Editoriale

Nuovo anno, tutti più buoni nel pubblico impiego?

Se la fine dell’anno è il momento dei resoconti, ai primi di gennaio è tempo di buoni propositi, ed eccoci qui. Nel campo del lavoro pubblico se ne potrebbero inanellare centinaia, mi limiterò a qualche pensierino da rivolgere al neonato anno. Non saranno cose nuove ahimè, ma se i temi sono vecchi, che almeno siano nuove le soluzioni.

1. Nuovo anno, nuovo contratto?
Caro anno nuovo, vorrei che ci portassi un contratto per il pubblico impiego che fosse decisamente nuovo. Che vedesse veramente al centro il riconoscimento del merito e la promozione dei talenti[1]. Di contratti e di protocolli che hanno evocato questi principi ne abbiamo avuti tanti (… tutti almeno da dieci anni), ma quest’anno vorrei qualcosa di diverso: vorrei che i soldi per premiare il merito ci fossero davvero e non fossero una percentuale irrisoria, altrimenti stiamo facendo un gran parlare di nulla; vorrei che aumentasse drasticamente il numero dei dirigenti pubblici che entrano con un regolare concorso che premi le effettive capacità e non le appartenenze e che magari non sia basato solo sul diritto amministrativo; anzi dato che ci siamo, vorrei vedere entrare nella PA più ingegneri, più economisti, più project manager, più urbanisti…
Vorrei che scomparissero dal nostro lessico parole vecchie come “stabilizzazione dei precari” e comportamenti vecchi come il salario di produttività uguale per tutti, ma vorrei anche più coraggio nel pensare a soluzioni nuove e diverse che permettano di riconoscere e premiare anche le performance delle unità produttive e non solo dei singoli, perché credo più alla collaborazione che alla competizione, che permettano di legare la produttività a misure oggettive di outcome (che sarebbe poi misurare cosa cambia nella vita dei cittadini), che tendano al miglioramento complessivo della qualità di ciascuna amministrazione e non solo a progetti bandiera.

2. Nuovo anno, nuovi spazi per i giovani?
Caro anno nuovo, vorrei che per la prima volta, dopo tanti anni di crescita, scendesse, durante il tuo corso, l’età media dei dipendenti pubblici, dando spazio ai giovani. Vorrei che non fossero spazi ricavati da provvedimenti speciali, ma da regolari concorsi, indetti con un calendario noto, con scadenze certe e rispettate, così da permettere ai ragazzi una programmazione e un impegno che sia diverso dal fare una domanda così come si compra un biglietto della lotteria. Vorrei poi che entrassero veramente i migliori e non i “figli di…” e che una volta entrati il loro sguardo vivo non si spegnesse nella monotonia dei “todos caballeros” ma ci fossero vere possibilità di carriera per chi se lo merita al di là dei partiti, delle cordate o delle parentele. Perché solo così i più bravi tra i nostri giovani penseranno al pubblico impiego non come un ripiego in tempo di crisi, ma come una sfida.

