Editoriale

PA digitale, chi l’ha vista?

Cominciamo da un aneddoto: mi sono trovato ieri ad un tavolo con molte delle aziende multinazionali di ICT che operano nel mercato pubblico italiano. Nella chiacchierata (era un tavolo sulla sanità elettronica) l’umor nero era generalizzato: tutte, ma proprio tutte, le aziende lamentavano che il ruolo del public sector italiano è sempre più calante nel panorama internazionale, che le case madri disinvestono dalla PA italiana sia in termini di persone, che di risorse per la ricerca e quindi di innovazione, che il mercato appare sempre più confuso, frammentato in piccole e piccolissime iniziative e lento nelle decisioni.

Questo mood generalizzato trova conferma in una drammatica asimmetria tra l’enfasi mediatica sulla pur necessaria riforma del pubblico impiego (lotta all’assenteismo, ripristino di normali regole del gioco, riconoscimento del merito) e il silenzio assordante su quello che doveva essere un grande “progetto Paese”: la costruzione della PA digitale.

C’è qualche accenno nel Piano industriale del Ministro Brunetta; c’è l’annuncio del progetto “reti amiche”, ancora tutto da riempire; c’è un appello alla PA senza carta che per ora trova concretezza normativa solo nell’ultimo anello della catena, quello della riduzione dei costi di stampa, senza per altro far ripartire il processo verso la dematerializzazione che pure passi importanti, ancorché non decisivi, aveva fatto. C’è poco altro.

Dal mio osservatorio vedo, quindi, calma piatta. Probabilmente molte cose si fanno e non emergono, certamente sono allo studio riassetti importanti che potrebbero dare un ordine all’arcipelago di enti (dal DIT al CNIPA, dal Formez, alla Commissione permanente per l’innovazione tecnologica per non citarne che quattro) che hanno il compito di guidare l’ICT pubblica, ma certo, per ora, una politica chiara, coraggiosa, fatta di poche e decisive azioni non si vede.

Da dove ripartire? A mio parere un filo conduttore c’è ed è, per fortuna, una legge dello Stato di prima grandezza. Va recuperato e subito il Codice dell’Amministrazione Digitale che dava linee chiare e condivise (una volta tanto realmente bipartisan) e che indicava scadenze, ormai ahimè trascorse da tempo senza effetti.

Il CAD presenta, infatti, già un quadro di diritti e di strumenti del tutto adeguato basato sull’assunto base che l’interazione tra cittadini (e imprese) con la PA deve sempre essere possibile per via telematica e che questa sia sempre e comunque la norma.

Come abbiamo detto molti degli obiettivi lì indicati sono rimasti lettera morta e molti degli strumenti chiave sono in effetti non disponibili o comunque non utilizzati.
Io ripartirei da lì e individuerei alcuni obiettivi prioritari che sono già legge dello Stato, quali ad esempio:

  • La comunicazione G2C e G2E (Government to Citizen e Government to Enterprise) e viceversa tramite posta elettronica (la pagella elettronica che il Ministro Brunetta aveva evocato nei primi giorni del suo mandato ne è solo un esempio) e l’uso generalizzato della Posta Elettronica Certificata.
  • I pagamenti elettronici verso la PA e da parte della PA.
  • Le caratteristiche minime informative, di accessibilità e di usabilità dei siti Internet delle PA centrali e locali e la loro razionalizzazione. Potrebbero qui integrarsi i progetti di e-Democracy.
  • La cooperazione applicativa nell’ambito del sistema pubblico di connettività (SPC).
  • L’effettiva disponibilità dei dati pubblici tra amministrazioni e l’istituzione delle “basi di dati di interesse nazionale”.
  • La valorizzazione degli stessi dati come “bene comune” da mettere a disposizione (con le necessarie regole) del mercato (vedi direttiva europea sulla valorizzazione dei dati pubblici). Su questo si veda l’interessante convegno di Confindustria Servizi Innovativi.
  • La dematerializzazione basata sul “fascicolo digitale” e sulla gestione integrata dei documenti sino alla archiviazione e conservazione digitale.

