Editoriale

Certificati sì, certificati no

“Entro massimo due anni spariranno certificati e anche autocertificazioni, a tutto vantaggio del tempo e delle tasche di cittadini e imprese”. “E’ vietato per tutte le amministrazioni chiedere ai cittadini ed alle imprese dati già in loro possesso”. “I certificati richiesti dalle amministrazioni ai cittadini certificano solo la loro incapacità di scambiarsi i dati”. “Basta ai cittadini-fattorini”.
Non si tratta di dichiarazioni di Brunetta a margine del suo discusso intervento sull’abolizione dell’obbligo di presentazione dei certificati antimafia (non si è mai trattato dell’abolizione dei certificati stessi beninteso): si tratta invece di titoli e di virgolettati di Bassanini sulla stampa della primavera del 2001, dopo l’entrata in vigore del testo unico sul documento amministrativo (DPR 445/00). Oltre dieci anni fa quindi. Prima di mettermi a piangere mi torna alla mente un piccolo raccontino del 1999 di Andrea Camilleri, sconosciuto ai più perché pressoché inedito,   che si intitolava “La rivolta dei topi d’ufficio” e che ci può insegnare qualcosa sulla tenacia della cultura del pezzo di carta. L’ho ritrovato e ve lo segnalo.

Ma prima dell’amena lettura (caldamente raccomandata per sorrisi amari) colgo l’occasione dell’ennesima querelle, basata sul nulla, che in queste ore si sta infiammando sul tema dei certificati antimafia, per ripercorrere a volo d’uccello questi dieci anni e constatare che, ahimè, non solo il risultato che allora sembrava così vicino è ancora da raggiungere ma, molto peggio, ci sono voluti reiterati interventi legislativi, continui inascoltati divieti (cito solo il suddetto Testo Unico e le sue modificazioni, il primo e il secondo Codice dell’Amministrazione Digitale, oltre al recente provvedimento di questa estate –L.106/2011-) e infinite dichiarazioni per ritrovarci con la stessa cultura del certificato che non demorde, anzi trova qualsiasi occasione per rialzare la testa.

Perché questo fallimento? Credo che siamo stati sconfitti (sino ad ora… la speranza è l’ultima a morire e magari questa è la volta buona!) nella lotta alla “burocrazia dei certificati” da due diverse e avventate speranze: la prima, la più facile a raccontare, è quella che immaginava che l’innovazione, una volta innescata, avrebbe prodotto da sola il consenso all’interno delle amministrazioni (un errore simile all’esportazione della democrazia in Iraq per intenderci). Non è stato così, né così poteva essere: l’innovazione tecnologica, quella che allora chiamavamo “la rivoluzione digitale”, avrebbe avuto bisogno di robuste iniezioni di organizzazione, di cure da cavallo di meritocrazia, di abbondanti aggiunte di personale specializzato e qualificato, di solidi accompagnamenti di “vademecum” e provvedimenti attuativi. In una parola di “cura” e di attenzione. Non ci sono state e la controffensiva l’ha avuta vinta quasi dappertutto, lasciando qua e là sacche di resistenza capeggiate da testardi innovatori, ormai un po’ sfiduciati anch’essi.

La seconda illusione era che si potesse decertificare senza una efficiente e affidabile rete per lo scambio dei dati tra le amministrazioni. Non che non si sia fatto nulla: alla Rupa (Rete Unitaria della PA) è succeduto l’SPC (Sistema pubblico di connettività), ma in realtà pochi se ne sono accorti e la tensione fattiva che ne aveva accompagnato i primi passi si è spenta da tempo. Il più è ancora da fare e lo dimostra l’insistenza con cui le leggi anche degli ultimi anni impongono (grida manzoniane!) di aprire le grandi basi di dati: gridando sempre più forte ad amministrazioni sorde. Che non sia un problema tecnologico ormai lo sanno anche i bambini, che invece sia qualcosa che riguarda potere, privilegi, rendite di posizione e non bit è qualcosa di cui spesso, più o meno ingenuamente, ci dimentichiamo.

Ma ora veniamo al racconto di Camilleri (le illustrazioni sono di Luciano Vandelli): lo trovate, gratis e aperto a tutti, in pura ottica free-knowledge, nel sito vigata.org, ma ve ne riporto l’incipit, per farvi venire voglia di andarvelo a leggere.

