Corsivo

"Hai voluto la bicicletta?" Ma per l’Inail, guai se pedali! (come disincentivare l'utilizzo delle bici in città)

PassepartoutTalvolta si ha l’impressione che nemmeno la risoluzione ormai datata dell’enigma insito nei simboli della stele di Rosetta – la sua scoperta, in Egitto, risale ormai al 1799, ad opera dell’esercito di Napoleone - sia sufficiente a cogliere appieno il senso del burocratese nazionale, in tutte le sue sfumature e sfaccettature.

Più precisamente, a proposito di senso, a cogliermi - nel caso in questione - è stato quello dell’impotenza leggendo una circolare dell’Inail – il nostro Istituto Nazionale Assicurazione sul Lavoro - che, comunque la si vuole e riesca a decrittare, lascia basiti e carichi di interrogativi. Sul tema relativo alla “indennizzabilità di infortuni in itinere occorsi utilizzando la bicicletta e il servizio di bike-sharing” un protocollo del nostro ente, datato 7 novembre dello scorso anno a firma della direzione centrale prestazioni, recita infatti che “Considerata la sempre maggiore attenzione a livello ambientale e sociale orientata a favore di una mobilità sostenibile che annovera tra le sue forme l’uso della bicicletta, al fine di fornire risposta ai quesiti in questione e le necessarie istruzioni operative per l’esame delle singole fattispecie” viene specificato che “(…)con riferimento all’indennizzabilità di infortuni in itinere occorsi utilizzando la bicicletta, si ritiene che la valutazione sul carattere ‘necessitato’ dell’uso di tale mezzo di locomozione, per assenza o insufficienza dei mezzi pubblici di trasporto e per la non percorribilità a piedi del tragitto, considerata la distanza tra l’abitazione ed il luogo di lavoro, costituisca discrimine ai fini dell’indennizzabilità soltanto quando l’evento lesivo si verifichi nel percorrere una strada aperta al traffico di veicoli a motore e non invece quando tale evento si verifichi su pista ciclabile o zona interdetta al traffico”. Chiaro? Non del tutto direi, ma forse (forse!) ci viene in soccorso il seguito: “Nel primo caso, infatti, può ritenersi sussistente la ratio sostanziale dell’esclusione dell’indennizzabilità dell’evento lesivo conseguente alla libera scelta, da parte del lavoratore, di esporsi ad un rischio maggiore, rispetto a quello gravante sugli utenti dei mezzi pubblici di trasporto, nell’affrontare il traffico veicolare a bordo del mezzo di trasporto privato. La suddetta ratio, invece, non ricorre nel caso di tragitto su pista ciclabile, e cioè su percorso protetto ed interdetto al traffico dei veicoli a motore, essendo escluso quel rischio che risulta aggravato dalla scelta del mezzo di trasporto privato”.

Dopo lungo cogitare nel tentativo di risolvere il rompicapo (oltre che tentare di capire anche il senso esatto di una cascata di virgole messe a capocchia) e senza tralasciare di chiedere lumi a chi magari ne capisce più di me, quello che mi è sembrato di cogliere è anzitutto che, pur sottolineando l’Inail “la sempre maggiore attenzione a livello ambientale e sociale orientata a favore di una mobilità sostenibile che annovera tra le sue forme l’uso della bicicletta”, questa viene in fondo considerata “libera scelta, da parte del lavoratore, di esporsi ad un rischio maggiore”, che come disincentivo immediato a farne uso, di per sé non è niente male. Ancora, che un eventuale indennizzo per qualsiasi tipo di danno personale viene riconosciuto anzitutto se l’uso della bicicletta è obbligato dal fatto che non esiste altro modo per andare sul posto di lavoro con i mezzi pubblici o a piedi, e che comunque a pesare in maniera determinante è la scelta personale: se si copre il percorso a due ruote su strada “normale” l’Inail non pagherà eventuali infortuni; se invece ciò avviene su pista ciclabile, sì (e il fatto che il nostro Paese sia in fondo alla classifica continentale in termini di chilometri di piste ciclabili realizzate è assolutamente affare di chi non può percorrerle, proprio perché non ci sono).

