Editoriale

"A maggior ragione…" una riflessione su manovra finanziaria e amministrazione pubblica

La manovra finanziaria che è stata varata la settimana scorsa dal Governo, e di cui stasera (è lunedì 31 maggio) è disponibile finalmente il testo, ha avuto già innumerevoli commentatori autorevoli, permettete che, dal mio particolare osservatorio, vi giunga qualche considerazione su alcuni temi che non ho sentito ancora trattare con la sufficiente attenzione.Per semplicità dividerò la mia analisi per punti chiedendomi ogni volta se in questa crisi vale ancora la pena di lottare per gli obiettivi di innovazione che la PA in questi anni si è posta e che sono alla base di quella riforma che, comunque la si giudichi, costituisce sino ad ora probabilmente l’azione di governo di maggiore spessore del quarto esecutivo Berlusconi.

Non tratterò volutamente il tema dei temi, ossia il blocco degli stipendi dei dipendenti pubblici, non perché non sia importante, ma perché è stato già oggetto di mille analisi e di mille commenti e anche perché, in fondo, anche questo provvedimento è figlio di come si considera l’amministrazione pubblica. L’analisi di questa considerazione di fondo sarà alla base della mia riflessione.

1.      Serve ancora l’innovazione?

A maggior ragione in tempo di crisi è necessario innovare, è necessario portare a termine riforme coraggiose, è necessario reingegnerizzare i processi e rivedere i modelli organizzativi. La PA è ad un passaggio critico: tanti anni fa dicevamo che era in mezzo al guado di una riforma infinita (era la fine degli anni ’90) ora direi piuttosto che è al take off, quando i motori sono spinti al massimo e non si può far altro se non decollare o schiantarsi. Molte di queste riforme porteranno a dei risparmi, sono le cosiddette riforme a costo zero, come le chiama Brunetta. Ma non prendiamoci in giro, se a regime sono a costo zero, o addirittura “sotto zero” quando producono risparmi, non possono partire senza un innesco fatto di investimenti soprattutto in capitale umano. Non c’è PEC che tenga, non c’è reti amiche che servano se non investiamo nella crescita delle professionalità. 

2.      Serve ancora la formazione e lo sviluppo delle professionalità?

A maggior ragione se si vuole sperare di risparmiare e migliorare al contempo la qualità dei servizi. Se si voleva dare un preciso segnale di disistima verso il pubblico impiego, allora con il taglio lineare del 50% della formazione (buona o cattiva che sia, mettendo tutti allo stesso livello in una notte in cui tutti i gatti sono bigi) ci si è riusciti in pieno. Questo è il momento di essere severi sulla qualità della formazione, di essere drastici sui requisiti di accreditamento, di essere pignoli sui piani complessivi di formazione da richiedere alle amministrazioni, di essere decisi nel pretendere una valutazione reale degli interventi ma non è certamente il momento di disinvestire in formazione. Chiedete a chiunque (penso alle Poste di Corrado Passera per citare solo un esempio) abbia fatto radicali riorganizzazioni di grandi organizzazioni: è partito sempre e dovunque da una formazione capillare e di qualità.

3.      Serve ancora la valutazione?

A maggior ragione se vogliamo puntare sulle eccellenze che sono le sole che ci possono fare uscire dalla crisi in forma strutturale e non meramente episodica. Ma è molto difficile prendere sul serio una valutazione se, come è scritto chiaramente nel decreto (art.9 comma1), “il trattamento economico complessivo dei singoli dipendenti, anche di qualifica dirigenziale, ivi compreso il trattamento accessorio, previsto dai rispettivi ordinamenti delle amministrazioni pubbliche (…) non può superare, in ogni caso, il trattamento in godimento nell’anno 2010”. Ciò vuol dire che nessuno, qualsiasi sia l’esito di una nuova ed efficace valutazione per cui tanto ci siamo battuti, potrà avere un euro in più di quanto ha avuto quest’anno. Purtroppo è la fine di qualsiasi percentuale e di qualsiasi fascia perché a casa mia qualsiasi numero moltiplicato per zero dà sempre zero! A prendere sul serio la valutazione e quindi la riforma si poteva fare certamente meglio salvaguardando l’invarianza del monte salariale complessivo, cosa che avrebbe dato una qualche speranza di flessibilità in base al merito. Così per tre anni tutto il nostro parlare di valutazione delle performance rischia di essere messo in soffitta.

