Articolo

So Smart, so Sentient, so Social. E’ la nostra città di domani?

L’intelligenza di matrice tecnologica nel modello della smart city è un must, ma non basta. Dentro questo spazio di interconnessioni sottilissime e pervasive, solo apparentemente senza pareti, chi si muove e chi si incontra? Cosa può nascere o morire in una città potenzialmente capace di offrire infinite e personalizzate versioni di se stessa, attraverso un processo instancabile di ricerca e scoperta di dispositivi tech? Che fine fa lo spazio della sfera pubblica, cioè quello spazio di cui una società ha bisogno per ricomporre le differenze che la abitano e la animano? Queste sono le domande che emergono sempre più pressanti da chi, con prospettiva multidisciplinare, studia gli assetti urbani del futuro. Se ne parla ad Amsterdam, da oggi, in una quattro giorni dedicata alle Social Cities of Tomorrow.

La città del futuro, digitale ma non basta
Quello tecnologico è solo il dato iniziale nell'analisi dei possibili scenari che nascono dalla diffusione pervasiva delle tecnologie cd intelligenti in città. Spesso orientata all’efficienza e al comfort, la diffusione delle tecnologie, infatti, impatta inevitabilmente su culture urbane e sfide sociali che ciascuna città porta in grembo. Il dibattito e le sperimentazioni su queste linee sono in pieno fermento, tanto che il discorso sulla smart city è diventato, nell'opinione di molti, una “fucina filosofica". A quella che un po' epicamente chiamiamo città di domani, si attaccano così una serie di etichette che nascondono visioni in progress molto interessanti e di velocissima evoluzione. A noi che guardiamo le cose sempre un po’ con gli occhi della pubblica amministrazione, tutto questo fermento in città piace ma fa anche pensare a quale grande sfida rappresenti per le pubbliche amministrazioni locali. Prima di ricercare modelli e laboratori urbani di casa nostra, che pure non mancano, proviamo a capire in che senso il paradigma smart - che anche in Italia prende velocemente piede – sia anche sentient, ma anche social.

E’ smart
Il paradigma della smart city tende a ingenerare due interpretazioni, che fanno leva rispettivamente su efficienza dei servizi e personalizzazione nella fruizione della città da parte dell’utente. Infatti nel modello puramente “smart”, le tecnologie da un lato trasformano la città in un sistema di servizi e infrastrutture caratterizzato da processi di gestione estremamente efficienti, dall’altro offrono versioni “personalizzate” dell’ecosistema urbano attraverso instancabili e pervasivi dispositivi di ricerca e rilevazione. Figlio di questa interpretazione “tecnicistica” della città smart è un modello di governance a tripla elica, che include l’amministrazione, i produttori di conoscenza (in primis università e centri di ricerca) e l’industria. Nella sua versione migliore – si sostiene nel paper introduttivo dei lavori di Amsterdam  – le politiche ferme a questo modello di smart city considerano i cittadini quali utenti-finali, seguendo quella che può essere identificata come logica urbana delle 3C (consumo, controllo, capsularizzazione).

