Intervista

Urban Center: come accompagnare le trasformazioni

foto di paolo verriUrban Center, ovvero un luogo a disposizione di istituzioni, enti e cittadini per riflettere e confrontarsi sulle trasformazioni che investono la città. Quali sono i tratti che caratterizzano questo tipo di esperienza in Italia e all’estero? E quale il ruolo dei cittadini nelle trasformazioni urbane? Ne abbiamo parlato con Paolo Verri, coordinatore organizzativo dell’Urban Center di Torino.

Dottor Verri, partendo dalla sua esperienza nella struttura torinese, può raccontarci che cos’è un Urban Center e cosa si fa in concreto al suo interno?
Di solito un Urban Center ha come primo compito quello di informare sulle trasformazioni della città. Nel caso di Torino, è evidente che una città che ha trasformato in poco più di 10 anni circa 3 milioni di metri quadri di spazi aveva bisogno di un luogo in cui, innanzitutto, raccontare i cambiamenti. È quello che si è voluto fare già tra il 2003 e il 2006 con Atrium, il grande spazio disegnato da Giorgetto Giugiaro, formato da due grandi padiglioni trasparenti connessi da un piazza pubblica: in un padiglione venivano fatte vedere tutte le trasformazioni che avrebbero accompagnato la città fino alle Olimpiadi Invernali del 2006, nell’altro le architetture dei Giochi. Dopo questo grande evento, poi, Torino ha deciso di innovare ulteriormente questo modello e, quindi, è stato creato un luogo non soltanto di informazione e formazione (dentro l’Urban Center abbiamo formato taxisti, ristoratori, albergatori, scuole, per far capire come la città stava cambiando, sentire le loro critiche, accoglierle e reindirizzarle a chi di competenza), ma un luogo che avesse anche il compito di occuparsi della qualità urbana.

Quindi un luogo che può avere diverse sfaccettature. Oggi qual è la missione dell’Urban Center di Torino?
Oggi l’Urban Center di Torino ha sostanzialmente tre grandi funzioni: informare, formare e accompagnare le trasformazioni. Informare non basta più, anche perché il cittadino è troppo spesso “bombardato” da notizie, che rischiano tra l’altro di creare confusione tra passato, presente e futuro, cioè tra quanto è stato appena fatto, quando si sta facendo e quanto, invece, è ancora in fase progettuale e magari verrà realizzato solo tra 10-15 anni. Si fa nascere così un’aspettativa rispetto a progetti che non sempre sarà possibile vedere tradotti in realtà. In un Urban Center accompagnare il cambiamento significa, da una parte avere uno staff di architetti, ingegneri e comunicatori che, quando ci sono progetti privati, pubblici o pubblico-privati di trasformazione di singole aree urbane, sia in grado di leggerli e valutarli in senso più ampio, in relazione a un cambiamento più generale della città; dall’altra essere una specie di “sportello sempre aperto”, che aiuti a capire la complessità del fenomeno urbano e a viverla nel miglior modo possibile.

Si può fare un confronto tra le esperienze di Urban Center realizzate in Italia e quelle estere?
Pensando a un confronto con gli stranieri, mi viene in mente, in particolare, la grande esperienza di San Francisco, che è un po’ la pietra miliare degli Urban Center. In quel caso, come è tradizione anglosassone, sono soprattutto i privati, addirittura i singoli cittadini, che si muovono per dare vita a una qualità urbana diffusa. Un approccio che è assolutamente lontano dalla mentalità europea e ancor più da quella italiana, dove questo tipo di iniziative sono completamente demandate al settore pubblico. In Italia ci sono diversi tipi di Urban Center: alcuni fanno riferimento a singoli Municipi, come succede a Roma; altri nascono in relazione a specifici progetti di cambiamento, quindi hanno la durata di quel progetto, come è accaduto proprio a Torino nel caso di Mirafiori, o a La Spezia in occasione del piano strategico. Ci sono poi gli Urban Center più classici, che si occupano, appunto, di raccontare la trasformazione della città, ad esempio facendo vedere i plastici e le architetture.
 

Che ruolo possono avere i cittadini nelle trasformazioni che investono la città in cui vivono? Come possono partecipare a questo processo? 
Rispetto al termine “partecipazione” ho una serie di dubbi. Sono contrario a parlare di partecipazione, quando questa consiste solo nel far sapere ai cittadini qualcosa che noi, come amministratori, faremo comunque. La partecipazione dovrebbe avvenire su occasioni molto concrete, quando i cittadini possono seriamente dire la loro ed essere ascoltati. Se, ad esempio, in un quartiere c’è da costruire una nuova scuola, uno spazio per anziani, un centro culturale, una piazza, l’ascolto deve essere preventivo e si deve poi dimostrare che si è tenuto conto delle osservazioni ricevute. Inoltre gli Urban Center in Italia soffrono, non per colpa loro, di un vizio nazionale: quello di non saper programmare seriamente nel lungo periodo, a causa delle modalità di costituzione dei bilanci e del fatto che la politica spesso è contraddittoria, “cambia idea” anche quando le cose sono già state avviate. Per questo il cittadino è chiamato spesso a pronunciarsi su cose che non influenzeranno direttamente la sua vita. Bisogna essere seri e dire chiaramente che il tempo della partecipazione è molto lungo e che il lavoro del cittadino, come quello dell’amministratore, riguarda non tanto il presente quanto il futuro.


Perché creare una rete di collegamento tra gli Urban Center presenti in Italia?
Innanzitutto per essere informati e formati sulle migliori esperienze realizzate. Possiamo poi anche dire che “l’unione fa la forza”, nel senso che spesso le singole amministrazioni guardano con scetticismo a questi strumenti, poiché le costringono a un’operazione di trasparenza sulle decisioni che vengono prese per il territorio. Una rete di livello nazionale, o addirittura internazionale, assume un ruolo molto più forte ed è ovviamente più ascoltata rispetto al singolo soggetto. La speranza è che questa rete si ampli e così anche il confronto, anche se il mio auspicio è sì che nascano nuove strutture, ma solo dove e quando ce n’è davvero bisogno. Ci sono città che in determinati momenti della loro storia necessitano di un luogo fisico come l’Urban Center: così è stato per Torino negli ultimi 15 anni, così sarà probabilmente per Milano nei prossimi 15/20 anni e così, spero, sarà anche per alcune città del Sud. A volte, invece, può bastare un luogo virtuale e soprattutto i privati possono intervenire creando strumenti e software che consentano un’informazione capillare anche senza grandi costi.

 

 

 

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