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Gli enti locali italiani alla rincorsa di Twitter

Sono ancora pochi, male armati e non sempre consapevoli delle potenzialità del mezzo. Ma allo stesso tempo mostrano buona attitudine alla sperimentazione e una robusta dose di creatività. E' questa la fotografia di sintesi proposta dal II Rapporto "Gli enti locali su Twitter" (disponibile in forma di mappa Google), un'indagine sull'impiego quali-quantitativo della piattaforma di microblogging da parte dei comuni, delle province e delle regioni italiane, realizzata dal sottoscritto attraverso osservazione diretta sugli account degli enti ed aggiornata al 3 Marzo 2011.

In termini assoluti, i feed delle istituzioni locali rappresentano una percentuale molto piccola della "twittersfera" italiana. Tra gli oltre un milione e trecentomila account presenti nel nostro paese (dati Ottobre 2010, fonte Vincos Blog) sono soltanto 95 quelli appartenenti alle pubbliche amministrazioni locali: 75 riconducibili a comuni, 13 a province e 7 ad amministrazioni regionali. Inoltre, all'interno di tale insieme si contano realtà molto diverse per dimensione, grado di competenza e per modalità di impiego del canale. Nelle righe che seguono proviamo allora a rendere conto di tale complessità.

Twitter come canale broadcast
L'evidenza più forte che emerge dalla ricerca riguarda il prevalere di un impiego broadcast del mezzo. Nella maggioranza dei casi esaminati, infatti, gli enti locali usano Twitter secondo la logica propria dei media tradizionali, veicolando in maniera unidirezionale i propri messaggi verso un pubblico indistinto senza ascoltare quello che il pubblico ha da rendere in cambio. Per averne prova basta osservare gli indici relativi ai "Following", quelli che individuano per ogni antenna il numero di account esterni dai quali si ricevono aggiornamenti. In 19 delle 95 realtà esaminate, il numero di "Following" è pari a zero, in altre 7 si ferma a uno. Come a dire che in oltre un caso su quattro (27%) il twitterfeed dell'amministrazione praticamente non riceve informazioni dall'esterno, e viene impiegato esclusivamente per emettere i messaggi propri. Un ulteriore dato in questo senso si ricava esaminando il tasso di impiego di funzioni più evolute- quali il rilancio secco (c.d. "retweet") di informazioni altrui o l'invio di comunicazioni mirate a utenti specifici (realizzato attraverso l'impiego del simbolo "@")- che denotano maggiore capacità di sfruttare le potenzialità di interazione del mezzo. Anche in questo caso i numeri sono impietosi: le antenne che fanno uso dei retweet sono in tutto 9 (8 comuni ed una regione, pari a circa il 10% del totale), mentre sono 10 (9 comuni ed una provincia) quelle che indirizzano messaggi mirati a singoli interlocutori. Il dialogo con cittadini e altre amministrazioni, quindi, è praticato da poche selezionate "avanguardie"

Macchie di leopardo e addensamento geografico
Altri elementi di interesse sono legati alla distribuzione geografica delle antenne. Qui il dato più rilevante ha a che vedere con la diffusione "a macchia di leopardo" dei nodi, ripartiti in maniera pressoché equivalente, ed assai poco lineare, tra grandi e piccoli centri, tra aree metropolitane e altre più periferiche. Troviamo così che piccole realtà, come i comuni di San Benigno Canavese e Capoliveri, si muovono e sperimentano con intensità là dove capitali come Roma e Firenze sono ancora ferme al palo. E la geografia "frattale" degli account mette in crisi anche le distinzioni di scuola tra Nord e Sud: se è vero infatti che a livello aggregato il settentrione può contare su un numero maggiore di hub, è altrettanto vero che alcune regioni del Centro- Sud (in particolare Abruzzo e Puglia) possono contare su una concentrazione di antenne (10 e 9 rispettivamente) ben superiore rispetto alla media nazionale.
Al contempo, ed in maniera solo apparentemente contrastante, in alcune aree del paese iniziano a formarsi dei veri e propri "distretti digitali". E' il caso ad esempio del Piemonte- dove intorno ai fulcri del comune di Torino e della Regione si sono sviluppati nel tempo ben 14 nodi- nonché dell'Emilia Romagna e dello stesso Veneto, che seguono da presso con 13 antenne ciascuno. L'analisi condotta fin qui non consente di formulare interpretazioni certe al proposito, ma è ragionevole ipotizzare che nelle aree testé descritte si sia realizzato una sorta di "effetto imitazione", con le realtà più avanzate a fare da "traino" nei confronti di quelle circostanti.

