Editoriale

Discriminazione delle donne nella PA… vale ancora la pena di parlarne!

Nell’ultimo numero della nostra newsletter prima delle vacanze estive torniamo a parlare di quel “gruzzoletto” di potenzialità e di professionalità che la PA continua a sprecare o a mal utilizzare. Parliamo della presenza femminile nelle amministrazioni e della difficoltà per le donne di ribaltare la situazione che le vede in maggioranza nel numero totale dei dipendenti pubblici e in minoranza esigua nelle posizioni apicali.
Due sono i motivi per riparlarne: il primo è stimolato da una nostra nuova attività, il secondo da una preoccupazione.
Cominciamo dai nostri progetti: FORUM PA e futuro@lfemminile (l’iniziativa di innovazione e tecnologia per le pari opportunità capitanata da Microsoft con il sostegno di Acer, Accenture e INAIL) rilanciano il tema e ripartono con una nuova stagione di attività dell’ “Osservatorio Donne nella PA” e con una nuova e importante presenza su Internet che, configurandosi come un canale specializzato di www.forumpa.it, dall’autunno diverrà il punto di riferimento per il lavoro pubblico dal punto di vista delle lavoratrici.

Sarà il luogo di ritrovo non tanto (o almeno non solo) per le lamentazioni sulle effettive e continue discriminazioni, ma soprattutto per immaginare strategie di riscatto che partano dal bagaglio enorme di competenze, di attitudini e di professionalità (anche tecnologiche) che le donne apportano quotidianamente alla PA.
Nel rilanciare un tema del genere mi sono chiesto se ce ne fosse ancora bisogno, ho immaginato centinaia di sopracciglia alzate in senso di superiorità e un incessante mormorio “… ancora a parlare della discriminazione delle donne…. ma è roba vecchia!”. Poi ho riguardato i dati, ho esaminato nuovamente le statistiche che facemmo un paio d’anni fa, le ho confrontate con l’attuale composizione del parlamento (che nel frattempo è cambiato, ma non in meglio, almeno da questo punto di vista), delle posizioni apicali nella PA centrale, nella Magistratura, nella PA locale, nell’Università, nelle Camere di commercio ecc. e ne ho dedotto che chi dice che il problema è vecchio e superato o è in mala fede o è ignorante (o tutte e due le cose … perché spesso vanno accoppiate!).


Quel che è vecchio non è il problema, attuale come non mai, ma casomai la strategia per porvi rimedio: centinaia di organismi pubblici di pari opportunità di dubbia efficacia, di scarsissimo potere, di composizione spesso raccogliticcia servono più a mettersi l’anima in pace, tra laboriose quanto inutili stesure di codici etici e corsi antimobbing, che a operare veramente per rovesciare la situazione. Scarsissimi sono gli studi, deboli le proposte, quasi inesistenti le pressioni perché ad esempio il telelavoro diventi una realtà al di là delle dichiarazioni di principio e si cominci così a disaccoppiare il giudizio sulle performances dalle ore di effettiva permanenza alla scrivania. Accoppiamento fortemente maschile questo (tanto la cena la prepara qualchedun’altro e le mutande tornano misteriosamente pulite nei cassetti!) che favorisce, sia nel pubblico che nel privato, la presenza piuttosto che il risultato.

Qui nasce la seconda ragione che mi ha spinto a dedicare l’ultimo editoriale prima delle ferie a questo tema. L’incessante e continuo martellamento mediatico riguardo ai “fannulloni nella PA” mi fa temere che la giusta indignazione verso i “furbetti” dei certificati per “stress” possa invece trasformarsi nell’esaltazione della presenza per la presenza, dei tornelli, dell’orario, della disponibilità per il capo (quasi sempre uomo) e quindi possa essere fortemente penalizzante per la componente femminile che aggiunge, sempre o quasi, al lavoro anche il “prendersi cura” familiare (figli, genitori anziani, ecc.) che per altro ha un inestimabile valore sociale. Tema delicato perché soggetto ovviamente a esagerazioni e a strumentalizzazioni interessate, ma facciamo attenzione: la nuova organizzazione del lavoro nelle grandi aziende che, come fa la PA, trattano idee ed informazioni, non può essere “fordista”, non può essere rigida, non può infatti che basarsi sulla autonomia e sulla responsabilità in primis del dirigente (che deve pagare di persona se non raggiunge i risultati) e via via di tutta la struttura. E in tema di responsabilità, di autonomia e di capacità di lavoro creativo e multitasking credo che abbiamo solo da imparare dalle nostre colleghe donne!