4.      Serve la comunicazione pubblica?

A maggior ragione un Paese che deve puntare, come oggi ha detto egregiamente il Governatore della Banca d’Italia Draghi, su “capacità di fare, equità, desiderio di sapere e solidarietà” non può che cercare questa necessaria ritrovata unione nazionale, questo sentirsi squadra, in una intelligente azione di comunicazione da parte delle amministrazioni pubbliche.
Lo stesso Presidente Napolitano ebbe a dire parlando di comunicazione pubblica che essa “richiede l’adeguamento delle risorse umane e delle strategie organizzative ai crescenti bisogni di informazione della società civile”.
Tagliare come fa la manovra dell’80% queste spese, senza neanche guardare di che si tratta, senza aprire neanche i contenitori che si buttano al macero per sapere se dentro ci sono gioielli o rifiuti è, ad essere buoni, molto miope.
Certo non tutti i convegni che si organizzano sono di qualità, certo non lo sono tutte le mostre: anche qui è necessario prendersi la responsabilità di giudicare.

5.      Serve una consulenza di qualità?

A maggior ragione per promuovere il cambiamento è necessaria la buona consulenza che accompagni le trasformazioni con un occhio “terzo”. Non c’è stata spesa come la consulenza che sia stata messa così alla gogna; ma attenzione, in questo comparto è entrato di tutto. Dai portaborse agli staff dei ministri e dei Presidenti, dagli affidamenti in house ad aziende del tutto pubbliche alle segreterie dei politici. La spesa così sembra altissima, ma quella che va ad aziende di consulenza che presentano piani e progetti verificabili nei risultati è in effetti una minima parte, senz’altro decisamente inferiore a quella della gran parte dei paesi sviluppati. Anche qui nessuno discute la necessità di risparmi, ma invece di sforbiciate alla cieca si potevano intraprendere strade alternative quali l’introduzione di meccanismi di qualificazione della spesa basati su criteri oggettivi, la riduzione del perimetro di azione degli enti pubblici in house, l’adozione di formule a risultato (success fee) concentrando i tagli alla spesa sulle consulenze per le quali non siano previsti dei risultati concreti a fronte della fornitura del servizio, il ricorso sempre e ovunque a procedure di gara ad evidenza pubblica per assicurare la massima trasparenza, evitando ogni sorta di affidamento diretto.

6.      Serve ancora aprire la porta ai giovani nella PA?

A maggior ragione in un tempo di crisi come quello che stiamo attraversando il futuro dei giovani dipende dalla politica del lavoro, e il lavoro pubblico ne è magna pars. Tutti, buon ultimo oggi Draghi, lamentiamo che stiamo togliendo ai giovani, escludendoli di fatto dalla vita attiva, diritti chiave di cittadinanza. Ma quando alle parole dovrebbero succedere i fatti ecco che le porte si chiudono, i concorsi non si fanno, il turnover è bloccato e i giovani, con il loro carico di innovazione nativa, di entusiasmo, di speranze restano fuori. Di tutti i punti è quello che digerisco di meno e non solo per una politica sociale, per altro necessaria, a favore del lavoro giovanile, ma anche perché sono convinto da sempre che innovazione senza giovani è un ossimoro, è un non senso logico e organizzativo.

Ma come fare se bisogna comunque rispettare le cifre complessive della manovra? Ha senso lamentarsi del metodo in un momento così difficile? Non posso che confermare: non solo il metodo qui è sostanza, ma dal metodo dipende il fallimento o la riuscita nel tempo dell’intera operazione. Nessuno contesta la necessità della manovra e (forse) neanche il suo ammontare. Quel che è in discussione è il come: dare maggiore o minore responsabilità alle amministrazioni, alla loro capacità di gestire i budget e di tenere i saldi di bilancio pure di fronte a scelte diverse l’una dall’altra e dettate dalle peculiarità di ciascuna.

Il metodo però dipende da quale è la visione che si ha del mondo pubblico: se si pensa che è in fondo uno spreco per il paese da limitare al massimo, se si crede che è inemendabile, se si argomenta che l’unico sistema buono è “affamare la bestia” perché essa non è in grado di autoregolarsi, se non si crede opportuno impiegare fatica, risorse, creatività e intelligenza per guardare cosa è buono e quindi da conservare e far crescere e cosa è cattivo e quindi da tagliare, se non si ha il coraggio di progettare riforme strutturali che cambino l’assetto istituzionale e che incidano, quindi, sulla vera zavorra che impedisce alla PA di crescere in produttività, se non si vuole avere la pazienza di adoperarsi con professionalità a scovare e cacciare lo spreco che si annida nel cuore delle organizzazioni e non nella cintura esterna delle spese per beni e servizi, se non si vuole fare, insomma, “governo” della amministrazione pubblica, allora va bene così.
Va bene stabilire rigidamente per legge quanto ciascuno deve tagliare in comunicazione, formazione, spese di consulenza, ecc. con lo spauracchio onnipresente del “danno erariale” che farà sì che nessun dirigente avrà più il coraggio di fare alcunché.
Io non sono d’accordo.