Su questo terreno avrebbe senso radicare poi pochi e definiti progetti settoriali per la sanità, la scuola, il turismo, il lavoro, la sicurezza, la mobilità, ecc.
Sperare, invece, che questi abbiano successo in una PA che non sia diffusamente digitale è come voler metter l’acqua in un colabrodo: non tiene.

Molto altro ci sarebbe da dire sull’argomento, dai fondi sempre calanti in un settore in cui, invece, bisognerebbe coraggiosamente investire per aver speranza di risparmiare in seguito, alla funzione di driver che una PA digitale avrebbe verso l’innovazione dell’Italia, drammaticamente sempre più “periferia”, alla necessità di dar spazio ai giovani e alle nuove professionalità (lo sapete è un mio chiodo fisso), ma tutto questo viene dopo. Per ora però quel che è più necessario è invertire la tendenza e dare un segno chiaro a cittadini, amministrazioni e aziende che il tema è ancora al centro dell’agenda politica, perché l’Alitalia sarà importante, ma è qui che si gioca davvero il futuro del Paese.

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Commenti

Al CNIPA NIENTE

Al CNIPA NIENTE starordinario ?

Ma è incredibile !!!

Ho letto sul sito le retribiuzioni, non hanno bisogno dello straordinario.

Guadagnano troppo!!!!!

E' vero però che se uno non lo paghi, non ti puoi lamentare se il servizio è scarso, ci rimette il paese

Peggio per loro e peggio per noi, mi sembra giusto!!!

Condivido in pieno la

Condivido in pieno la lucidissima analisi e la via d'uscita suggerita per superare la "calma piatta" sul versante dell'innovazione della PA.

Non credo, però, sia più il tempo della "moral suasion": le norme vigenti devono essere rispettate da tutti. Ne ho parlato sul mio blog: http://blog.ernestobelisario.eu/2008/10/01/il-codice-dellamministrazione...

Il passaggio da

Il passaggio da un'amministrazione cartacea ad una amministrazione digitale richiede un azione di sistema che coinvolge tutte le tipologie di amministrazione, un livello d'investimento e di risorse che sia adeguato agli obiettivi che si vogliono raggiungere, un forte coordinamento a livello nazionale e soprattutto la convinzione che, vista l'inerzia del sistema a processi di cambiamento quali quelli previsti in un'amministrazione digitale, questa operazione non si può concludere in tempi brevi ma richiede anni di duro lavoro. La mia impressione è che l'attuale quadro politico abbia bisogno di ritorni d'immagine immediati e non sia interessato ad un processo che potrà iniziare a dare i propri benefici dopo almeno 3 - 4 anni di duro lavoro. Purtroppo a volte paga più l'effetto annuncio che il risultato finale. In attesa che le cose cambino, possiamo solo lavorare, a livello di singoli territori, per creare isole di amministrazioni digitali con risorse che sono sempre più carenti.

Perchè non coinvolgere in un tavolo di lavoro gli Enti Locali ?

Egregio Direttore,
ho l’impressione che l’attuale agenda politica abbia come prioritari interventi limitati all’immediato. Dal punto di vista politico questo è più semplice ed aiuta nel breve periodo a migliorare le percentuali di consenso. Per costruire il futuro ci vogliono interventi diversi, sicuramente più complessi da pensare, spiegare e realizzare. Ciò che Lei mette in evidenza è una realtà verificabile non solo nell’ambito della pubblica amministrazione. Siamo in una situazione di calma piatta dovunque dalla sanità al lavoro, dalla scuola alla famiglia, dalle infrastrutture alla sicurezza. Solo qualche accenno cinematografico che non modifica la singola esigenza ma la rimanda a futuri interventi di cui non si comprendono gli indirizzi e gli obiettivi. Condivido quanto scritto da un altro lettore “prima che servano i soldi bisognerebbe sapere cosa fare e per sapere cosa fare non ne servono tanti”. Questo vale in qualunque degli ambiti sopra citati. Aggiungo che per sapere cosa fare ci vogliono le persone che sanno e che conoscono la realtà attuale, i bisogni e le potenzialità disponibili. E poi servono anche dei politici che oltre al voto immediato pensino anche al bene dell’Italia e degli italiani. Limitando le considerazioni al settore ICT pubblico credo che in questi ultimi 10 anni sono state realizzate esperienze importanti. Prendere visione dei successi e degli insuccessi potrebbe essere la base da cui partire per pianificare il “cosa fare”. Mi chiedo perché non coinvolgere in un tavolo di lavoro permanente un “unico Ente Nazionale di guida ICT” e gli Enti Locali (Regioni, Province e grandi Comuni) direttamente o tramite le proprie società in house ?. Perché non prendere in considerazione gli investimenti fatti localmente e cercare di razionalizzarli in modo condiviso a livello nazionale per costruire le indispensabili “base dati di interesse nazionale” ?.
Grazie.

