Editoriale

Una Pa digitale e senza carta: una bufala per sognatori o un’opzione possibile? la partita è in corso, il risultato incerto

Sono oltre 230 i progetti arrivati, ora in fase di valutazione, per il nostro premio “Meno carta, Più valore”, che sarà consegnato il 9 maggio a FORUM PA; sono oltre 500 i congressisti che sono intervenuti nel convegno che il Polo Archivistico Regionale dell’Emilia e Romagna ha realizzato da poco per raccontare un primo anno di attività nella conservazione sostitutiva; è già in testa, anche se siamo ancora all’inizio della nostra campagna di iscrizioni, il convegno sulla dematerializzazione, che si è dimostrato il più gettonato da chi si iscrive alla prossima edizione del FORUM PA. Tutti questi segni vorranno pur dir qualcosa? Testimoniano forte e chiaro che la PA ce la sta mettendo tutta per passare dalle parole ai fatti in tema di digitalizzazione. Ce la faremo? Non ne sono certo: per rispondere esaminiamo le forze in campo.

Da una parte vediamo la schiera di chi si è rimboccato le maniche e non ha atteso che le norme del nuovo CAD divenissero esigibili attraverso le regole tecniche, perché si è ricordato che intanto poteva lavorare anche con quelle già presenti nel CAD del 2005 e ha cominciato ad operare. Ha rivisto i procedimenti, ha messo in rete gli uffici, ha considerato la PEC per quel che è, ossia non una panacea, ma uno strumento utile per sprecare meno carta e meno soldi, ha aperto gli archivi perché la legge impone la trasparenza già oggi, non in un futuro lontano, ha strutturato i siti pubblici perché siano utili a trovare quel che cerchiamo e non siano invece vetrine vuote. Questi, che chiamiamo “innovatori” e che rischiamo di persona camminando sempre borderline, lavorano in amministrazioni anche molto diverse, ma in generale è più facile trovarli in quelle che più hanno sul collo il fiato dei cittadini e delle imprese: i comuni, le aziende di servizio e di produzione, gli enti previdenziali, le camere di commercio.

Dallo stesso lato del campo troviamo parte, solo parte, dell’industria ICT: quella che è accanto alle amministrazioni e ha voglia di rischiare insieme, quella che sperimenta, progetta e propone e proprio non ci sta a far valere solo il prezzo più basso. Accanto anche la politica migliore, non la più numerosa, che è abbastanza trasversale agli schieramenti e ha capito che l’innovazione non è una delle strade possibili, ma l’unica via per una ripresa solida e di lungo periodo. Dietro sentiamo, anche se è difficile vederla, la forza dei cittadini e delle imprese che ne hanno piene le scatole degli annunci di un meraviglioso futuro e vorrebbero cominciare a vedere un presente a misura dei loro bisogni (e delle loro tasse).

Dalla parte avversa lo schieramento annovera sì i soliti avversari del nuovo per principio, ma non sono certo i nemici più pericolosi, accanto a loro militano, nascosti da grandi scudi, gli alfieri delle limitazioni alla trasparenza e all’accesso ai documenti, che hanno reso le varie leggi di apertura, succedutesi dalla L.241/90 in poi, strumenti spuntati attraverso i mille cavilli del diritto amministrativo. Vediamo schierati un po’ più in là, con fare sdegnoso, i signori del “qui non si può fare”, pieni come sempre di particolari clausole da applicare a particolari uffici, in una sorta di novello “nimby” burocratico: “magari altrove sì, ma qui proprio no” .

