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Deficit regionali ed inefficienze del sistema sanitario

Filthy Rich Pigs

by Blip

La spesa pubblica sanitaria negli ultimi dieci anni è pressoché raddoppiata. A partire dal 2000, infatti, la crescita annuale è stata del 2,5 per cento, un punto superiore alla crescita registrata per il PIL. Nonostante il costante e cospicuo aumento delle risorse disponibili, la sanità pubblica sembra continuare a vivere in uno stato di sottofinanziamento, vista l’esistenza di deficit che si rinnovano negli anni.


Secondo una ricerca condotta dal Centro Europa Ricerche (CER) su un  progetto della Fondazione Farmafactoring lo squilibrio annuale ammonta a 4 miliardi di euro.

La legge Finanziaria per il 2007 prevedeva il raggiungimento di un sostanziale pareggio attraverso un aumento delle risorse disponibili e risparmi di spesa di circa 3 miliardi l’anno, tuttavia i dati prodotti da simulazioni condotte utilizzando il modello econometrico SANIMOD del CEIS di Tor Vergata suggeriscono altre tendenze, secondo le quali il deficit continuerà ad accumularsi anche se su livelli più contenuti. 

Maggiori tasse, minori spese o maggiori trasferimenti?
La ricerca condotta dal CER ha cercato di definire quali potessero essere i margini di manovra nelle mani delle regioni per azzerare, o quantomeno ridurre, il deficit.
La presenza di un deficit sanitario molto elevato sta imponendo alle regioni di considerare dei piani di rientro che, verosimilmente, dovranno essere basati su un mix di maggiori tasse e spese più contenute.

Nel caso in cui le regioni decidano di coprire il deficit aumentando le tasse senza ridurre la spesa, le maggiori entrate possono essere ottenute o attraverso una maggiore tassazione in capo alle persone fisiche (IRPEF) e giuridiche (IRAP) o attraverso maggiori imposte indirette o, infine, attraverso una maggiore compartecipazione ai costi della spesa sanitaria (ticket più elevati o riduzione delle esenzioni).
In tutti i casi appena citati il numero di persone chiamate a sopportare l’onere aggiuntivo è sicuramente inferiore alla popolazione effettiva di una regione e, di conseguenza, il deficit pro-contribuente cresce.

Qualora si decidesse di rientrare attraverso una maggiore compartecipazione alla spesa sanitaria, infatti, il carico graverebbe solo sugli utenti del servizio sanitario, mentre se si decidesse di rientrare attraverso una maggiore tassazione, il carico graverebbe solo sulle persone non esentate. Considerati i livelli di deficit tutto ciò implicherebbe che le aliquote fiscali o i tickets sanitari debbano essere aumentati in modo non sostenibile sia economicamente che politicamente.

Per quantificare effettivamente quale margine di manovra abbiano le regioni nell’utilizzo della tassazione e nella riduzione delle imposte, la ricerca del CER ha ipotizzato l’utilizzo della tassazione sulle persone fisiche, arrivando alla conclusione che per rendere sostenibile il sistema, l’aliquota IRPEF regionale dovrebbe essere aumentata del 30 per cento.
Una manovra di questo genere, oltretutto, sebbene sarebbe in grado, da sola, di azzerare il deficit  in alcune regioni (Valle d’Aosta, Marche, Puglia e Basilicata) in altre regioni riuscirebbe a coprire il deficit solo parzialmente.

I dati del biennio 2007-2008 dimostrano come grazie all’aumento delle risorse stabilite a livello centrale l’aumento della tassazione locale riuscirebbe a generare dei surplus in quasi tutte le regioni, con l’eccezione di Lazio, Abruzzo e Molise. In regioni quali il Trentino, ad esempio, la manovra permetterebbe di aumentare il surplus di gestione addirittura del 151 per cento nel 2007 e del 144 per cento nel 2008. Viceversa, se l’aumento della tassazione locale è limitato al 10 per cento è ancora necessario ricorrere al taglio della spesa.

La conclusione a cui arriva questa analisi è che al momento la scelta di incidere sui deficit delle regioni passa principalmente per la strada di trovare maggiori risorse piuttosto che lungo quella della riduzione e razionalizzazione delle spese.


Scarica la tabella con i dati della ricerca

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