata all’analisi e all’evoluzione del sistema del “Welfare contrattuale” - è stata presentata la ricerca effettuata da Rbm Salute-Censis (in collaborazione con Munich Re) sul tema “Il ruolo della sanità integrativa nel Servizio Sanitario Nazionale”. Lo studio ha messo impietosamente in luce come più di nove milioni di italiani (per l’esattezza 9 milioni e 100mila in totale, con una netta prevalenza femminile: 5 milioni e 600mila rispetto a 3 milioni e 500mila maschi) nel corso dell’ultimo anno, non abbiano potuto accedere ad alcune prestazioni sanitarie di cui avevano bisogno, una sorta di “esclusione” dal sistema avvenuta esclusivamente per mere ragioni economiche. Nel particolare, Censis ha stabilito che si tratta di quasi due milioni e mezzo di anziani, cinque milioni sono gli individui forzatamente “tagliati fuori” dalle opportunità di cura che vivono in coppia con figli, e quattro milioni sono quelli residenti nel mezzogiorno d’Italia.
 
Le principali cause che hanno portato alla luce questi numeri - parecchio allarmanti - sono dovute essenzialmente ai piani di rientro delle spese sanitarie pianificati dalle amministrazioni regionali e dai primi effetti dello spending review (chi lo diceva che prende piede a rilento?), due elementi che hanno causato un crollo verticale del ritmo di crescita della spesa pubblica nel settore. Infatti, analizzando il periodo, si è passati da un tasso di incremento medio annuo del 6% nel periodo 2000-2007 al +2,3% del periodo 2008-2010. La flessione si registra - appunto - soprattutto nelle regioni con piano di rientro, dove si è passati dal +6,2% all’anno nel periodo 2000-2007 a meno dell’1% di crescita media annua nel periodo 2008-2010. La spesa sanitaria privata invece è aumentata più che nel periodo pre-crisi: +2,2% medio annuo nel periodo 2000-2007 e +2,3% negli anni 2008-2010 (l’incremento complessivo nel periodo 2000-2010 è stato del 25,5%). Assolutamente interessante e preoccupante il dato che evidenzia come il 77% di coloro che ricorrono alle strutture private sia costretto a farlo a causa della lunghezza delle liste d’attesa, quasi sempre insostenibili e inaccettabili, soprattutto se ad averne bisogno sono quei pazienti che abbisognano urgentemente di una diagnosi.
 
Scendendo ancor più nel particolare, i dati hanno acclarato come a definire la situazione di peggioramento del servizio sanitario nella propria regione sia stato il 31,7% degli italiani, e si tratta esattamente di un balzo di 10 punti percentuali in più nel 2012 rispetto al 2009 (parallelamente, le persone che avvertono invece un miglioramento sono diminuite di oltre 7 punti percentuali). E la situazione, in prospettiva, è se possibile destinata a peggiorare, e in maniera considerevole; secondo la ricerca, infatti, nel 2015 è previsto un gap di circa 17 miliardi di euro tra le esigenze di finanziamento della sanità e le risorse a disposizione nelle regioni: l’allargamento della forbice in termini di iniquità sociale appare (sempre più) evidente, così come si prospetta prioritario il reperimento di nuove risorse aggiuntive per impedire che meno spesa pubblica significhi più spesa privata e (soprattutto) “meno sanità” per chi non può pagare.
 
E’ per questo che il “Welfare Day” ha messo in luce come la sanità complementare in Italia - un universo composto da centinaia di fondi integrativi, a beneficio finora di oltre undici milioni di assistiti – possa rappresentare un’alternativa da prendere in considerazione. Nell’analisi effettuata è stata posta particolare lente d’ingrandimento su quattordici fondi sanitari che già si “prendono cura” di oltre 2 milioni di assistiti, con importi richiesti in seguito a prestazioni pari a oltre 1,5 miliardi di euro nel triennio 2008-2010, riferiti al 55% per prestazioni sostitutive (ricovero ospedaliero, day hospital, ecc.), mentre il restante 45% degli importi ha riguardato quelle integrative (cure dentarie, fisioterapia, ecc.). Di rilievo - ed era questo uno degli scopi principali della ricerca - risulta la funzione finora svolta dai fondi aziendali rispetto a quelli istituiti dalla contrattazione collettiva nazionale, che hanno mostrato di garantire in misura maggiore la copertura anche alle famiglie degli iscritti, inclusi minori e anziani, definiti in gergo come soggetti “più vulnerabili”.

 

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