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I consigli di un Nobel per rilanciare l'economia italiana

Edward Prescott

by Stefano Corso

Edward Prescott, il premio Nobel per l’economia che ha aperto FORUM PA 2008, offre il suo punto di vista sulla situazione economica e sullo stato della pubblica amministrazione italiana. Come può il nostro paese, e noi con lui, guadagnare punti in competitività ed essere più produttivo? Da dove bisogna partire e su cosa puntare? E quale dovrebbe essere il ruolo della pubblica amministrazione nel gioco delle parti?

 

Mister Prescott, quali consigli darebbe al nuovo governo per guadagnare punti in produttività e competitività?

L’Italia dovrebbe seguire politiche che stimolino la produttività, il che significa creare le opportune condizioni per aumentare il livello di concorrenza fra le imprese, non porre barriere che proteggano lo status quo, rendere il mercato del lavoro più flessibile, in modo che i lavoratori possano spostarsi seguendo i flussi del mercato maggiormente produttivi. Tutto questo farebbe aumentare il livello di occupazione, il che è già un bene, ma farebbe crescere anche gli stipendi perché le persone lavorerebbero per imprese più produttive, che quindi potrebbero offrire loro un salario più remunerativo.
A volte, soprattutto nel sud, l’impegno dei sindacati è per la tutela dello status quo, ma questo va a discapito del progresso. Reagan, negli anni ottanta, realizzò riforme importanti che andarono  a favore dell’aumento della produttività delle imprese e lo fece con l’appoggio dei sindacati. Si trattò di uno sforzo cooperativo: se gli imprenditori o i sindacalisti passano il proprio tempo a cercare di capire come mangiare le fette più grandi della torta, penso che l’unico risultato che si possa ottenere sia che questa diventi sempre più piccola e ci sia sempre meno da dividere.
Quello di cui abbiamo bisogno sono politiche che aumentino la dimensione della torta.
La quota che va ai lavoratori, a coloro che percepiscono uno stipendio o un salario, è del 71%, ed è così ovunque, il resto va agli imprenditori.

La pubblica amministrazione in Italia ha svolto un ruolo molto importante in economia. Dalla sua esperienza della realtà americana, come vede il ruolo della pubblica amministrazione per la crescita della competitività?

La pubblica amministrazione, i soggetti di regolazione, è un fattore importante: se fa un buon lavoro, la produttività è alta, altrimenti si abbassa. Un’analisi ben fatta dei costi benefici è un primo passo importante, poi è opportuno dare stabilità ad un mercato concorrenziale. Solo uno sforzo verso la competizione può condurci verso miglioramenti nell’efficienza produttiva e generare così un migliore rendimento per persona.
Quello che si potrebbe fare è poi proteggere la pubblica amministrazione dai processi politici perché talvolta questi operano per rafforzare interessi già garantiti, ignorando i nuovi diversi interessi.
Nel caso di una banca centrale è importante che i suoi obiettivi siano improntati ad assicurare stabilità ed è quindi importante che sia indipendente. Nel caso dell’istituto di statistica è importante che questo sia indipendente. Nel caso dei tribunali è importante che questi abbiamo delle leggi ben precise e che rispondano ad esse. Sono stati proprio gli italiani a inventare questo concetto!

L'Italia è fra gli ultimi posti in Europa per gli investimenti che realizza nel settore della ricerca, ma gran parte della ricerca italiana è svolta con capitale pubblico...

L’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori spinge le aziende a restare piccole mentre le aziende grandi investono di più in ricerca e sviluppo. Inoltre in Italia il sistema di formazione superiore è troppo centralizzato. Roma continua ad avere troppo controllo. In alcune aree di ricerca si potrebbe pensare di creare università private o regionali che siano fortemente in competizione per assicurarsi le risorse migliori. Quello che ho visto attraverso la mia consulenza alla municipalità di Barcellona, è che in Spagna si è attivata una competizione tra grandi città nel campo della ricerca economica.
Inoltre si dovrebbero anche pagare di più le persone. Nella ricerca, i rettori universitari non possono giudicare i dipartimenti, né cosa accade al loro interno. Se un rettore cerca di fare il manager del dipartimento, è un disastro. Tutto quello che dovrebbe fare è dire: state raggiungendo buoni risultati? Se così è, bisogna assegnare le giuste risorse; diversamente c'è la strada dell'amministrazione controllata, della bancarotta.
Questo è secondo me il metodo da seguire, il mercato poi offre dei chiari indicatori: il fatto che altre università cerchino di portarvi via le risorse migliori, è un segnale che proviene dal mercato fortemente indicativo.
I buoni amministratori guardano a questi segnali ma poi devono agire di conseguenza e quindi mettersi in competizione con altre università, il che condurrà a maggiori investimenti in ricerca supportati dalle rette scolastiche, e probabilmente gli studenti prenderanno molto più seriamente quella università.
Che io sappia, le Università americane attraggono molti giovani talenti italiani, in particolare nel settore della ricerca economica.

L'85% dei giovani italiani pensa di non avere sufficienti opportunità per esprimere la propria creatività. Secondo lei se facessimo la stessa ricerca negli Stati Uniti cosa otterremmo?

Nella mia classe c’è un italiano che mi ha aiutato a preparare questo discorso, i suoi genitori erano piccoli imprenditori, lui è molto creativo. E’ stato un piacere avere come studente Diego Di Nicola.
I giovani negli Stati Uniti possono trovare lavoro così facilmente e non c’è da meravigliarsi se vogliono fare qualcosa di creativo o avviare una nuova attività, fare qualcosa di speciale e magari diventare ricchi. Lo dico ai miei studenti, quando diventeranno ricchi dovrebbero elargire contributi sostanziosi all’università che li ha "nutriti".
Se in uno Stato ci sono aziende più grandi, un buon modo per finanziare la ricerca è probabilmente di garantire dei crediti di imposta sugli investimenti in R&D.
In questo modo l'azienda sarà spinta ad effettuare forti investimenti in quest'area e proprio in mancanza di sussidi statali si assisterà ad un vero e proprio spillover. Del resto il governo non ha le competenze né gli strumenti valutativi per attribuire meriti in aree specifiche della ricerca, perché allora non lasciare che sia il mercato a farlo?

L’Italia ha molti talenti!

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