Al civico 32 di Via Antonio Palliatore («insigne matematico» spiegava la targa, ma sparato se c'era uno in paìsi che conoscesse un'opera di Antonio Palliatore, manco una spiegazione delle tabelline) la prima convocazione della riunione di condominio era stabilita per le ore 20 e 30, la seconda per le 21 e in genere alla seconda convocazione si principiava. 
(……..)
Quella sera convennero tutti puntualissimi, ma non con quell'ariata battagliera che spesso contraddistingue i partecipanti a una riunione di condominio in genere l'un contro l'altro armati, no, anzi, l'improbabile viaggiatore che si fosse trovato a passare a quell'ora da quelle parti sarebbe certamente stato indotto in errore dalla comune espressione della faccia dei partecipanti, amaramente dolente oppure cristianamente rassegnata, e avrebbe pensato che stava per cominciare una qualche veglia funebre. L'improbabile viaggiatore avrebbe sbagliato e indovinato nello stesso tempo: quella riunione di condominio era la prima che si teneva dopo lo sciagurato avvento della legge sull'autocertificazione. In un certo senso, quindi, i partecipanti a quella riunione di condominio erano idealmente a lutto stretto, era il virtuale trigesimo, o quasi, della morte della burocrazia… (continua)

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Commenti

condivisione delle risorse

In questo paese, anche per formazione culturale, e' estremamente difficile condividere qualsiasi cosa.
La P.A. , essendo una nostra estensione, non puo' essere diversa.
La condivisione dei dati si scontra con l'ego personale di dtutti coloro che partecipano alla produzione ed alla manutenzione degli stessi. Dall' impiegato al grande dirigente, che spesso ritengono di essere gli unici depositari della conoscenza e quindi del Potere.
La scelta di condividere i propri dati, spesso e' vista come un pericolo od un declassamento per la propria posizione.
In oltre, condividere i dati, tecnicamente significa investire pesantemente in infrastrutture e soprattutto in Risorse Umane!
Tutto questo contraddice l'attuale situazione, che accantonando il livello di servizio al pubblico, si persegue il risparmio forzoso sia a livello tecnologico che umano.
Aprire l' accesso alla propria base dati ad altre amministrazioni ha un costo (carichi di lavoro), aprire verso l'utenza in genere ha un costo di infrastrutture molto superiore. Basta vedere cosa e' successo in occasione della partenza della PEC, (tre giorni di blocco a causa dell' eccessivo carico). sempre a proposito di PEC, averla e non poterla usare mi sembra uno spreco di risrse, dal momento che alcune pubbliche amministrazioni non le accettano ( Agenzia delle Entrate ad esempio).

Ma se per una verifica di residenza chiedono la marca da bollo?!

Come può attuarsi l'interscambio di dati tra amministrazioni, la leale collaborazione tanto sbandierata, etc. etc. se l'Ordine professionale (di cui sono funzionario) si è visto rifiutare la risposta ad una verifica di residenza per notificare un atto all'iscritto di cui non abbiamo più notizie? Il Comune in questione si è arroccato sulla sua posizione in base alla risposta all'interpello del Comune di Forlì all'Agenzia delle Entrate che dice che gli Enti Pubblici Non Economici devono apporre il bollo sulle richieste in quanto nella tabella allegata al DPR sull'IVA si menzionano solo le Amministrazioni statali, gli Enti locali, etc. e non gli Enti Pubblici Non Economici. Inoltre, secondo loro, si tratta di dati già in nostro possesso: la notifica via tribunale ci è tornata indietro perché l'iscritto risulta "trasferito": e noi come avremmo dovuto saperlo??! Mica siamo nel sistema gestionale dell'anagrafe?
Quindi si parla si parla, ci si riempe la bocca di innovazione, scambio dati, etc. ma alla fine ci si rifà a leggi degli anni '60 e '70!
Buon lavoro a tutti!

E' sempre il solito problema

Beh, forse i legislatori non hanno ancora cpito che non basta fare le leggi, e poi rimandare a regolamenti di attuazione o a circolari successive.

La teoria da sola non basta, bisogna passare all'azione, e questa azione deve essere prevista nel momento stesso nel quale nasce la legge.

Quando si fa una legge, si deve gia' prevedere come verra' applicata, e come ne verra' controllato il rispetto.

E qui mi riferisco proprio all'identificazione e sviluppo della "scienza" che ci deve essere affinche' la legge funzioni.

Un esempio banale: Si e' creata la P.E.C., ed ancora oggi, a distanza di mesi, ci sono Comuni che non hanno la P.E.C. Oppure la hanno, ma non la hanno pubblicizzata. E molti non sanno per cosa devono usarla e per cosa no.
Cosí come la firma digitale.