Da questa parte ci sono anche i “furbi” tra le imprese ICT, quelle che non si rimettono in gioco, che sono più esperte di carte bollate e di ricorsi che di tecnologie, quelle che non rischiano mai; sono insieme ai loro migliori alleati: gli estensori di molti dei capitolati di gara, i maniaci della ceralacca, quei funzionari degli uffici acquisti che sono attenti a tutte le regolarità formali ex ante, quanto ciechi ai risultati.
Vediamo poi, dietro a tutti e un po’ nascosti, i pavidi questuanti del “ma chi se la prende la responsabilità?”, che leggono ogni riga di ogni norma per dimostrare che in fondo “non siamo abbastanza tutelati”,  che “poi se si va in ricorso a noi chi ci difende”?
Infine guarda da una collina, alle spalle dello schieramento, chi di innovazione non parla neanche, ma intanto ha tagliato del 50% le spese di formazione alle amministrazioni e ha di fatto bloccato il turnover impedendo ai giovani di entrare nel lavoro pubblico. Chi dice ad ogni piè sospinto che non è questo il tempo per innovare e somiglia sempre più a quel taglialegna che, sudando ed imprecando su un tronco che non riesce a tagliare, si rifiuta di affilare la sua sega spuntata perché non ha tempo: deve lavorare lui!

Che pronostico fare? Chi vincerà? Uno degli errori più gravi, per noi che militiamo dalla parte di chi rischia per cambiare, è pensare che la storia sia con noi e che la vittoria sia solo questione di tempo, perché il progresso avanza e non lo puoi fermare! Purtroppo non è così. O meglio da Vico in poi sappiamo che ci sono corsi e ricorsi, ma i ricorsi possono essere anche molto lunghi e molto dolorosi. Dobbiamo avere il coraggio di vedere la realtà e di accettare che è ora che stiamo determinando il nostro futuro, almeno in un medio periodo, che poi vuol dire i prossimi cinque anni, quelli che saranno decisivi per sapere se saremo ancora in corsa o definitivamente messi da parte.

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FORUM PA 2011 cercherà di giocare il suo ruolo per sostenere gli innovatori, per creare momenti di incontro e confronto, per dare armi e consapevolezza, per combattere quella che appare la minaccia più pericolosa: la rassegnazione di un Paese che ha perso le motivazioni per impegnarsi e che sembra dire sempre e comunque “tanto è lo stesso!”.

Ma non sarà lo stesso decidere di investire nell’innovazione e nella infrastruttura in larga banda o preferire invece gli incentivi a pioggia a tutto il sistema industriale; non sarà lo stesso spendere nella scuola, nella ricerca, nella formazione avanzata con una continua attenzione alla qualità e ai risultati o proseguire invece nella politica dei tagli lineari; non sarà lo stesso avere una regia forte che punti sulla reale integrazione delle banche dati pubbliche, su un più deciso sforzo per l’implementazione del sistema pubblico di connettività, sui servizi condivisi e su una strategia di riduzione delle basi di dati per una politica di shared services o invece permettere investimenti di monadi sparse, in un’ottica campanilistica e proprietaria; non sarà lo stesso infine abbracciare con coraggio la strada della trasparenza, degli open data, dell’open government e dell’accountability o invece rinforzare i veri nemici della rete che non sono i patetici luddisti che si oppongono al nuovo, ma piuttosto chi vede nell’innovazione solo un’opportunità per il vantaggio individuale e il profitto per pochi e quindi soffre come il fumo negli occhi l’apertura, la messa a disposizione di tutti del patrimonio informativo pubblico, il lavoro collaborativo. 

Non c’è più molto tempo e non scegliere (magari rimandando le scelte a quando saremo fuori dalla crisi, come se la crisi fosse una variabile indipendente, mandata in terra da qualche demone maligno) non è neutrale, ma equivale a scegliere contro la rete, contro l’innovazione e, in fondo, contro il futuro non nostro, ma dei nostri figli.

 

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Commenti

marche da bollo

nutro qualche scetticismo ahime!

ho appena ricevuto per conoscenza la mail inviata dal Comune di Milano ad un fornitore francese in cui al contratto firmato si chiede di apporre la prevista (da loro Comune) marca da bollo da 14 euro, che ovviamente in Francia non esiste.

mah!