Intervista

La paura produce criminalità? Come rompere un circolo vizioso ed avere città più sicure

Non è una formula magica quella che ci offre Pierciro Galeone, Segretario generale di Cittalia, piuttosto una riflessione che si basa sullo studio della percezione di insicurezza nelle maggiori città italiane. Se un quartiere appare degradato e poco vivibile, i cittadini hanno paura e tendono ad abbandonarlo...facendone a quel punto davvero terreno fertile per la criminalità. La soluzione? Un mix equilibrato di controllo, repressione, politiche di riqualificazione urbana, partecipazione dei cittadini e naturalmente adozione intelligente di tecnologie innovative.
A FORUM PA 2010 questi temi saranno al centro di uno zoom tematico, del salone specializzato TechFOr e del Premio "Innovazione e sicurezza".

È un argomento sempre in prima pagina durante le campagne elettorali e, in generale, terreno di scontro politico, ma è anche un problema davvero sentito dai cittadini.

Ascolta gli interventi in materia di sicurezza presentati nelle passate edizioni di FORUM PA

Stiamo parlando della sicurezza, tema a cui FORUM PA riserva da sempre momenti di approfondimento, con l’obiettivo di uscire dagli stereotipi e dai luoghi comuni, cogliere il nodo delle problematiche e sviluppare un confronto, tra i diversi soggetti coinvolti, sulle politiche più efficaci da mettere in atto.

Quest’anno FORUM PA, in collaborazione con ANCI, dedica un vero e proprio zoom tematico alle “Politiche e tecnologie per la sicurezza dei cittadini e del territorio”.
All’interno della mostra, lo spazio per eccellenza riservato all’incontro tra professionisti pubblici e privati del settore sarà TechFOr - Salone internazionale delle Tecnologie per la sicurezza, una sezione espositiva specializzata nata con la collaborazione dell’Arma dei Carabinieri, il patrocinio della Presidenza del Consiglio dei Ministri e dell’AFCEA (Armed Forces for Communication and Electronic Associaton).

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E in occasione della terza edizione di TechFOr, verranno per la prima volta selezionati e premiati i migliori progetti di promozione della legalità, prevenzione del crimine e gestione del rischio, realizzati dalle amministrazioni pubbliche in partnership con attori privati.

Sarà proprio la cooperazione tra i diversi attori il filo conduttore dello zoom sicurezza di FORUM PA 2010. La cooperazione è una scelta strategica ormai ampiamente condivisa, come emerso già nel corso del convegno sulla Homeland Security organizzato da TechFOr e AFCEA, che si è tenuto a Roma l’11 febbraio scorso. In quell’occasione sono stati anticipati molti dei temi che verranno approfonditi a FORUM PA 2010: la complessità dei fattori che influenzano il senso di insicurezza dei cittadini; il ruolo delle tecnologie nel controllo del territorio; il rapporto tra le politiche di repressione del crimine e le politiche per la sicurezza partecipata.

Abbiamo chiesto una riflessione su questi aspetti a Pierciro Galeone,Segretario generale di Cittalia, la Fondazione ricerche dell’ANCI che ha realizzato diversi studi sul tema della sicurezza nelle aree urbane. Ricordiamo, in particolare, l’indagine “Oltre le ordinanze. I sindaci e la sicurezza urbana”, presentata giusto un anno fa e aggiornata nel settembre scorso.

Partiamo da una domanda per cercare di fare un po’ di chiarezza: che cos’è che produce insicurezza nelle città?
Ci sono alcuni elementi che incidono moltissimo sulla percezione dell’insicurezza e sono soprattutto i temi legati al degrado urbano e all’abbandono degli spazi pubblici. Questo si deduce confrontando i dati sulla percezione di insicurezza, cioè quanto i cittadini si sentono insicuri, con i dati sui tassi di criminalità reale: ci sono delle aree dove le persone si sentono fortemente insicure, nonostante il tasso di criminalità non sia più alto della media, e questo avviene soprattutto nei quartieri in cui c’è qualche forma di degrado (abbandono di spazi pubblici, aree non illuminate, giardinetti abbandonati), insomma in cui la parte pubblica della città non è più vissuta. In realtà questo dato è conosciuto da tempo, ma è stato spesso sottovalutato. Si è detto, semplicemente, che la percezione non coincide con la realtà; il problema, invece, è che tra percezione e criminalità reale c’è un nesso: le persone, infatti, tendono ad abbandonare le aree in cui si sentono insicure e questi spazi, a quel punto, rischiano di essere occupati davvero da microcriminalità o altre attività illecite.

Guarda l'intervista a Pierciro Galeone sulla percezione di insicurezza nelle città italiane

Questo significa che la paura produce criminalità?
Diciamo che c’è un circolo vizioso che collega paura, abbandono delle aree urbane, insediamento della criminalità e aumento del tasso di criminalità reale. Un altro aspetto interessante riguarda il ruolo dei media sulla percezione di insicurezza: un ruolo che in effetti è molto importante, ma in parte sopravvalutato. Infatti, dalle indagini sulla percezione di insicurezza nelle maggiori città italiane emergono dati molto diversi: ogni città è insicura a modo suo. In alcuni casi, soprattutto nel mezzogiorno, il timore maggiore riguarda la criminalità organizzata; in altri casi, è la microcriminalità a fare più paura; altrove, infine, il timore più forte è legato all’immigrazione. Questo dato è importante, perché mette in evidenza come la percezione di insicurezza e la domanda di sicurezza siano fenomeni strettamente legati al territorio e quanto sia importante un governo locale del fenomeno.