Lasciatemi finire con un’impressione a caldo dopo aver letto con attenta ermeneutica per quasi una nottata le 176 pagine della manovra.

Mi piace poco il contenuto della manovra, ma ancor meno mi piace la metacomunicazione che è ad essa sottesa. L’amministrazione pubblica che io conosco non è quella che la manovra descrive implicitamente: essa parla di un’amministrazione scialacquatrice, divisa tra feste e festini fatti per non andare a lavorare, auto blu per tutti, sedi all’estero in cui andarsela a spassare, consulenze inutili pagate agli amici e formazione fatta solo per starsene fuori sede. Ripeto: non è la PA che io ho visto nei vent’anni di osservatore attento, che è fatta, invece, per la grande maggioranza di dipendenti che, per uno stipendio più basso di oltre il 20% rispetto alla maggior parte dei loro colleghi europei, fanno del loro meglio per fornire servizi ai cittadini ed imprese NONOSTANTE l’organizzazione delle amministrazioni sia autoreferenziale, nonostante i dirigenti sono scelti normalmente non in base al merito ma alle appartenenze e alle fedeltà, nonostante la possibilità di crescere professionalmente sul lavoro sia una chimera, nonostante che sino ad ora la valutazione e il merito fossero parole da studiosi, nonostante l’ingerenza della politica….

Forse è da qui[1] che si potrebbe cominciare.

 

 


[1] Vi suggerisco di leggere la nostra ricerca “Liberiamo la PA” secondo me è molto istruttiva!

 

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Commenti

La ricerca navale chiude

Lo Stato deve promuovere lo sviluppo. Lo Stato richiama i cervelli fuggiti all'estero. Senza la Ricerca non c'è futuro. Solo la Ricerca Pubblica consente la ricerca di base. Solo la Ricerca Pubblica può essere autonoma, senza il profitto immediato che serve all'industria. E allora perchè lo stato sopprime e smembra l'INSEAN, l'unico ente pubblico che fa ricerca navale, stimato e conosciuto in tutto il mondo scientifico ma non nella sala dei bottoni ? E che ne sarà degli impianti unici in Italia,dove è nata Luna Rossa, se ricercatori e tecnologi andranno da una parte e tecnici e amministrativa da un'altra ? Che "volpini" !!!

Sul contenuto della manovra

Sul contenuto della manovra non ho commenti particolari. E' solo la dimostrazione di un modo ottuso di procedere. Riguardo invece la PA ho invece una opinione molto diversa che deriva dalla mia esperienza. Progetto di ricerca europeo, gestito dal punto di vista scientifico centralmente a Bruxelles, dal punto di vista finanziario localmente dagli stati dei partner. Progetto vincente, su una concorrenza di 200 progetti presentati dalle migliori università e centri di ricerca (1000 partecipanti). Tutti contenti ci aspettiamo di svolgere le formalità burocratiche in tempi ragionevoli come succede nei progetti gestiti integralmente da Bruxelles. Tutt'altro. Per farla breve non racconto tutte le cose ridicole che ci sono state richieste, come ad esempio la traduzione di tutta la documentazione in italiano perché i funzionari preposti alla gestione dei progetti europei non conoscono l'inglese...il funzionario (l'unico col quale sono riuscito a parlare non riesce dopo due anni a pronunciare il nome del progetto...). Insomma, il progetto è finito, i partner stranieri sono stati pagati, quelli italiani (quanta vergogna) non hanno ancora neanche un contratto. Hanno dovuto arrabbattarsi (grande dote nazionale) pagando di tasca propria. Dove è la voglia di innovazione? Dove sono quei dipendenti della PA che lei ha visto in vent'anni di osservazione?
Burocrati ottusi, ecco chi ho conosciuto io. Soltanto incompetenza, ignoranza e menefreghismo.
Quindi, devo dire, che se decurteranno gli stipendi a quelli che ho conosciuto io (strapagati da quello che si legge su internet) sarò ben contento, anzi spero che gli stipendi vengano azzerati. Ricominciare da zero è forse l'unica soluzione. E se dovessero avere problemi, si rivolgano pure a me, avrò qualche modulino da fargli compilare in triplice copia e carta bollata...