In questo caso tutto avrebbe funzionato se qualcuno avesse pensato a fare un manuale d'uso dettagliato, preciso e non interpretabile,.Ma questa e' fantascienza per ora.

certificati si'-certificati no'

Ritengo che la P.A. certificati si' e no' , applica soltanto quello che la Legge ha stabilito.
Le leggi non le fa' il cittadino ,ma vengono approvate da Camera e Senato, luoghi molto comuni al Ministro Brunetta.
Sono loro a chiedere a noi ,che queste vengano applicate, per poi sentir dire da un Ministro della P.A. di non essere fiscali e non chiedere troppi certificati.
Certo che sentire un Ministro che parla dei dipendenti Pubblici di persone inefficienti non incentiva la P.A. anche perche', e' come un padre che continua a denigrare i propri figli senza mai dare soddisfazione di dire " hai fatto bene " bravo il tuo operato verra' premiato.
Siamo i piu' bersagliati, il nostro stipendio continua a diminuire mentre la qualita' dei servizi si alza, l'informatica avanza ,la posta elettronica sta' prendendo il posto del cartaceo come la P.E.C. e tutti i servizi on-line ma..........ci sentiamo dire che siamo inefficienti ????????.

Siamo in Italia....

Anch'io sono rimasto di sale ascoltando Brunetta. Il primo pensiero è stato: "Ma questo conosce le leggi? Non sa che quello che sta proponendo è già ottimamente disciplinato?"
La questione è un'altra, come giustamente è stato osservato. Nulla cambierà fino a che non vedremo sul giornale che un Dirigente della PA, centrale o locale, è stato sanzionato come prevede la legge per non aver applicato le leggi di semplificazione.

PA diigitale ed il Burosaurus rex

Mi fa piacere leggere questo editoriale come mi ha fatto piacere risentire per l'ennesima volta la promessa che la PA non chiederà più al cittadino dati che già possiede.
Purtroppo è un piacere amaro perchè le speranze, che quello che Bassanini disse, che Bassanini ha ripetuto, che Stanca a rilegiferato, che Brunetta a rielaborato, rimarrà una speranza.
Provai a sollevare la questione al ForumPa di 4 anni fa, lanciando lo slogan: Il Re è nudo!
3 anni fa provai a ripetere: Le leggi son ma ci pon mano ad esse!
2 anni fà mi inventai il termine Burosaurus Rex per definire i responsabili pubblici che si nutrono di bolli tondii, codicilli e circolari e fanno di tutto perchè le leggi che potrebbero distruggere i troni di carta su cui solenni si assiedono nulla facendo.
Lo scorso anno provai a proporre uno schema di progetto per ridurre la carta nei comuni non a digital divide.
Per il prossimo Forum mi inventerò qualcosa.
Io penso che
-sino a quando ogni piccolo gestore di dati pubblici si sentirà Padrone e Signore delle 4 o quattromila informazioni che i cittadini sono stati costretti a consegnargli
-sino a quando il cittadino sarà considerato un povero suddito che deve inginocchiarsi di fronte al Sommo reggitoore del bollo tondo
-sino a che i magistrati si occuperanno di puttane e di lenoni, invece di vedere chi non applica la legge
-sino a che ........(non vorrei neanche pensarci) ....qualcuno non si stufa
continueremo a riempire le nostre cartelle di pezzi di carta inutile da bruciare, quale omaggio sacrificale, sull'altare del Burosaurus Rex.
Sono pessimista? ditemeelo voi.

risposta: certificati

Vogliamo proprio farci del male e fare un confronto tra Bassanini e Brunetta?
Il primo ritengo fosse mosso dalla cura del bene pubblico, il secondo dal rancore e dall'acredine che il più sciocco psicologo saprebbe certamente diagnosticare.
Il primo costruiva e rendeva libero. il secondo intende solo demolire e coprire di un astio e di veleno.
Brunetta è un uomo minuscolo e certamente non mi riferisco alla sua statura fisica ma morale; chi offende un precario che richiama l'attenzione sulla precarietà non merita di venire apostrofato come appartenente all'"Italia peggiore", soprattutto da chi ha tenuto, e forse tiene ancora, il sedere su due sedie lautamente retribuite.
E' un contorno coerente con quella pletora di nani, ballerine, saltimbanchi e peripatetiche che vorrebbero pretendere di Governare l'Italia.
Come direbbe il pricipe De Curtis: "ma mi faccia il piacere !!"