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Dalla tutela del diritto d’autore alla censura in rete. Storia e analisi del regolamento AGCOM

Da qualche settimana c’è un tema che sta appassionando la rete e non solo: il nuovo regolamento dell’AGCOM per la tutela del diritto d’autore in rete, che dovrebbe vedere la luce il 6 luglio prossimo. Fare un elenco dei siti di informazione on line, blog e social network (ad esempio su Twitter con gli hashtag #Agcom, #nocensuraweb, #censura) che, solo la settimana scorsa, si sono occupati della questione si rivela un’impresa ardua, soprattutto dopo l’iniziativa sitononraggiungile.it lanciata da Agorà Digitale, dopo un articolo della stampa di Juan Carlos De Martin su La Stampa, dopo l’intervento trasversale di molti esponenti della politica (Di Pietro- IDV, Vita e Vimercati - PD, Meloni – PDL), tra cui il presidente della Camera Gianfranco Fini, ed infine dopo la risposta del Presidente dell’AGCOM Calabrò, senza dimenticare l’attacco informatico, ad opera del gruppo Cracker Anonymous, che ha reso irraggiungibile il sito web dell’AGCOM per qualche ora.

Ma di cosa si tratta? e perché c’è stata (e c’è ancora, dato che l’ultima iniziativa è prevista per la notte del 5 luglio a Roma con “la notte della rete contro il bavaglio Agcom”) tutta questa mobilitazione contro un provvedimento che, oltre a rispondere ad un mandato specifico da parte del Governo, dovrebbe avere l’obiettivo tutt’altro che negativo di “trovare un modus (con)vivendi” (per dirlo con le parole del Presidente Calabrò) tra diritto d’autore e diritto alla libera circolazione delle idee in rete? Proviamo a capire meglio di cosa stiamo parlando anche con l’aiuto di Luca Nicotra dell’Associazione Agorà digitale. 

Cosa è successo 

Sono diversi mesi che l’Agcom sta lavorando al tema della tutela del diritto d’autore. Già nel marzo 2010, infatti, era stato presentato il Libro bianco sul diritto d’autore. Uno studio approfondito che conteneva una visione abbastanza aperta e, in qualche modo, “smitizzava” il ruolo della pirateria ridimensionandone la portata. Il 17 dicembre del 2010, poi, l’Autorità ha pubblicato la delibera 668/2010 contenente le linee guida per il regolamento sul diritto d’autore in rete. Il documento, che potete leggere qui, riprende la linea di ragionamento del libro bianco segnalando la necessità di un intervento per lo sviluppo del mercato legale e di una cultura della legalità in rete, ma poi si spinge oltre, suggerendo una serie di provvedimenti concreti per contrastare le violazioni del diritto d’autore che contemplano un sistema di cancellazione e di inibizione di siti internet sospettati di violare il diritto d’autore (punto 3.5 e punto 3.5.4 della delibera). È proprio questa la parte del documento che ha ricevuto le critiche più dure. A quel documento, infatti, è seguita una consultazione con i principali portatori di interessi durante la quale è stata avanzata una serie di obiezioni tra cui:

  1. il documento, regolamentando in modo così specifico, si spinge al di là della delega attribuita all’AGCOM con il decreto Romani, pretendendo di regolamentare, ad esempio, anche i siti privati;

  2. la possibilità di cancellare completamente un dominio e rendere inaccessibile un sito filtrandone l’indirizzo IP (nel caso in cui il sito sia ospitato su un server localizzato all’estero) contrasta con alcuni diritti fondamentali previsti dalla Costituzione (ad esempio il diritto di informazione);

  3. il fatto che l’attuazione del provvedimento “punitivo” non preveda un passaggio, anche eventuale, per la magistratura ordinaria, viola altri diritti sanciti dalla Costituzione;

A suo tempo l’Agcom prese atto di queste critiche sostenendo che il documento finale ne avrebbe tenuto conto e che, comunque, prima della pubblicazione sarebbe stato messo a disposizione di tutti i portatori di interesse per una consultazione pubblica. Dato che il tempo passava e la consultazione non veniva annunciata, il 14 giugno scorso l’Associazione Agorà digitale ha indetto una conferenza stampa per informare i giornalisti di quello che stava accadendo e a quel punto il Presidente dell’AGCOM Calabrò ha invitato Agorà digitale e altre 4 associazioni per un confronto diretto. Il risultato di quell’incontro lo potete leggere qui, in un post al vetriolo del segretario di Agorà digitale Luca Nicotra il cui titolo basta a capire i toni raggiunti dalla discussione. Dopo questo intervento è stato un susseguirsi di interventi e dichiarazioni: dal commissario AGCOM Stefano Mannoni, al leader dell’Italia dei Valori Antonio Di Pietro; dal Ministro della Gioventù Giorgia Meloni, al responsabile del forum ICT del PD Paolo Gentiloni, al Presidente della Camera Gianfranco Fini per finire allo stesso presidente dell’AGCOM Corrado Calabrò che ha rimandato ogni ulteriore discussione a dopo il 6 luglio quando il testo definitivo sarà disponibile.