i gatti non sono tutti bigi

grazie per il suo contributo che sarebbe stato ancora più gradito se non anonimo. Sarei felice se lei facesse altresì nomi e cognomi, date e circostanze. Nessuno vive nel Paese dei Balocchi: so benissimo che ci sono impiegati pubblici che dovrebbero essere cacciati, ma sono stufo di una nebbia in cui sono tutti uguali. Abbia coraggio e racconti il suo caso: io da parte mia ne farò pubblicità e andrò sino in fondo a capire e divulgare.
un cordiale saluto
Carlo Mochi Sismondi

Sono d’accordo con lei. Non è

Sono d’accordo con lei. Non è giusto fare di tutta l’erba un fascio ed è scorretto, nei confronti di coloro che fanno il proprio dovere, parlare per categorie. Sono il responsabile di una PMI e pago, purtroppo, le tasse fino all’ultimo centesimo e so di essere una mosca bianca. Dico purtroppo perché quando mi confronto con i miei “colleghi” stranieri provo tristezza e rabbia.
Per quanto riguarda la mancanza di nomi in quanto ho scritto nel precedente messaggio, non è per mancanza di coraggio. Ho dei partner di progetto italiani che hanno rapporti continui con il ministero in questione e temono “vendette trasversali”. E da come hanno reagito i burocrati coinvolti, non fatico a dubitare della paura dei miei partner. Devo rispettare le loro scelte. Sono però a completa disposizione per fornire tutti i dettagli privatamente, contattandomi all’indirizzo di posta elettronica che ho fornito in modo da trovare, eventualmente, il modo di procedere per migliorare senza coinvolgere persone che non vogliono.

Fannulloni e Furbetti

Infatti non sono stato contattato...Una bella riunione, un lungo seminario e passa tutto. Diciamo che la burocrazia, in fondo, è bella e necessaria,prendiamo il nostro cospicuo stipendio e vai che un'altra settimana è passata e poi verrà la pensione!

A maggior ragione ...

Nel condividere il giudizio negativo di Carlo Mochi Sismondi soprattutto sul metodo grosso del fare risparmi (taglio col machete) mi preme sottolineare l'aspetto più pericoloso della manovra dato dalla persistente testarda esclusione delle giovani leve dalla vita economico-sociale del paese che gli nega il diritto quindi di concorrere al disegno del futuro che dopo tutto essi dovranno vivere.
Una manovra che non dà speranza ... una manovra che uccide il futuro.
Basterebbe,appunto, salvare dai tagli un briciolo delle risorse per immissioni selettive, per una giusta formazione o per l'incentivazione come premio dell'eccellenza ... e le somme potrebbero arrivare da una piccola revisione della tassazione sulle rendite finanziarie.
Non toccarle affatto rende il tutto sommamente iniquo ed odioso.

condivisione

L'analisi svolta non può che essere abbracciata in toto; non ci sono segnali che la classe politica riesca, a dimostrare nei fatti, di volersi liberare dei mille lacci che le piccole e/o grandi consorterie gli mettono al collo.
Nella Provincia in cui lavoro, 1500 dipendenti circa, ci sono lo stesso numero di posizioni organizzative che ha il Comune dove la provincia ha sede e che conta 15.000 dipendenti. Nella stessa Provincia, nelle settimane scorse, è stata emanata una delibera di aumento di 2 milioni di euro dello stipendio dei dirigenti con l'avvallo di tutte le sigle sindacali.
Dall'insediamento della nuova Giunta 2 anni fà la riorganizzazione dell'ente è stata solo annunciata e non ci sono segnali di reale rinnovamento in atto.
Senza sponsor non c'è né sviluppo di carriera né di rispetto dei diritti acquisiti:
l'unica possibilità è il ricorso al Giudice del lavoro, che rimane l'unica minaccia che temono, anche se il rischio, per l'amministrazione, di essere citata in giudizio è 1 su 10.

articolo di Mochi Sismondi

Come sono d'accordo.Lavoro da tanti anni in ospedale, non ho mai mandato un certificato se non in occasione di due interventi chirurgici faccio il mio lavoro con passione da trenta anni. Chi lavora sa benissimo dove sono gli sprechi peccato che quando si va a tagliare lo si fa sempre dove non si dovrebbe è una lotta impari il potere o i decisori dovrebbero ascoltare di più chi è in trincea e ha dimostrato negli anni l'attacamento e l'efficienza ma figuriamoci se questo può avvenire . Una dipendente della PA delusa e avvilita.