E’ sentient
La sentient city (letteralmente dotata di sensibilità) è un città “capace di ricordare, correlare e anticipare”. Ad aprire il concetto di sentient city, differenziandolo da quello di smart city, è Mark Shepard[1] nella pubblicazione "Sentient City" in cui il concetto guida è quello della sensibilità (in inglese sentience) intesa come “capacità di sentire o percepire in maniera soggettiva, senza necessità che sia coinvolta la facoltà dell’auto – coscienza”.  E’ importante, spiega de Waal[2], l’orientamento “soggettivo” del processo di percezione perché rende evidente un aspetto che nel paradigma smart tende a passare inosservato. E cioè che i flussi di dati generati nella sentient city non sono, come potrebbero sembrare, il risultato di un processo oggettivo di raccolta e accumulazione di fatti. La decisione che riguarda quali dati raccogliere, quali ignorare e come classificarli è infatti una scelta molto politica come lo è il processo di interpretazione dei dati generati dalla sentient city attraverso algoritmi. Si tratta – precisa de Waal - di un processo altamente normativo, dove valori soggettivi, norme legali e relazioni di potere sono trasformate in codici software in base ai quali la tecnologia decide, agisce e discrimina. Dunque si rende evidente che se è vero che a dar forma alla nostra esperienza di città sono sempre più le nuvole di dati fluttuanti nello spazio grazie all’apparato combinato di dispositivi traccianti e sensibili, è altrettanto vero che l’emersione della sentient city non ha una origine unica. Essa emerge infatti da una serie di tracciati commissionati e implementati da attori diversi, ciascuno dei quali con la propria motivazione e una implicita visione di cosa una città dovrebbe essere: dalle forze dell’ordine, alle forze politiche,  alle aziende, alle organizzazioni di lavoratori, agli artisti fino agli urbaniti stessi. Dunque, attraverso il paradigma della sentient city, la città riacquista la mutlidimensionalità socio-politica che le è propria, fermo restando l’elemento pervasivo della tecnologia “intelligente”. Il discorso su "come le città possono essere più intelligenti" si trasforma così in un discorso su "come le tecnologie intelligenti possono spingerci a ripensare i concetti base attraverso cui definiamo e consideriamo la vita urbana".  

E’ social
Partendo dal presupposto che una città è tanto hackable quanto sentient, la tesi che si fa strada è che, in questo nuovo ecosistema urbano, un nuovo modello di urbanismo partecipato e costruito dagli stessi cittadini sia possibile.  In questo senso la città diventa social, nel momento in cui la domanda che guida analisi e sperimentazioni sul campo è “se e come le tecnologie digitali possono rendere possibile l’azione di cittadini su questioni collettivamente avvertite come importanti e urgenti”. In particolare, mettendo a sistema approcci e esperienze emergenti nelle città europee ma soprattutto nordamericane, de Lange e de Wall[3] rilevano che sono tre le aree dagli sviluppi più promettenti, in cui cioè le tecnologie urbane possono essere usate per creare città vivibili e vivaci attraverso il coinvolgimento attivo dei cittadini. In parallelo, sono le tre linee di lavoro proposte nel weekend di Amsterdam: data – commons; senso dello spazio e sentimento di appartenenza (ownership); DIY (Do It Yourself) urban design e networked publics.

