Intervista

Lo stato trasparente. Linked open data e cittadinanza attiva

“Nell’Open Government risiede oggi il pilastro più importante di una democrazia funzionante, capace di riconciliare i filoni, per anni infecondi, dell’e-government e dell’e-democracy”. Partendo da Platone, passando per Kant, arrivando alle tesi del wiki-government e della strong democracy (rispettivamente degli statunitensi Noveck e Barber) Francesca Di Donato spiega perché se lo stato trasparente è il modello, gli open linked data sono lo strumento e i cittadini informati e attivi i protagonisti. Invitandovi a leggere il saggio “Lo stato trasparente. Linked open data e cittadinanza attiva” (scaricabile gratuitamente) ve ne proponiamo un assaggio nell’intervista all’autrice, Ricercatrice all’Università di Pisa, Dipartimento di Scienze politiche e sociali e Community Coordinator di Linked Open Data Italia.

L’Open Government avanza tra i nuovi modelli di governo, rendendo sempre più chiaro che non si tratta di una tecnicistica evoluzione dell’eGovernment. L’Open Government non è infatti un paradigma “tecnico” ma un paradigma politico al servizio di un modello di Stato a cui tendere. Così ci spiega Francesca Di Donato, autrice del saggio “Lo stato trasparente. Linked open data e cittadinanza attiva” (gratuitamente scaricabile dal sito di Linked Open Data Italia) precisando che quello dello stato trasparente è appunto un modello, mutuato da Levy, un sorta di limite verso l’alto, che mai si realizza pienamente. Parafrasando Kant, possiamo dire che "allo stato trasparente si tende”.

Cosa contraddistingue lo stato trasparente a cui la nostra società tende?
Lo stato trasparente è uno stato minimo, quasi inesistente, proprio perché nel modello presentato da Levy i cittadini sanno essere estremamente responsabili e sono parte attiva dell’intero processo politico. Posto che è un modello, quello che ci interessa sono i passaggi per avanzare nella sua realizzazione. E i passaggi rilevanti sono: l’aumento progressivo dei dati resi disponibili in formato aperto e tra loro collegati, la messa on line di questi dati da parte delle amministrazioni e quando possibile anche dei cittadini e delle organizzazioni economiche e  della società civile, l’utilizzo di questi dati per estrarre informazioni utili e per sviluppare applicazioni da parte dei cittadini e per i cittadini.

Nello stato trasparente a cosa servono i dati resi disponibili in formato aperto e collegati tra loro?
I dati resi disponibili in formato aperto e tra loro collegati (linked open data) sono uno strumento essenziale per la realizzazione dello stato trasparente, su due livelli. Su un piano socio-politico, perché permettono ai cittadini di accrescere enormemente le proprie conoscenze, aumentandone il livello di informazione e consapevolezza e su un piano socio-economico, perché permettono a singoli cittadini e a imprese piccole e grandi di fare sviluppo, creare innovazione e servizi. In questo senso, i linked open data sono strumento di cittadinanza attiva, dove per cittadinanza attiva si intende una cittadinanza informata, partecipata, collaborativa, secondo il trinomio definito da Obama nella sua Direttiva del 2009, dove si parlava appunto di trasparenza, collaborazione, partecipazione.

Dunque i linked open data sono strumento di cittadinanza attiva?
Esatto. I cittadini possono partecipare al processo decisionale in quanto hanno le conoscenze per farlo. Questo significa innanzitutto che  possono con efficacia prendere la parola, intervenire, suggerire ma vuol dire anche che possono agire, realizzando ciò che è necessario o utile, usando le competenze che hanno e che magari i governanti non hanno.