3. Nuovo anno, nuovo clima nel pubblico impiego?
Caro anno nuovo, vorrei che nel tuo corso passassero definitivamente di moda alcune illusioni un po’ ingenue, un po’ demagogiche e un po’ furbette. 
Che si capisse finalmente che per nessun capo ci possono essere scorciatoie, siano esse basate sui tornelli o sulle fasce di reperibilità, che gli permettano di eludere il difficile, ma entusiasmante compito di motivare il personale. Che si capisse che questa motivazione è impossibile senza un clima di fiducia e un duro e costante lavoro di creazione della squadra.
Che si contasse sino a dieci prima di pronunciare la parola “fannulloni” e che si evitasse una volta per tutte, da parte di politici o presidenti di Confindustria, la ricerca dei facili applausi che nascono ogni volta che si dà addosso agli impiegati pubblici.
Nello stesso tempo vorrei che i cittadini avessero voce e possibilità di scelta nei servizi pubblici e che i comportamenti scorretti, sciatti, irrispettosi di chi è al servizio della collettività, potessero essere stigmatizzati sia dai colleghi che dai cittadini e puniti da dirigenti attenti e non conniventi. Solo così l’orgoglio del pubblico impiego non sarà un tema da convegni, ma un sentimento diffuso tale da averla vinta su facili generalizzazioni.
Vorrei che in alcuni campi delicati, come ad esempio la Legge 104[2] sull’assistenza ai disabili, si avesse come stella polare esclusivamente il diritto dei più deboli e che questo diritto fosse alla base anche dei maggiori necessari controlli. Vorrei che si evitassero i luoghi comuni che calpestano il dolore di chi attraversa veri drammi familiari e spesso si sente solo, ma vorrei anche che fosse evidente a tutti una seria attenzione e un sistema reale e integerrimo di controlli che impedisca abusi dei furbi a danno dei bisognosi.
Vorrei insomma che un nuovo clima partisse dalla diffusa consapevolezza che nessun cambiamento è possibile con un movimento solo dall’alto in basso, ma che ogni vera riforma deve basarsi su un movimento circolare che coinvolga tutti in un clima di cooperazione attiva e sulla base di un profondo e genuino rispetto di ciascuno.

4. Nuovo anno, più trasparenza, più comunicazione, più capacità di discriminare?
Caro anno nuovo, vorrei che mi portassi l’abolizione definitiva dei tagli lineari: quelli che non discriminano il buono dal cattivo, quelli che hanno demonizzato i consulenti senza guardare se erano buoni progetti di cambiamento o emolumenti per portaborse e clientes, quelli che hanno ristretto a poche e disorganiche iniziative lo spazio della comunicazione pubblica con il ritornello del risparmio.
Vorrei che si estinguesse senza rimpianti la giacobina furia che confonde i costi della politica, che giustamente vanno ridotti, con i costi per mantenere vivi i presidi democratici che sono il costo della democrazia, che invece vorrei che le mie tasse aiutassero a crescere in quantità e in qualità.
Vorrei che la trasparenza non fosse mettere in fila centinaia di migliaia di dati e di cifre senza possibilità di autonoma elaborazione, ma che fosse un vero empowerment dei cittadini, nel senso di dar loro strumenti per una scelta consapevole della struttura sanitaria, dell’Università, della scuola di cui servirsi e vorrei che questa trasparenza spezzasse con coraggio lobby potenti, piuttosto che servire a spiare quanto guadagna il mio vicino di casa.
E vorrei, mio caro nuovo anno se non chiedo troppo, che si pagasse ai dirigenti pubblici il prezzo della giusta rinuncia alla riservatezza sulle loro performance[3] , con l’aumento della loro reale autonomia, sganciandoli da una bizantina regolamentazione burocratico-sindacale di ciascuna mansione e di ciascuna posizione.
Vorrei insomma che il 2010 fosse l’anno della Pubblica Amministrazione che con una metafora rubata all’informatica ho chiamato PA 2.0 ossia una PA in cui il potere di valutare è dato all’utente, in cui i dati pubblici diventino bene comune, in cui si rompa, attraverso la sussidiarietà orizzontale, la distinzione netta tra produttore e fruitore dei servizi, una PA che favorisca l’apprendimento continuo e sfrutti l’intelligenza collettiva attraverso la costruzione di efficaci comunità di pratica.


Che dite voglio troppo? E voi dall’anno nuovo cosa volete?
 


[1] Sul tema del merito e dell’innovazione che comincia dalle persone credo che valga veramente la pena di leggere lo straordinario dibattito che da un anno e mezzo si svolge sul nostro sito dopo l’intervista fatta a Luca Attias.

[2] Sulla legge 104 e i suoi nuovi regolamenti di attuazione vale la pena di leggere la lunga e appassionata serie di commenti che si sta dipanando sul nostro sito ormai da più di un anno.

[3] È l’art. 4 ultimo comma della Legge 15/09 che dice “Le notizie concernenti lo svolgimento delle prestazioni di chiunque sia addetto ad una funzione pubblica e la relativa valutazione non sono oggetto di protezione della riservatezza personale”

 
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