Ma non basta, perché andando più avanti nel testo si scopre che “(…) Con riferimento all’indennizzabilità degli infortuni occorsi utilizzando il servizio di bike-sharing, si precisa che tale servizio, sebbene promosso e gestito dalle amministrazioni locali ai fini del decongestionamento del traffico e, quindi dell’inquinamento ambientale, non può, tuttavia, essere assimilato al mezzo pubblico di servizio”. Traduzione: pur volendo concorrere con una scelta chiaramente ecologica alla diminuzione del traffico, dell’inquinamento e al miglioramento del proprio stato di salute, chi va in bicicletta utilizzando questo tipo di servizio deve sapere che per il nostro intrepido ente in questione questo non è assolutamente considerato mezzo pubblico, anche se tutte le amministrazioni locali che lo hanno promosso lo ritengono precisamente tale, e tentano di incentivarne l’uso in ogni modo. In parole povere (e che forse ho capito male, ma qualcuno semmai mi corregga): in fondo è meglio usare – oltre ai mezzi pubblici, laddove è possibile – la macchina e la moto, anche se provocano (come è assolutamente provato) moltissimi danni in più ai relativi conducenti di quanti ne abbia mai provocati l’uso della bicicletta agli stessi su pedale.

In parole più povere ancora, ma che qualcuno ha già usato più volte in altro contesto meno nobile, ecco qua: “Hai voluto la bicicletta? Adesso pedala!”, frase alla quale, volendo, è anche possibile aggiungere come morale a questa (tutt’altro che) favola a lieto fine: ma se ti capita qualcosa molto probabilmente è colpa tua, che sei stato così sprovveduto da pensare più all’ambiente e alla tua salute che alle capacità fervide di fantasia proprie di qualche burocrate illuminato.

E alla fin fine mi sono convinto del tutto che la mia non è solo un’impressione superficiale: la stele di Rosetta, davanti ad un eloquio burocratico come quello appena affrontato si sarebbe arresa, del tutto impotente rispetto alla possibilità di fornire una chiave utile e fino in fondo comprensibile per una corretta traslitterazione degli intendimenti sopra esposti, e che se questo faticosamente succede a giovarsene non sono certo i ciclisti-lavoratori, no no! In fondo basta convincersi del fatto che il linguaggio universale non dev’essere propriamente patrimonio da pubblici amministratori, soprattutto se di lungo corso e sapiente cavillo.

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Commenti

Chi pedala va sano e lontano….e tutelato.

“Chi pedala va sano e lontano….e tutelato” (come incentivare la realizzazione di nuove piste ciclabili)

Sono un dipendente pubblico che usa la bicicletta per recarsi al lavoro e non condivido i contenuti dell’articolo né come ciclista né come lavoratore del settore pubblico, in quanto la questione viene affrontata in modo del tutto strumentale e poco obiettivo.

Spesso mi trovo a circolare in bicicletta in mezzo al traffico affrontando notevoli rischi con auto e moto che mi sfrecciano a fianco, mentre ben diversa è la situazione quando posso percorrere zone interdette al traffico o, per mia fortuna, posso utilizzare una pista ciclabile dove i rischi sono invece del tutto limitati.

Ho acquisito maggiori informazioni che penso possano consentire di comprendere il senso del “burocratese” e, in parallelo, di rivalutare la tanto denigrata pubblica amministrazione su cui oggi è facile sparare anche senza motivo.

La questione dell’infortunio in itinere con l’uso della bicicletta mi sembra si inquadri nell’ambito delle disposizioni che il legislatore ha ritenuto di adottare sul tema e che comunque la pubblica amministrazione è tenuta ad applicare.