Tornando sui dati, perché parli di linked open data e non di “semplici” open data?
Come è ben noto gli open data si definiscono tali se rispondono ad alcune caratteristiche tecniche e giuridiche. A queste caratteristiche tecniche se ne può aggiungere una ulteriore che definisce questi open data come linked.  Gli open data sono definiti come linked, cioè tra loro collegati, quando sono strutturati in un modello particolare che si chiama RDF – Resource Description Framework, un formalismo del web semantico. RDF è uno standard e l’adozione di questo standard fa sì che tutti i dati codificati in RDF possano entrare a far parte di un unico grande database e quindi, anche se dislocati in luoghi diversi sul web, possono essere messi tra loro in relazione. Senza necessità di andare troppo sul tecnico, credo sia interessante capire perché è così importante nel discorso che facciamo che i dati siano messi a disposizione come linked open data…

Ok, cerchiamo di capire perché…
Il modello RDF, che abbiamo detto contraddistingue il rilascio dei linked open data, è costituito da triple, della forma soggetto-predicato-oggetto, ad esempio: “Francesca Di Donato”---“abita a”---“Pisa”. Al soggetto e al predicato viene sempre attribuito un identificatore unico, tecnicamente chiamato URI – Uniform Resource Identifier, che permette di riferirsi ad un oggetto (risorsa) in maniera non ambigua. Le triple possono condividere oggetto o soggetto, andando a formare quello che si chiama “grafo”. Ad esempio “Francesca Di Donato”---“abita a”----“Pisa” “Pisa” --- “è in”---“Toscana”. Questo modello permette di combinare le triple, cioè di formare delle vere e proprie forme di ragionamento sul web e, di conseguenza, di interrogare i dati in maniera intelligente e ottenere delle risposte molto più precise di quelle che otterrei normalmente sul web (ad esempio con una domanda in linguaggio naturale su google). Strutturare gli open data in modalità linked, dunque, rende possibile ottenere delle risposte molto precise. In sintesi si tratta di trasformare i dati sul web in una vera e propria risorsa che semplifica il lavoro di ricerca, consentendo elaborazioni e combinazioni più utili.

Nel modello di stato trasparente a chi spetta il compito di rendere i dati disponibili come linked open data?
Spetta a chiunque lo sappia fare, cioè non solo ai “tecnici professionisti” ma anche ai “tecnici cittadini”, ovvero agli sviluppatori che trovando dati in formato aperto siano in grado di strutturarli in modo da renderli veramente utili per i cittadini. Nella società attuale è evidente che abbiamo miliardi di dati così come è evidente che i dati sono una fonte di ricchezza civica, sociale ed economica ma spesso questi dati sono una risorsa che non può essere sfruttata. E’ come avere molto petrolio ma non avere gli strumenti per estrarlo. 

Credi che che ci sia bisogno di un livello di intermediazione tra il potenziale rappresentato dai dati e una società che “tecnicamente” ancora non riesce a leggerli?
Sì, io credo di sì. Il punto è come mettere in relazione questi due elementi: il  petrolio, che sono i dati, e la grande risorsa della cittadinanza attiva che non sempre ha le pompe per estrarli. A questo livello è necessaria l’intermediazione da parte di soggetti esperti (non necessariamente tecnologicamente esperti) e di soggetti economicamente coinvolti, in primis le aziende.
Si tratta di una di mediazione culturale, una sorta di traduzione.

Cosa intendi per soggetti esperti?
Intendo cittadini più competenti di altri, sottolineando però che “più competenti” non significa necessariamente più competenti dal punto di vista informatico. Faccio un esempio: se sono una esperta di bilanci perché lavoro in una azienda e mi occupo di questo, io so leggere un bilancio e quindi nel momento in  cui mi trovo dei dati di bilancio sono in grado di discuterli. Oppure, se sono esperta di trasporti posso rendere chiari e dunque utili alla discussione pubblica i dati sul settore Trasporti. Voglio dire che, a seconda di quello di cui uno si occupa nella vita, può mettere le proprie competenze a servizio degli altri.