Insomma, il materiale in rete è abbastanza per dare a chiunque voglia la possibilità di farsi un’idea propria. Tuttavia, per capire le ragioni di un no così deciso abbiamo chiesto a Luca Nicotra di spiegarci non solo la pars destruens, ma anche quella construens, della proposta fatta all’AGCOM.

“Il punto di partenza - ci spiega - è che, come ha ricordato lo stesso Calabrò nella sua relazione annuale, quella sul diritto d’autore è una normativa che in Italia ha settant’anni e che può dirsi abbondantemente superata. Tutelare il diritto d’autore non vuol dire impedire la circolazione delle opere, ma far si che un autore venga giustamente remunerato. Né l’attuale normativa, né tantomeno le linee guida dell’AGCOM assolvono a questo compito. Quindi prima di regolamentare una materia così delicata che chiama in causa alcuni diritti ed alcune libertà fondamentali, sarebbe meglio riformare la legge stessa introducendo strumenti innovativi come le licenze collettive, o individuando entrate specifiche per remunerare gli autori”.

Su Saperi Pa sono disponibili gli atti del convegno"Il Diritto d'autore nelle reti"

Insomma, la soluzione non è nella repressione, ma nello sviluppo di un’offerta legale o in forme di sostentamento parallele per gli autori, che non penalizzino la circolazione delle singole opere. “Ad esempio una tra le proposte che sono emerse in questi mesi – continua - è l’individuazione di un piccolo contributo versato dagli utenti della banda larga, che andrebbe ad alimentare un fondo per gli autori”.

Per Nicotra proseguire nel voler regolamentare la diffusione dei contenuti in rete sulla base di una normativa arcaica vuol dire penalizzare gran parte di quel nuovo sviluppo economico che proprio sulla libera circolazione dei contenuti ha costruito il suo successo. “Da google a facebook – ricorda – oggi oltre un sesto del PIL degli Stati Uniti è dovuto alla possibilità di scambiare contenuti senza dover pagare diritti d’autore”.

Due sono, dunque, i pericoli che si paventano se il documento che si attende per il prossimo 6 luglio riprenderà le indicazioni delle linee guida. Da una parte il pericolo di un indebolimento della libertà di espressione e di informazione in rete, dall’altra un pericolo di tipo economico. Proviamo ad analizzarli singolarmente.
“Il primo pericolo – spiega Nicotra - è che il diritto d’autore diventi il grimaldello con cui aggredire la libertà di espressione. Non parliamo di fantascienza, ma di cose che sono già avvenute e potrebbero diventare croniche. Pensiamo ad esempio al caso di un noto comico italiano sorpreso da alcuni suoi fan a copiare alcune battute da sui colleghi stranieri e sbugiardato in rete, attraverso un video che confronta le perfomance originali con quelle del comico copione. Con il pretesto che quei video stessero violando il diritto d’autore, in quanto contenenti spezzoni del proprio spettacolo, il comico ha chiesto che venissero cancellati, mettendo in pratica a tutti gli effetti una censura evidente ad una critica piuttosto scomoda. Quando si “sdogana” una cosa così pericolosa come la censura, insomma, non si sa mai dove si va a finire”

Passando al secondo pericolo Nicotra utilizza un argomento storico, analizzando in che modo sono state regolamentate due tecnologie precedenti ad internet: la radio e la TV. “Le tecnologie hanno una parabola, per cui partono aprendo delle profonde brecce di libertà nel mondo dell’informazione, per poi affievolirsi sotto la pressione dei poteri più forti e di una regolamentazione più stretta e limitante, man mano che assumono maggior centralità. Negli anni in cui nascevano i primi esperimenti delle radio libere, si parlava della radio come oggi si parla del web. E allo stesso modo, all’inizio, per la TV si pensava ad un’infrastruttura pubblica che consentisse a chiunque volesse di trasmettere i propri contenuti acquistando uno spazio, mentre alla fine si scelse di allocare le singole frequenze a soggetti privati. Il pericolo è che si prospetti la stessa fine anche per il web trasformandolo da spazio di enorme libertà a canale eccessivamente regolamentato o, peggio, ad elemento di controllo”.

Come ha fatto notare Calabrò, tuttavia, non si conosce ancora il testo che verrà presentato il 6 luglio e quello stesso testo, dovrà comunque essere sottoposto ad una consultazione pubblica. Quindi le possibilità che entrambi questi pericoli siano scongiurati non sono affatto basse. “Ovviamente speriamo che l’eco suscitato, in rete e non, da questa vicenda contribuisca a far fare marcia indietro all’AGCOM – conclude Nicotra – ma quello che vedo io è un tentativo costante di arginare le libertà su internet. Ora, nel caso dell’emendamento d’Alia di qualche mese fa è stata la mobilitazione della rete e soprattutto di alcuni Parlamentari a sventare il pericolo; nel caso del G8 di internet e della proposta di Sarkozy è stato il no dei grandi soggetti, ma si tratta di barricate. Quanto potranno resistere a queste spinte distruttive senza una riforma complessiva del sistema?”.

 

NB sul sito di wired.it, Guido Scorza ha posto 10 domande all’AGCOM, vale la pena leggerle per farsi un’idea di quali siano i problemi sul piatto.

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