La tutela dell’infortunio in itinere viene introdotta con l'articolo 12 del decreto legislativo 38/2000, a seguito di una lunga elaborazione giurisprudenziale, e mi pare norma complessa e di non semplice applicazione.

La norma, tra l’altro, prevede che la tutela dell’infortunio in itinere opera anche nel caso di utilizzo di un mezzo di trasporto privato, a condizione che sia “necessitato” l'uso (es: inesistenza di mezzi pubblici che colleghino l'abitazione del lavoratore al luogo di lavoro; incongruenza degli orari dei servizi pubblici con quelli lavorativi; distanza minima del percorso tale da poter essere percorsa a piedi).

Ho scoperto che la questione dell’infortunio in itinere con l’uso della bicicletta si ponga in modo del tutto analogo all’infortunio avvenuto con l’uso di altro mezzo di trasporto privato ed è tutelato dall’INAIL negli stessi limiti posti dalla legge per la generalità di tale tipologia di infortunio qualunque sia il mezzo di trasporto utilizzato.

Il rompicapo a cui la nota dell’INAIL ha tentato di dare soluzione, adottando un’interpretazione evolutiva della norma, è stato invece quello di tutelare casi di infortuni in itinere che accadono su pista ciclabile o zone interdette al traffico a prescindere dalla condizione che l’uso della bicicletta sia necessario.
Mi sembra una interpretazione più favorevole a noi ciclisti!

Naturalmente la nota non risolve tutti i problemi del settore, ma in realtà, di questi tempi, il vero rompicapo per la pubblica amministrazione è quello di dover ricostruire ogni volta il quadro normativo vigente attraverso interpretazioni che possano rispondere alle esigenze della società.

La soluzione, forse, potrebbe trovarsi in una modifica della norma da parte del Legislatore e/o in una maggiore attenzione da parte degli enti locali, affinché vengano realizzate nuove piste ciclabili, collegate tra loro in una rete continua, provvedendo anche alla manutenzione e alla messa in sicurezza di quelle già esistenti.

GRAZIE MILLE

grazie per l'utile e puntuale precisazione. Le garantisco che per interpretare la norma nel modo più corretto possibile ce la abbiamo messa davvero tutta, siamo sicuri che il suo intervento porterà la chiarezza necessaria che cercavamo.
Nella conclusione del suo intervento, comunque, noto che la sua posizione è abbastanza simile a quella di Marelli: cerchiamo di migliorare la vita dei cittadini, non di complicarla.
Grazie ancora e buona giornata.
Tommaso Del Lungo

Non ci sono parole per

Non ci sono parole per commentare la circolare INAIL. Cozza con il buon senso.
Io lavoro a Roma e risiedo a Teramo. Per raggiungere il posto di lavoro utilizzo, per i primi 13 km, l'auto privata (abito in campagna), poi per altri 170 km il mezzo pubblico (autobus extraurbano) e in città, per circa 5 km non ho mai avuto dubbi: la bicicletta. Se solo un 20% dei romani che usano auto o scooter passassero alla bici, Roma diventerebbe molto più vivibile.
Di seguito riporto un comunicato della FIAB (Federazione Italiana Amici della Bicicletta)
Speriamo che il buon senso abbia la meglio!

"Incidenti in itinere in bicicletta. Arriva in Senato proposta FIAB

Arriva in Senato la petizione promossa dalla Fiab per chiedere di equiparare, dal punto di vista del riconoscimento Inail, eventuali incidenti che possano incorrere negli spostamenti casa-lavoro in bicicletta. L’iniziativa è giunta sui tavoli di Palazzo Madama grazie all’interrogazione presentata mercoledì 25 gennaio da Roberto Della Seta e Francesco Ferrante, senatori del Pd.