Facile esserci, più difficile starci
Una terza dimensione di rilievo ha a che vedere con l'intensità della presenza sul canale. Sono numerosi, infatti, i casi di enti locali che creano un proprio presidio su Twitter per poi abbandonarlo dopo qualche mese, oppure presidiandolo in maniera discontinua. I numeri: circa un quarto degli account (25) viene aggiornato saltuariamente (meno di un messaggio per settimana) mentre sono 33 quelli che risultano "dormienti" (nessun update nei trenta giorni precedenti la rilevazione). All'altro estremo del continuum troviamo 18 antenne "virtuose", che alimentano il proprio feed con cadenza quotidiana e mantengono quindi un presidio editoriale costante sul proprio canale.
E' su questo piano che si registra la distanza più marcata tra le realtà "grandi" e le altre: fatte salve alcune eccezioni come i già citati Capoliveri e San Benigno, infatti, le antenne dei piccoli comuni mostrano difficoltà nel mantenere aggiornato in maniera continua il proprio feed. Mentre i comuni capoluogo, le province e le regioni, in maniera probabilmente collegata alla maggiore disponibilità di personale, offrono un livello di presidio superiore.

Gli impieghi prevalenti: segnalazione eventi e informazioni di pubblica utilità
Dal monitoraggio della citizen satisfaction al management delle emergenze, dalla comunicazione istituzionale alla gestione dei rapporti coi cittadini ed al c.d. community building, sono tanti gli usi potenziali che gli esperti del settore assegnano a Twitter in ambito pubblico. Nel nostro paese, tuttavia, lo spettro d'impiego del social cinguettante appare più circoscritto. Tra le funzioni più ricorrenti vi sono la comunicazione di eventi (esercitata dal 71% delle antenne), la diffusione di informazioni su temi di pubblica utilità quali viabilità, apertura degli uffici pubblici, scuole (60%) ed il rilancio di bandi pubblici (diffusa nel 27% dei feed). Accanto a queste, si vanno gradualmente affermando modalità di impiego più orientate alla diffusione di materiali multimediali come foto e album fotografici (presente in 14 antenne) e video (in 15), mentre alcune avanguardie illuminate come Bologna, Torino, la Regione Lombardia ed i piccoli comuni di Montegaldella e Settimo Torinese sperimentano le prime forme di coinvolgimento del pubblico nel palinsesto (c.d. "crowdsourcing"). Per altro verso, non mancano situazioni in cui lo spazio digitale pubblico viene piegato ad impieghi più o meno ortodossi di comunicazione da parte dell'amministrazione in carica o di singoli esponenti politici.
 


* Giovanni Arata è giornalista e analista internet/  twitter.com/#!/giovanni_arata

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Commenti

Articolo molto interessante

Ho trovato molto interessante l'articolo e l'analisi proposta. Nel mio piccolo qualche mese fa sulle pagine del mio blog avevo cercato di fare lo stesso discorso ma più orientato ad analizzare i contenuti scambiati. Allego il link http://wp.me/pNi8G-5t come contributo ad un tema che mi appassiona molto e spero possa diventare un modo di dialogare con la pubblica amministrazione nel futuro abbattendo le barriere burocratiche che ancora oggi tengono lontani questi due mondi.

C'è chi può, e chi no

Peccato che in molte amministrazioni pubbliche, come la mia, gli spazi social (facebook, twitter, youtube) sono off-limits, considerati demoniaci e improduttivi, e quindi proibiti a tappeto, direttamente vietati dal proxy server.
Il dovere elemosinare l'accesso a questi spazi inibisce fin dall'inizio la voglia di innovare con i social media.