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Donna in gravidanza? Te lo do io il “mobbing strategico”!

PAssepartoutOrmai tanto tempo fa, nell’ambito della ristrutturazione di una grande azienda – era la Standa, proprietà del gruppo Fininvest, che poco prima di essere venduta aveva bisogno, la chiamavano proprio così, di “una corposa cura di sfoltimento” – mi domandavo come facesse il capo del personale della sede centrale (dove lavoravo anch’io, alle Relazioni Esterne ed Interne del Gruppo) a mantenere calma e sorriso davanti al fatto che doveva licenziare (anzi: lo stava già facendo, in notevole quantità, giorno dopo giorno) un gran numero di persone. Mi diedero dell’ingenuo, ed in effetti lo ero (e senz’altro lo sono ancora). La risposta era semplice, quanto (per chi me la dava) ovvia: per ogni testa che sarebbe riuscito a “tagliare”, l’azienda aveva previsto di riconoscergli un surplus economico. Naturalmente, dipende dal pelo sullo stomaco del quale ognuno può essere (o no) dotato, ma mi ricordo che il primo pensiero (rimasto anche quello di oggi) fu che in nessun caso e per nessuna cifra avrei potuto fare quel “mestiere”, ed ero contento che il mio percorso professionale fosse ben diverso dal suo, e che quasi mai avessimo per fortuna modo di sfiorarci nelle nostre rispettive competenze.

Questa premessa per arrivare all’argomento di oggi, che vuol anche essere un omaggio e un riconoscimento alla figura delle donne in ormai deciso periodo post-8 marzo, così ci ricordiamo di loro anche una settimana dopo, e magari quella dopo e quella dopo ancora.

Infatti, credo che se è difficile licenziare chicchessia, ancor più difficile se non impossibile – e non solo per le anime ingenue come la mia – sia farlo quando la persona da cacciare è una donna in attesa di un figlio. E se poi lo si fa magari con il corollario di qualsivoglia riconoscimento economico, per me la sensazione di insopportabilità raggiunge vette inenarrabili.

Dico questo perché sembra ormai prassi comune e consolidata quella per cui molte aziende organizzano – attenzione! – addirittura dei corsi di “mobbing strategico”, che in parole a noi tutti comprensibili vuol dire: come disfarsi di un (quasi doppio) peso superfluo e (magari) continuare a vivere felici e, forse (se le modalità si rifanno a quella mia esperienza passata) anche un po’ più ricchi. Questo e non solo si evince leggendo le storie raccolte da Chiara Valentini e pubblicate nel suo libro “O i figli o il lavoro”, recentemente pubblicato da Feltrinelli. Già dal titolo, il dramma - dell’alternativa quasi obbligata fra le due “funzioni” - si palesa in tutta la sua drammaticità, ma lo sconcerto aumenta quando a parlare sono i numeri, visto che sarebbero ben 800mila le donne che ogni anno perdono il posto di lavoro a causa della gravidanza, “spinte” a farlo da qualche illuminato stratega istruito ad hoc sulle modalità di trattamento del mobbing in gravidanza, dalle lettere di dimissioni fatte firmare in anticipo o semplicemente da casi singolari e del tutto “creativi” per favorire l’allontanamento di professioniste magari inappuntabili che però hanno avuto la malaugurata idea di seguire il corso di madre natura e concorrere nel dare continuità alla nostra specie.

Le storie narrate nel libro sfiorano talvolta il paradossale, come quella di una futura mamma, laureata con specializzazione e operante in un reparto maternità (e qui la beffa è totale) costretta ad abbandonare il posto per accettarne uno in nero, in una clinica privata e sobbarcandosi turni soprattutto notturni. Oppure quelle di chi ha dovuto armarsi di bustino e corde strette per nascondere la pancia crescente e incipiente - manco fossimo precipitati improvvisamente indietro di un paio di secoli - e in qualche caso si è trovata poi madre di un figlio nato con qualche problema fisico, e nemmeno tanto lieve. Se possibile, il dramma continua ancor peggio anche dopo, a concepimento avvenuto, visto che poi le possibilità di rientro nel mercato del lavoro per le neo-mamme sono davvero scarse, e lo sono ancor di più in questo periodo, quando è la crisi a farla da padrone e spesso l’unica alternativa possibile (ma questo, ad essere fortunate) è la precarietà.

L’autrice supporta il tutto anche con statistiche, indici, parametri e pareri degli esperti: una lettura che se non fosse tragica risulta anche agile e molto interessante oltre che istruttiva, anche se a ben pensarci di istruirci su queste cose avremmo voluto poterne fare assolutamente a meno.

Ci resta una speranza: che il libro di Chiara Valentini non capiti in mano a qualche stratega del marketing applicato al caso, visto che al peggio non c’è mai fine, e qualcuno potrebbe scoprire come comportarsi di conseguenza, appunto: ancora peggio. E magari compiacersene, e farci pure sopra una bella cresta guadagnata cacciando dalla sua azienda qualche mamma in dolce attesa, che così diventerebbe agra in un batter d’occhio. Vuoi mettere, ad esempio, per il nostro “esperto in marketing strategico sul mobbing applicato alla gravidanza” la soddisfazione di poter poi fare un bel regalo alla moglie grazie al surplus economico che si è così onestamente conquistato, senza che la coscienza sia scossa dal benché minimo plissé?

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Commenti

Siamo tornati indietro di 60

Siamo tornati indietro di 60 anni, vengono i brividi a pensare a come sia stata possibile questa terribile involuzione... e speriamo che a qualche politico alla Brunetta non venga in mente di premiare l'efficienza di tali "esperti in marketing strategico sul mobbing applicato alla gravidanza"... ora che i lavoratori (e, per casi come questi, ancor più le lavoratrici) vengono trattati come numeri e non come persone.

...e non ci vedo nulla di

...e non ci vedo nulla di male !!! :-)

Le donne DEVONO rimanere a casa a crescere il loro bimbo una volta concepitolo, e questo non xche' siano inferiori agli uomini o in qualche misura meno capaci, ma xche' il bimbo ha bisogno della sua mamma.

Pena qualche patologia psichiatrica...come e' successo a mio fratello, che e' venuto su' mezzo scemo proprio a causa dell'assenza/presenza di mia madre, lavoratrice nel turismo negli anni '70.

La via sana al lavoro per le donne, e il loro rientro quando il bimbo diventa autosufficiente almeno per le sue funzioni basilari, ovvero un adolescente (15-16 anni), non prima.

Saluti

Che tristezza questo

Che tristezza questo commento, si vede proprio che siamo lontani anni luce dai paesi del Nord Europa, dove l'economia e i servizi sociali funzionano molto meglio che da noi (perchè tutti pagano le tasse), il tasso di natalità è molto più alto, ma non ci sono contraddizioni con un'occupazione femminile quasi pari a quella maschile... altro che "le donne devono stare a casa": ma solo per restare su temi economici e non di giustizia sociale (per affrontare questi ultimi, ci vorrebbe un cambio di mentalità gigantesco), come fa una famiglia a campare con uno stipendio solo, per di più, in media, fra i più bassi d'Europa?!?

Buongiorno, sono d'accordo

Buongiorno, sono d'accordo che un figlio ha bisogno della madre, ma ha bisogno anche del padre e soprattutto di un ambiente sereno in cui vivere. Ritengo che una donna non realizzata è una donna infelice e che questa sua infelicità irrimediabilmente comprometterebbe il clima familiare. Non conta la quantità di tempo che si dà ai figli, ma la sua qualità.