In questo senso, il ruolo dei Comuni ne esce rafforzato.
Sì, ma questa non è una cosa nuova. In realtà il ruolo dei Comuni è andato via via crescendo da quando è stata introdotta l’elezione diretta del sindaco. Da quel momento, il primo cittadino è stato oggetto della domanda di sicurezza, soprattutto nei centri maggiori dove il problema è più sentito e più complesso. C’è stata, quindi, tutta la stagione dei Patti per la sicurezza, in cui il Comune è diventato una sorta di rappresentante dei cittadini verso le amministrazioni statali. Questa funzione, poi, si è evoluta attraverso un’attività di cooperazione tra Comuni, con il loro ruolo di governo del territorio, e Forze di polizia statali, con il loro ruolo di controllo e contrasto della criminalità. Fino a giungere all’ultima stagione, quella delle ordinanze, che sono state un’innovazione dal punto di vista dei poteri del sindaco in materia di sicurezza.

Ordinanze che a volte presentano aspetti che si potrebbero definire quasi “pittoreschi”…
In effetti alcune ordinanze possono dare questa impressione, ma questo rientra nel discorso che facevo prima: nella percezione delle persone esiste una continuità, anche territoriale, tra comportamenti incivili (che generano degrado) e comportamenti criminali. Ecco perché alcune ordinanze possono apparire bizzarre o esagerate, perché vanno a colpire atteggiamenti che, a volte, sono semplicemente di cattiva educazione: pensiamo a tutte quelle che si riferiscono ai comportamenti cosiddetti “giovanili”, ad esempio di disturbo della quiete pubblica.

Quali strumenti possono rompere il circolo vizioso di cui parlava prima, tra paura e aumento della criminalità reale? Le ordinanze, ad esempio, sono utili o ci sono politiche di più ampio respiro che si possono mettere in atto?
Guardi, non a caso la nostra ricerca si intitola “Oltre le ordinanze”. Bisogna prevedere un livello di cooperazione ulteriore, che affianchi, all’attività repressiva svolta dalle Forze dell’ordine, interventi pubblici di governo del territorio. Complessivamente penso che sia importante soprattutto una riappropriazione degli spazi pubblici da parte dei cittadini e, in prospettiva, anche una progettazione dei quartieri che tenga conto del bisogno di sicurezza. Alcuni dei nostri quartieri periferici sembrano progettati apposta per essere insicuri; qui bisognerebbe avviare esperienze di rianimazione dello spazio urbano, anche attraverso attività associative, creare luoghi di incontro, spostare alcuni uffici pubblici, insomma rioccupare parti di città che sembrano dei deserti.

E per quanto riguarda il controllo del territorio in senso più “tradizionale”?
In questo senso c’è ormai una consolidata esperienza di cooperazione tra Comuni e Forze di polizia. Naturalmente le cose possono essere migliorate, magari ripensando il ruolo della Polizia municipale. Alcuni compiti di controllo capillare del territorio forse potrebbero essere svolti più efficacemente dalle Polizie locali, visto che le Forze di polizia nazionale già devono occuparsi di repressione e prevenzione dei grandi crimini (settore nel quale, tra l'altro, stanno ottenendo ottimi risultati).
Penso, inoltre, a un ruolo più attivo dei cittadini. Su questo abbiamo perso un’occasione con la vicenda delle ronde, che è stata giocata da entrambe le parti in modo molto ideologico. Stiamo parlando di un’attività che a livello internazionale si chiama di crime watch, ovvero un’attività di sorveglianza del territorio in collaborazione con le Forze dell’ordine. Su questo c’è stata una gran confusione; spero che ci siano altre occasioni e che, al di là delle polemiche nazionali, si possano trovare delle soluzioni a livello locale.

Certamente la sicurezza è un tema politico per eccellenza…pensiamo alle frequenti battaglie di numeri sulle risorse e i fondi disponibili.
Sulla sicurezza si sono vinte o perse le elezioni in tutte le città europee, non è solo un fenomeno italiano. Del resto, in tutti i paesi occidentali c’è stato negli ultimi 15 anni un declino costante dei tassi di criminalità ma, nonostante questo, la percezione dell’insicurezza continua a salire. Questo significa che deve diventare una delle priorità, ma integrando l’aspetto indispensabile di repressione della criminalità con azioni complessive di riqualificazione della nostra vita urbana.

All’interno di questo panorama, qual è il ruolo delle tecnologie?
Nel campo della sicurezza le tecnologie svolgono ormai un ruolo fondamentale, c’è però il rischio di adottare una visione ingenua sulle loro potenzialità. Non si può pensare, ad esempio, che sia sufficiente piazzare delle telecamere per ottenere dei risultati. Le tecnologie garantiscono una continuità di controllo che altrimenti non sarebbe immaginabile e sono quindi uno strumento indispensabile, ma funzionano al meglio solo se inserite all’interno di processi più ampi. Se un’area, oltre che monitorata, viene anche vissuta dai cittadini, il controllo funziona meglio. E deve esserci una filiera credibile del controllo e della repressione: se mettiamo le telecamere, deve esserci anche qualcuno che guarda i filmati!
L’informazione raccolta va poi elaborata e deve trasformarsi in un’azione di qualche tipo, repressiva o preventiva, che spesso non può limitarsi alla singola area urbana. Esistono infatti meccanismi di adattamento e replacement, per cui alcuni fenomeni criminali, se gestiti solo localmente, producono un riposizionamento, uno spostamento verso altre aree o addirittura altri Comuni, ma non si risolvono. Un caso tipico, che è stato analizzato, è quello della prostituzione. Ecco perché è fondamentale saper leggere i fenomeni in un’ottica territoriale più vasta e attuare, di conseguenza, le azioni più adatte. 

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