Una analisi sorprendentemente

Una analisi sorprendentemente corretta, lucida ed incisiva. Bravo!

La mannaia del Governo

Bello e istruttivo l'articolo di Mochi Sismondi.
Penso che il Governo si occupi della PA solo per occuparla, sfruttarla e all'occasione sacrificarla. E' il solito atteggiamento predatorio, tipico dei prepotenti, dei colonizzatori. Per liberare la PA, la volontà e le energie devono arrivare prima di tutto dal suo interno. Le troveremo?
Io, dopo 34 anni di servizio, a 58 anni di età, ne dubito.

La manovra del governo (suicida)

Comincio con un applauso per Carlo Mochi Sismondi, che in questo articolo sulla manovra finanziaria del governo, ha fatto una lucida e direi chirurgica analisi del Decreto "Misure urgenti in materia di stabilizzazione finanziaria e di competitività economica".

La grottesca e inconsapevole autoironia parte già dal titolo dato al documento pubblicato sulla Gazzetta ufficiale, come si fa a chiamare questa mannaia che cade sulle teste di tutti noi "comuni mortali", lavoratori, pensionati, giovani, dipendenti pubblici:..."stabilizzazione finanziaria e di competitività economica"?

L'economia e le finanze di qualunque entità gestionale, pubblica e privata, parte dall'oculata gestione delle risorse, dalla trasparenza del loro governo, dall'onestà intellettuale di chi prende le decisioni e le attua. Tanto per non fare nomi, chi si ricorda le parole rassicuranti del Ministro Tremonti, dopo i fatti della Grecia? Lui diceva che siamo un paese "virtuoso" (più di altri) e che non corriamo un "rischio Grecia".

Puntualmente Tremonti si è smentito da solo, poche settimane dopo, con Letta a dire pubblicamente che "la manovra serve a evitare il rischio Grecia in Italia" e i fatti dicono che a pagare sono quelli che già ora pagano di più, tutti noi "comuni mortali".

Tutto il resto della drammatica e grottesca vicenda lo ha descritto in modo mirabile Carlo Mochi Sismondi, ed è sotto gli occhi di tutti, ma resta un ultima domanda:
gli italiani riusciranno ad aprire occhi e coscienze, tirando le conclusioni SU QUESTO GOVERNO? Noi della Agile ex Eutelia li abbiamo aperti da un pezzo...

Commento al tuo articolo

Caro Carlo,
sono stato per anni ospite del Forum P.A. in rappresentanza di Digital Equipment,Compaq ed HP.
Ora sono consulente di Confcommercio ed Assintel. Posso dire di aver vissuto indirettamente nel mondo della P.A. da allora.

Concordo per molti versi con i contenuti del tuo articolo. Esprimendo in mdo succinto le mie considerazioni,il nocciolo del problema secondo me giace dentro i gangli della P.A.. Non bastano uno o più Ministri di buona volontà e con idee concrete, alcune peraltro discutibili;ci vuole il coraggio di scardinare un mondo che ha nella sua organizzazione non politica alcuni privilegi ed anche molte vessazioni.
Chi ha questo coraggio? Io personalmente credo che si debba fare ricorso - oltre alla rivalutazione dei manager pubblici validi ma non attraverso giudizi politici- alla imprenditoria privata. Questo non nelle forme oggi riconosciute, e cioè tramite consulenze non ben determinate, incarichi laschi, idee non chiare sugli obiettivi, scarsa misurazione dei risultati e scelte comunque fatte dai vertici politici.
Ci vuole chiarezza e trasparenza negli incarichi dirigenziali pubblici.
Il federalismo in questo senso potrebbe dare la mazzata finale alle professionalità - che pur esistono, non sono da poco e vanno rivalutate - della P.A..
Sarebbe opportuno creare un tavolo di concertazione continuato con le Imprese e con chi le rappresenta, lasciando fuori i Monopoli di nome e di fatto. Se la parte politica stesse piu' a sentire le Imprese, ed in particolare chi rappresenta le micro e piccole che sono l'anello portante di questo Paese (pur con tutti i loro problemi e con l'esigenza di crescere per non morire), si potrebbero ottenere risultati importanti. Altrimenti la P.A. rischia di divenire un buco nero che tutto ingoia, senza un concreto programma di rilancio dell'economia basata sul pubblico, da sempre volano di crescita o stagnazione, in piu' con un debito (pubblico e quindi di tutti noi) che continua a crescere, senza che vi sia un vero confronto ed una relazione visibile con le esigenze del Paese.

Un saluto.

Maurizio Pio