Se avete voglia e energia in questo scampolo di estate imminente, fatemi sapere, uomini e donne, che ne pensate.

Arrivederci a martedì 2 settembre, buona estate a tutti!

 

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Commenti

Discriminazione delle donne nella PA

Anch'io non condivido, per quanto riguarda la mia esperienza, la tesi del persistere di una discriminazione della donna in ambiente di lavoro.
Tuttavia, noto una certa resistenza del personale più anziano a sviluppare le attitudini delle nuove leve, specie se di livello inferiore.
Soprattutto nella PA prevale ancora il concetto che un buon lavoratore stia sempre seduto alla scivania, non faccia richiesta di permessi o permessi studio e si attenga strettamente al lavoro previsto nell'ordine di servizio o assegnato dal superiore e soprattutto che a fine giornata la sua scrivania sia sgombra da carte!
Non interessa che il dipendente cerchi di lavorare con qualità, che si adoperi per imparare ad usare le potenzialità offerte dai suoi mezzi informatici, che vada a fondo di una ricerca quando si accorge che c'è una nota stonata in un dato che sta elaborando.
I livelli operativi non sono pagati per pensare... (è quanto spesso mi sento dire)
In questo atteggiamento noto la differenza tra funzionari donna e funzionari uomo, dal momento che la rigidità indicata il più delle volte appartiene a questi ultimi.

Discriminazione donna nella P.A.

Non sono d'accordo sul fatto che le donne siano penalizzate nella P.A. Le donne si sono fatte e si stanno facendo strada, meritatamente, in tutti i settori lavorativi sia nel pubblico che nel privato. Purtroppo il solito e antico ruolo sociale che la donna riveste è tutt'ora penalizzante (carriera-famiglia)e influisce sulle scelte legate alla carriera lavorativa, problema che l'uomo non ha certamente!.
Il punto importante sul quale mi soffermerei è quello della tendenza a preferire nella P.A. la presenza al risultato. La professionalità e il regolare andamento del lavoro non si misurano con l'orologio e gli imprevisti, la vera malattia, il momento di pausa per il caffè e sono ben diversi dal ritardo cronico, dall'assenteismo, dall'incapacità assoluta di svolgere qualsiasi mansione anche se sempre seduti alla scrivania.

Aggiungo un mio commento

Aggiungo un mio commento perchè questo sito web del FORUM PA mi piace molto.E' il sito di una PA che funziona, che si interessa, che fa rete con intelligenza e competenza e spero che iniziative del genere si moltiplichino.
Come dipendente pubblico ma anche come semplice cittadina la lettura quotidiana della stampa italiana mi induce un senso di malessere, tristezza mista a rabbia per il clima invelenito del nostro paese, la campagna denigratoria del lavoratore pubblico e le cupe prospettive future.L'Italia deve risollevarsi con uno scatto d'orgoglio e di solidarietà innanzitutto verso se stessa. Basta di cantare le lodi degli altri paesi e disprezzare il malcostume di alcuni, dico solo alcuni, italiani.I toni delle polemiche politiche ormai diventate guerre giudiziarie e la situazione economica spingono a pensare che è venuto il momento che la società civile sia veramente tale e non si proceda ad una guerra civile per accaparrarsi la coperta ormai sempre più corta.La parola sacrifici non piace a nessuno, ma se si è solidali è più facile accettare che è venuto il momento di farne.Le donne ne sanno qualcosa.Inoltre i sacrifici si fanno se si ha davanti una prospettiva di miglioramento e se sono sacrifici sostenibili e realistici:altrimenti fatta la legge, trovato l'inganno e ognuno per sè e Dio per tutti.Proprio queste due ultime conseguenze esemplificate da proverbi popolari dovrebbero essere evitate.Certo alcuni sprechi nel pubblico ci sono stati e la politica è conflitto, la storia insegna che in tutte le epoche vi sono scontri sociali e cicli economici, ma anche che è importante non superare certi limiti quali il rispetto dei diritti civili e della dignità del lavoratore, privato o pubblico che sia.
Nella nuova disciplina del pubblico impiego, dalle norme sulla malattia ai tagli di risorse e di personale sembra non si sia considerata la reale situazione della P.A. dove lavorano, molto più di quanto si pensi, persone che credono in quello che fanno e che cercano di dare il meglio, ma spesso non sono nella condizione di farlo per difficoltà organizzative dell'apparato statale o carenza di risorse economiche e umane.Quando si pensa di tagliare la spesa pubblica diminuendo lo stipendio dei dipendenti pubblici e riducendo le loro tutele, si contraddice l'auspicio di una p.a. che funzioni ed eroghi in modo efficiente i servizi necessari ai cittadini.