  • Data – commons (ovvero dati come beni comuni) Partendo dall’ormai acquisita tesi per cui l’ingente mole di dati su processi e pratiche urbane generati dalle tecnologie intelligenti e dalle reti urbane può diventare la piattaforma su cui costruire nuovi servizi e infrastrutture, si introduce una opportunità aggiuntiva. L’intento è infatti quello di investigare come questi dataset possano essere utilizzati per portare alla luce, visualizzare e da qui gestire questioni sociali di interesse collettivo. In particolare de Wall[4] cita le posizioni di Bratton e Jeremienko, nel rilevare come a rendere i dati “utili” per le collettività urbane siano le interfacce, ovvero gli algoritmi che permettono di agire sui dati e di attivarsi a partire dai dati. “Una bella e chiara visualizzazione di dati raccolti attraverso le tecnologie della sentient city può fermarsi lì e non portare alla formazione di pubblici attivi. Il punto è che la maggior parte delle visualizzazioni non apportano cambiamenti rispetto al punto di vista da cui i dati vengono letti né cambiano la domanda di partenza”. Prendendo ad esempio i dati sull’inquinamento, per gli autori fa una grande differenza il fatto che l’informazione sia raccolta da agenzie di marketing, da pubbliche amministrazioni o da istituzioni che per legge sono obbligate a raccogliere e a rendere pubblici i dati o se a programmare i sensori e gli algoritmi relativi sia stato un gruppo di attivisti civici. Per rendere i dati dei "beni comuni" reali non c’è bisogno di semplici mappe per conoscere ma di interfacce che rendano possibile il coinvolgimento del pubblico. Da qui si afferma che "la sfida rappresentata da raccolta, elaborazione e visualizzazione di dati è collegata strettamente alla nuova sfera pubblica, che, seguendo il paradigma dell’internet delle cose, sarà sempre più centrata attorno alle cose". Dunque, una questione non di semplice design ma di democrazia.
  • Senso dello spazio e sentimento di appartenenza (ownership) La tesi di partenza è che perché le persone si attivino e si impegnino su questioni avvertite come importanti per la comunità è essenziale che si percepiscano come "parte della fabbrica urbana" e capiscano che la loro singola azione fa la differenza ai fini del bene comune. C’è anche bisogno che abbiano fiducia che gli altri urbaniti facciano lo stesso. La domanda qui è: come possono essere usati i media digitali per spingere verso un senso diffuso di appartenenza e responsabilità rispetto al fatto che la città  è nostra e che possiamo appropriarcene e darle forma? Un esempio interessante è il progetto Breakout! Escape from the office, attraverso cui si situa l'esperienza quotidiana del lavoro di ufficio nello spazio pubblico contemporaneo.
  • DYS (Do it Your Self) urban design e networked publics. I Networked publics sono gruppi di persone che usano social media e altre tecnologie digitali per organizzarsi attorno ad obiettivi condivisi e questioni comuni. Nella cultura on line, i network cd di “amatori professionisti” creano contenuti generati da utente (user generated content) o prendono parte in progetti di citizen science. Esempi noti a tutti sono wikipedia o le comunità di pratica del software open source. La domanda su cui lavorare è se e come possiamo riportare principi operanti nella cultura on line, come l’auto – organizzazione o l’azione collettiva, nella vita urbana per renderla più social. Si tratta, dunque, di immaginare e studiare modi in cui le tecnologie legate ai new media possano essere impiegate per coinvolgere i cittadini nel design della propria città, includendoli nelle questioni di governo urbano. In pratica: come possono essere usate queste tecnologie per la creazione e autogestione di pubblici attivi su questioni che riguardano risorse comuni, dal car sharing al gardening urbano. Anche qui gli esempi non mancano, raccolti dal lavoro di Shepard: da Weeels, progetto sulla mobilità, a Natural fuse sul consumo di energia, a Trash track sulla gestione dei rifuti.

Italia… Dunque, una bella sfida a tre S per la pubblica amministrazione locale. Il fatto che la stragrande maggioranza dei termini del vivace dibattito in corso sia di matrice anglofona suggerisce che in Italia, probabilmente, dovremo lavorare molto. O magari abbiamo già i nostri modelli e i nostri attributi per quella che vogliamo che sia la nostra città di domani... e il punto è tirarli fuori.


[1]Sentient City. Ubiquitous computing, architecture, and the future of urban space”, edited by Mark Shepard, The Architectural League of New York, New York, NY and The MIT Press, Cambridge, Massachusetts, 2011
[2] de Waal, M. “The urban culture of sentient cities: from an internet of things to a public sphere of things”, in “The Sentient City”, cit.
[3] de Lange, M. & de Waal, M. “ Social Cities of Tomorrow”, conference text, Amsterdam, 14 – 17 febbraio, 2012
[4] Nel saggio “The urban culture of sentient cities: from an internet of things to a public sphere of things”, cita le tesi di B. Bratton e N. Jeremienko in “Suspiciuos images, Latent interfaces”, in Situated Technologies Pamphlets 3: Situated Advocacy, ed. Omar Khan, Trebor Scholz, and Mark Shepard, NY, The Architectural League of New York, 2008
Your rating: Nessuno Average: 5 (3 votes)

Commenti

social city of tomorrow - esempi di design

qui alcuni esempi di pratiche di design per le social city di domani, presentati ad amsterdam in vista della Conferenza internazionale ‘Social cities of tomorrow" di venerdì 17 gennaio. Il comun denominatore è l'uso innovativo di media urbani. (cd urban media)

http://www.socialcitiesoftomorrow.nl/showcases