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I nidi aziendali nella PA, un’incompiuta bloccata… sul nascere

In tempi di crisi i soldi mancano sempre, eppure anche quando le risorse ci sono... non vengono sfruttate.
E' il caso del progetto per gli asili aziendali nelle pubbliche amministrazioni che nonostante uno stanziamento di 18 milioni (quasi un anno e mezzo fa) ha portato solo il 4% delle amministrazioni pubbliche a dotarsi di un nido aziendale. Solo il 10% dei possibili beneficiari dall’iniziativa sta progettando o ha mostrato interesse per aprire un nuovo asilo. I bambini che usufruiscono delle strutture sono circa 3500, in luogo degli 80mila previsti entro dieci anni dall’avvio del progetto, a fronte di un numero di figli di dipendenti pubblici interessati alla fascia in questione che supera le 100mila unità. Un ritardo francamente incomprensibile.

Mi è capitato recentemente di pranzare alla mensa della Regione Lazio e sono stato colpito dal fatto che l’ambiente era insolitamente e allegramente allietato da molteplici schiamazzetti infantili. Poi mi è sovvenuto che quel dì era giorno di chiusura scolastica e quindi ho rinnovato il ricordo di quello che in genere osservavo in maniera incredula per buona parte del periodo estivo quando frequentavo quel palazzo con assiduità professionale, fino a un paio di anni fa. Cioè che molti dipendenti portano i loro bambini al lavoro quando le scuole inferiori di ogni ordine e grado sono chiuse, e che le creature contribuiscono a “riempire” nel migliore dei modi le tristi giornate dell’obbligo professional-regionale animando con garrule grida in gran numero i corridoi sghembi e obliqui di quell’edificio surreale (credo fermamente sia stato partorito dalla mente di un architetto pazzo), appunto la mensa e anche gli uffici, giusto prima di accasciarsi finalmente stanche per dedicarsi al gioco virtuale con i pc di papà o mamma - all’uopo amorevolmente lasciati liberi – in attesa del “suono della campanella” (il momento della timbratura in uscita di quello che per molti è l’odiato cartellino) che segna il rompete le righe e il ritorno a casa.

Naturalmente, il tono scherzoso che ho fin qui mantenuto non deve trarre in inganno, ma vuole piuttosto sottolineare un grave ritardo – anche in questo caso tutto italiano rispetto all’insieme continentale del fenomeno, ben diverso – nell’affrontare un problema invece molto serio. E’ pur vero che l’età dei ragazzi che ho citato è in genere più alta (per quanto ho potuto mediamente osservare) rispetto a quella che rientrerebbe a far parte del progetto pilota di “Apertura di asili nido aziendali negli uffici pubblici”, avviato dal Governo nell’ottobre 2009 (grazie ad un protocollo d’intesa tra il ministro per le Pari Opportunità, il ministro per la Pubblica amministrazione e l’innovazione e il sottosegretario per le politiche della famiglia) che prevedeva uno stanziamento iniziale pari a 18 milioni di euro e che riguarda i bimbi da 0 a 3 anni.

Ma già tentare di risolvere… alla “nascita” il problema sarebbe giusto viatico per un buon inizio e poi anche felice proseguio di un percorso che invece nel nostro Paese è stato quasi completamente ignorato. Infatti, stando ai dati raccolti in un’indagine dal Formez è risultato che solo il 4% delle amministrazioni pubbliche dispone di nidi aziendali. Nel particolare, questi sono concentrati per il 31% in Lombardia, per il 19% nel Lazio e altrettanto nel Veneto (tre regioni che da sole fanno segnare il 70% delle strutture funzionanti), mentre solo il 10% dei possibili siti beneficiati dall’iniziativa sta progettando o ha mostrato interesse per aprire un nuovo asilo, e a tutt’oggi la percentuale non risulta aumentata in modo sensibile.

Il totale di bambini così collocati è a tutt’oggi di circa 3500 unità in luogo degli 80mila previsti (meglio: auspicati) entro dieci anni dall’avvio del progetto, il tutto a fronte di un numero di figli di dipendenti pubblici interessati alla fascia in questione oscillanti fra i 100 e i 120mila, con una dichiarata propensione delle relative famiglie a utilizzare il nido pari a circa la metà del totale. Un ritardo finora maturato che, vista la falsa partenza, sarà difficilmente colmabile nel periodo ancora mancante. Quello che più impressiona è il quasi evidente e totale disinteresse nell’usare fondi pubblici già stanziati e a disposizione per colmare un gap strutturale e risolvere un problema che per molte famiglie non è esagerato definire drammatico. Se poi si aggiunge che nel progetto si era anche stabilito di destinare il 10% dei posti disponibili ad appannaggio di dipendenti non pubblici – stante la carenza dei posti a disposizione nei nidi comunali e il costo delle rette ben più altro se si è costretti a sondare eventuali disponibilità presso strutture private - la mancanza di attenzione verso un problema generale così diffuso e sentito rasenta la cecità in maniera francamente incomprensibile.

E pensare che l’esordio era stato incoraggiante, e aveva visto la Presidenza del Consiglio in prima linea con la realizzazione dell’asilo “Cip e Ciop”, seguito dal “Qui, Quo, Qua” messo in funzione al Dipartimento delle Pari Opportunità. Che poi si tratti del percorso compiuto da Stefania Prestigiacomo nelle vesti di ministro e di madre e della sensibilizzazione che ne deve essere giustamente scaturita – per lei e per quei pochi altri che ne hanno potuto usufruire, in strutture così apparentemente “riservate” - non pare senz’altro coincidenza casuale.

Nella speranza che nascano presto – visto che la possibilità è concreta, così come lo sono i fondi a disposizione per procedere in quella direzione - tanti “Yoghi e Bubu”, “Topolino e Pluto” (e via di questo passo con la fantasia) sparsi in tutto il variegato mondo delle strutture della pubblica amministrazione, al momento ci tocca giocoforza mostrare pazienza e benevolenza nei confronti dei piccoli e piccolissimi invasori di quegli uffici, quando altro ricovero o ritrovo più adatto non c’è, o addirittura non è stato nemmeno messo in cantiere.
In fondo, è tutto meno che colpa da addebitare a loro.

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