Sono d'accordo sul contenuto

Sono d'accordo sul contenuto dell'articolo tranne un punto che vale la pena di sottolineare fortrmente.
ATTENZIONE al TELELAVORO!
E' un'arma a doppio taglio. rischia di farci tornare a casa , voglimo tornare a fare il lavoro a domicilio?. Ho sentito fior di dirigenti dire" speriamo arrivi il telelavoro per tutte così se ne stanno a casa e non ci rompono con permessi per maternità, malattie finte per accudire figli e genitori". Il telelavoro va bene per brevi periodi e impossibilità assolute a muoversi da casa.
grazie e non arrendiamoci!

donne e pubbliche amministrazioni

Certamente è condivisibile il contenuto dell'articolo nella sua interezza. Con una qualche ironia, mi viene da dire: finalmente ce ne siamo accorti!E forse era necessario quanto sta avvenendo oggi nel sistema pubblico per soffermarsi un attimo sul dato della presenza femminile, delle sue caratteristiche, delle discriminazioni - dirette ed indirette - che ancora sussistono.Che non sono rappresentate soltanto dal divario esistente dal punto di vista delle qualifiche:ad esempio in una realtà come l'Inps - significativa per numero totale dei dipendenti e per consistenza della presenza femminile -al 31 dicembre 2005 su un totale di 32.774 dipendenti ( 15.017 uomini e 17.757 donne), su un totale di 37 dirigenti di prima fascia a tempo indeterminato,gli uomini erano 34 e le donne 3; su 487 dirigenti di seconda fascia a tempo indeterminato gli uomini erano 372 e le donne 115. Nella posizione C5 su un totale di 3.582 presenti, gli uomini erano 2.212 e le donne 1.370. Ma nella posizione C3, la più numerosa con un totale di presenti pari a 14.211, le donne sono 8.015 e gli uomini 6.196. E' solo un esempio, persino banale, ma che fotografa una realtà ben più ampia, quella della PA.E' quantomeno paradossale che mentre da anni ogni indagine fatta ci sottolinea come le donne siano quelle che riescono meglio negli studi, che dimostrano le maggiori motivazioni,che sono caratterizzate da competenze universalmente riconosciute, quando scendiamo sul piano pratico - che in teoria dovrebbe tradurre tutto questo in riconoscimenti concreti - la realtà sia totalmente diversa. Perchè? Forse perchè si continua a ritenere le donne meno affidabili?Perchè il lavoro di cura - che rimane declinato con assoluta prevalenza al femminile - viene considerato un handicap nei confronti dell'assunzione di maggiori responsabilità? Forse perchè i corsi di formazione hanno sovente un'organizzazione tale da rendere alle lavoratrici estremamente complicato il parteciparvi? Forse perchè i passaggi di livello vedono ancora nell'anzianità un titolo di merito, mentre spesso i percorsi delle donne sono meno lineari di quelli maschili? Forse perchè il tempo trascorso in ufficio e non la qualità del lavoro svolto rappresnetano ancora una discriminante?Sarebbe bene, a questo proposito, riflettere un attimo sui dati relativi alle assenze per malattia così presenti da qualche mese su tutti i quotidiani italiani e sul modo con cui vengono presentati.Da un lato abbiamo il dato totale, dall'altro le assenze delle donne: chiaramente superiori a quelle degli uomini. Perchè dentro quelle assenze ci sono le assenze per maternità, per le malattie dei figli, per le assenze dovute all'assistenza ad un figlio o a un genitore portatore di handicap, al coniuge o al genitore non autosufficiente o malato terminale. Ma di questo non si parla: nessuno precisa le causali relative all'applicazione del testo Unico sulla maternità, della legge 104, degli articoli contrattuali relativi ai PGMP, all'assistenza ospedaliera, ai congedi matrimoniali e a quelli per lutto. Ne esce semplicemente il disegno di una donna più assenteista dell'uomo, e quindi meno affidabile. Nè alcuno si chiede quale effetto possa avere sulle lavoratrici la riduzione della retribuzione recentemente deliberata: non è che ci troviamo - come sempre nei momenti di crisi - di fronte ad una nuova disincentivazione del lavoro femminile? Credo che tutte queste domande - a molte altre ne potrei aggiungere - debbano trovare una risposta adeguata, quantomeno per rispettare il principio dell'eguaglianza dei diritti e delle opportunità. Più volte richiamata ed assai poco rispettata. Lo scorso governo aveva emanato una direttiva, a firma del Ministro della Funzione Pubblica e del Ministro delle Pari Opportunità,che prevedeva l'obbligo per le pubbliche amministrazioni alla presentazione del bilancio di genere al dine di capire cosa ciascuna faceva per le " sue" lavoratrici. Sarebbe forse il momento di riprenderla e di iniziare a vedere se è stata rispettata e cosa ha prodotto. Perchè è ormai opinione condivisa che il lavoro delle donne sia essenziale per il paese. ma per le donne è essenziale capire anche quale lavoro, con quali prospettive, con quali riconoscimenti, con quali opportunità. Il tetto di cristallo, nella PA, è ben lontano dall'essere stato spezzato: il mio timore è che oltre il tetto di cristallo se ne stiano formando altri, meno trasparenti ma ancora più reistenti al cambiamento. Per chiarezza, io sono dirigente della PA: ma l'esserlo non mi ha reso per fortuna nè cieca nè sorda nè muta.