Gli esponenti del partito di Bersani ritengono necessario puntare, per rispondere alla ipertrofia del traffico veicolare privato, oltre al rafforzamento del trasporto pubblico, anche sulla bicicletta. Le due ruote possono infatti costituire una risorsa importante per decongestionare il traffico, rendere più efficiente la mobilità, ridurre l'inquinamento.
Attraverso l’interrogazione i due senatori del Pd chiedono quindi di sapere dal ministro del Lavoro e delle politiche sociali, Elsa Fornero, se intenda attivarsi per estendere i benefici contenuti nell'art. 12 del decreto legislativo 23 febbraio 2000, n. 38, anche agli spostamenti casa-lavoro in bici. La richiesta ha l’obiettivo di far sì che anche il lavoratore in bicicletta possa usufruire della copertura assicurativa ordinaria degli infortuni in itinere e di favorire l'utilizzo di questo mezzo di trasporto non inquinante, non energivoro, silenzioso e poco ingombrante.
A supporto dell'iniziativa FIAB si sone espresse numerose Amministrazioni locali e territoriali, in ultimo il Comune di Bologna. Qui http://www.fiab-onlus.it/infortuni/prop_legge.htm l'elenco completo degli Enti che hanno aderito e i facsimili di delibere per comuni, province e regioni che volessero ancora sostenere la proposta

Lello Sforza
Ufficio Stampa FIAB onlus
(Federazione Italiana Amici della Bicicletta)
Tel. +39 3200313836
Fax +39 0805236674
stampa@fiab-onlus.it "

un ottimo suggerimento per

un ottimo suggerimento per l'agenda di lavoro del Presidente del consiglio sulla...riduzione dei costi della politica e...per qualche riflessione sugli investimenti/disinvestimenti nel settore della spesa sanitaria...meno bici= meno salute ma: aumento dell' inquinamento, peggioramento della bilancia commerciale ....davvero complimenti all'INAIL!

Dura lex, sed lex...

Sono anche io una lavoratrice che, nel percorrere il tragitto casa-lavoro-casa, utilizza la bicicletta contribuendo alla riduzione del traffico e dell’inquinamento della mia città, per non parlare del risparmio economico che me ne deriva.

Sinceramente, mi sono stufata di leggere articoli giornalistici del genere – per carità, ben scritti e con le virgole ben distribuite... – che vanno a incrementare quel mare di belle parole sfornate quotidianamente dai mass media per criticare questo e quello, ma senza fornire mai proposte costruttive.

Per questo, incuriosita, mi sono letta l’articolo 12 D.lgs. 38 del lontano 2000 e mi sono chiesta che forse dovrebbe essere compito del Legislatore rivedere la norma alla luce dei cambiamenti ambientali e sociali in favore della mobilità sostenibile.

Poi, navigando nel web ho scoperto che è arrivata in Senato la petizione promossa dalla F.I.A.B. (Federazione Italiana Amici della Bicicletta) per chiedere una modifica normativa di tale articolo 12. L’iniziativa è giunta sui tavoli di Palazzo Madama grazie all’interrogazione presentata mercoledì 25 gennaio 2012.

Ecco, è di questo che abbiamo bisogno: FATTI, non solo parole!

è sconcertante...ma non tanto incredibile

Sono un dipendente di una pubblica amministrazione e lavoro a Napoli.
Per sei mesi all'anno vado in bicicletta al lavoro con un risparmio giornaliero di circa due euro e soprattutto di almeno un'ora di tempo; aggiungerei che arrivo in ufficio rilassato e sereno, complice l'attività fisica che compio nel recarmi al lavoro.
A napoli c'è un progetto di pista ciclabile in attuazione, ma che faccio? chiedo al sindaco di farla passare per casa mia onde poter essere indennizzabile se ho un incidente?
Non solo evito di inquinare, non solo i ciclisti sono guardati come animali curiosi da pedoni e automobilisti, ma scopro anche che se mi rompo per andare a fare il mio dovere e vengo travolto dal pirata della strda di turno , protetto dalla suia scatoletta di lamiere, non avrò alcun indennizzo.
E' sconfortante