Su cosa bisogna lavorare per avanzare verso lo stato trasparente?
Lo stato trasparente è caratterizzato da un’ampia partecipazione dei cittadini alla vita politica, anche grazie all’uso dei dati resi disponibili. E parlo di vita politica in senso lato, non solo e non necessariamente sul piano dell’amministrazione della cosa pubblica. I cittadini devono essere messi in grado di usare i dati innanzitutto per essere maggiormente informati e per essere parte della vita sociale.  Questo presuppone che il primo punto sia proprio capire quali sono i dati che interessano i cittadini. Si parla molto di un allontanamento dalla politica e dai partiti, mentre in un modello come questo i cittadini tornano ad avere interesse per la cosa pubblica, per la cosa comune proprio grazie a strumenti che permettono di saltare le mediazioni tradizionali come quelle dei partiti. D’altra parte non dobbiamo tralasciare la grande opportunità di creare una data economy. Anche qui, bisogna far sì che le aziende usino i dati e dunque la premessa è capire quali dati possano servire.

Una volta che il modello viene spostato dal livello politico, quali sono i passaggi concreti perché si realizzi?
La ricetta non è molto complicata: apertura dei dati con modello linked, percorsi di formazione nella pubblica amministrazione, opportune politiche di comunicazione sulle iniziative, azioni di supporto alle azioni intraprese (es. aggiornamento, manutenzione database), stimolo dello sviluppo di applicazioni e servizi a partire dai dati coinvolgendo gli interessi economici attivi sui territori. 

Visto lo stato dell’arte in Italia, credi che possiamo fare riferimento a realtà in questo campo più avanzate delle nostra?
Io credo che realtà più avanzate della nostra ci siano state in una prima fase. Sicuramente gli Stati Uniti e il Regno Unito hanno inaugurato i primi portali, le apps più interessanti, ma mi sento di dire che adesso siamo perfettamente in grado di proporre noi stessi un modello, perché in Italia è stato avviato un processo interessante e vivace. Ci sono esperienze molto importanti, dal basso come sul fronte della pubblica amministrazione. Credo che ci sono tutti i semi perché lo stato trasparente made in Italy possa e debba sbocciare.

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Commenti

"peso/scelta sapiente/saggia delle parole"

Solo 2 domanda alla femminina:

E' una questione di "peso/scelta sapiente/saggia delle parole" (e.g. smart open data ... or something like that ... etc.) oppure di "concreta utilità" per il BENE COMUNE?
Le due cose dovrebbero essere strettamente correlate?

Ad maiora,
Agata

open linked data

io credo che il termine "cittadini" sia il più abusato dell'attuale momento storico, con le sue varie declinazioni quali "cittadini competenti", cittadini informati e attivi", "cittadinanza attiva" ecc ecc. Ma chi sono "i cittadini"? Nessuno spiega mai, nemmeno la Sig.ra Francesca Di Donato, chi siano "i cittadini" e come, concretamente, possano "salvare il mondo" senza che le loro istanze siano sintetizzate e formalizzate in una idea da UN LEADER (persona fisica o organizzazione). Possiamo ipotizzare che 5, 10 o 20 milioni di "cittadini" processino contestualmente milioni di informazioni, presenti negli OPEN LINKED DATA e producano all'unanimità un'idea per migliorare la società? Più realisticamente, io credo, si può affermare che "i cittadini" non hanno alcun interesse per gli OPEN LINKED DATA ma che questi interessino soltanto quei "cittadini", come la Sig.ra Di Donato, che professionalmente, lodevolmente, in maniera egregia e, non ultimo, dietro giusta remunerazione, svolgono un LAVORO basato sull'analisi di dati per produrre studi, pubblicazioni, articoli, inchieste, progetti, anche per "amministrare la cosa pubblica". Vale a dire un numero ristretto di "cittadini professionisti" che devono svolgere al meglio la loro attività. La sostanza è proprio questa: si deve essere "professionisti" in qualsiasi tipologia di attività, dal dipendente pubblico, al "casalingo", al chirurgo, al sociologo ecc., impegnandosi a essere i migliori sulla piazza. Questo, sì, potrà "salvare il mondo". Tutto il resto è noia, o meglio pane per i "convegnisti" (provare per credere).

Sono ancora io e me ne scuso,

Sono ancora io e me ne scuso, ma avevo dimenticato di dire che l'argomento in esame, oltre che pane per i convegnisti, è anche pane per i "corsi di alta formazione" (meditate gente, meditate)