bilancio di genere

Come non condividere tutto ciò, vorrei aggiungere tuttavia che non ce ne siamo accorti solo ora …… la natura discriminante dell’attuale sistema socio-economico è ormai ampiamente riconosciuta. Esso, infatti, non è in grado di garantire alle donne di accedere e operare in un contesto che le valorizzi e permetta loro di sviluppare appieno le loro capacità personali e operare le scelte secondo le proprie attitudini ed aspirazioni; e ciò non perché manchi un substrato legislativo o regolamentare adeguato a superare le discriminazioni connesse al genere, ma perché – pur essendo un sistema coerente sul piano sostanziale – non sempre garantisce l’effettivo esercizio delle pari opportunità per mezzo di procedure, modalità di governo e livelli dei servizi adeguati.
Ed ancora, a proposito della direttiva che ha previsto l’obbligo della redazione del bilancio di genere (un modo diverso di lettura del bilancio pubblico volto a evidenziare le ricadute degli interventi pubblici sui cittadini di sesso diverso) vorrei segnalare che, di recente, insieme ad un gruppo di colleghi (noi ricercatori universitari fannulloni!!!) abbiamo condotto un’indagine esplorativa sulle strategie di gender mainstreaming negli enti pubblici territoriali del nostro Paese e sullo “stato dell’arte” in materia di Bilancio di genere, i cui risultati sono stati oggetto di un lavoro dal titolo «Le strategie di gender mainstreaming negli enti pubblici territoriali: l’esperienza italiana» pubblicato su un volume edito nel 2008 da RIREA su «Innovazione e accountability nella Pubblica Amministrazione. I drivers del cambiamento».
Gli strumenti per il cambiamento della pubblica amministrazione esistono e sono noti a tutti, il problema è che il più delle volte non vengono utilizzati! Continuiamo a parlarne …..

Donne e carriera universitaria

Vi farò avere al più presto uno studio sulla carriera universitaria delle donne a confronto con quella degli uomini, lo stiamo finendo in questi giorni... non c'è niente da star allegri :-(

Condivido pienamente il

Condivido pienamente il contenuto dell'articolo; in particolare penso che andrebbe maggiormente utilizzato lo strumento del telelavoro, di cui potrebbero beneficiare soprattutto le donne per i motivi esposti nell'articolo, senza che ciò vada a discapito dei risultati, anzi, ciò si tradurrebbe anche in una maggiore efficienza per l'amministrazione. Questo significherebbe veramente mettere in pratica quelle politiche di innovazione tanto invocate!

se è questo "l'autunno

se è questo "l'autunno caldo" che ci aspetta, BEN VENGA !!!
sarà finalmente una lotta "giusta" perchè il futuro dovrà essere finalmente e veramente "coniugato" al femminile per far uscire l'Italia e la P.A. dalle sabbie mobili che ci affogano. Arrivederci al 2 settembre!!!

Mi preoccupa molto il

Mi preoccupa molto il rischio di un rafforzamento del principio della valutazione delle persone per la presenza che sono in grado di garantire in ufficio...questa è una vecchia storia che non porta necessariamente con sè efficienza! Noi donne siamo abituate a fare molte cose contemporaneamente o in successione spesso frenetica nella giornata: è il risultato quello che conta! Spero che si rifletta bene su questo. Spero solo che i nostri politici non si accontentino solo di dimostrare a fine anno con i numeri alla mano che si è ridotto l'assenteismo, ma valutino soprattutto la qualità del lavoro pubblico...