Sono d'accordo

Caro Carlo,
non posso non essere d'accordo. Tuttavia ad onor del vero la scomparsa definitiva del tema e-government dall'agenda dei politici e degli amministratori era già avvenuta nella legislatura precedente l'attuale con la differenza che allora un po' se ne parlava, ma senza fare o saper cosa e come fare. Oggi non se ne parla più o forse ancora. Speriamo che prima o poi l'argomento venga risuscitato, ma non solo per lanciare slogan senza contenuto o progetti scorrelati tra loro. E' necessario ricostruire una visione sistemica e di lungo periodo e non ripetere i tanti errori e slogan del passato, ma temo che non succederà perché c'è sempre la buona scusa che non ci sono soldi, anche se prima che servano i soldi bisognerebbe sapere cosa fare e per sapere cosa fare non ne servono tanti.

Approfitto di questa opportunità per riprendere anche un commento alla tua nota che riguarda la carta d'identità elettronica (CIE). Anch'io due settimane fa ho fatto mettere dal Comune di Milano (che comunque non mi avrebbe dato la CIE) un timbro che prolunga di cinque anni la validità della mia carta d'identità cartacea.
Avendo personalmente vissuto dalla nascita tutta la storia della CIE sono stato tentato di scriverne da qualche parte il de profundis.
Ho sempre pensato, ma senza riuscire a convincere i vari ministri e sottosegretari di tutte le parti che si sono occupati della cosa (e neppure il cosiddetto legislatore) che la CIE, nata quasi 10 anni fa, fosse una buone idea per rendere meno falsificabile e più sicuro il documento di identità personale ai fini di pubblica sicurezza, ma che fosse una vera sciocchezza (i motivi sono numerosi e complessi e non è il caso di parlarne qui) destinata a sicuro insuccesso usarla o peggio ancora, come pervede il CAD, renderne obbligatorio l'uso per accedere via internet dalle stazioni di lavoro personali dei cittadini ai servizi della pubblica amministrazione. (A leggere il CAD, come ho più volte provocatoriamente scritto, si potrebbe pensare di doverla obbligatoriamente usare anche per prenotare il campo di tennis di un comune).
Da questo punto di vista anche la CNS è una pessima idea e uno sperpero di soldi pubblici. A parte il fatto che allo scopo sarebbero state perfettamente adeguate le carte di firma digitale, che tutti volendo si possono procurare. Dopo 10 anni la tecnologia per l'accesso ai sistemi informatici e l'autenticazione offre altre possibilità altrettanto sicure e non dobbiamo attardarci per puntiglio su soluzioni obsolete, ma purtroppo politici ed amministratori si affezzionano a queste cose pensando che procurino voti (dei 9 milioni di CRS/CNS emesse dalla Lombardia nessuno sa cosa farsene ai fini del'accesso a servizi online).

Bene quindi che la CIE come strumento di accesso sia di fatto morta e speriamo che non ci sia in questo governo qualcuno che ne riprenda la bandiera, come è avvenuto nel governo precedente, con i risultati che tutti abbiamo visto. Naturalmente qualche ritocco al CAD, ad esempio sulla traccia di suggerimenti già forniti a suo tempo da varie fonti è ora necessario per non insistere su norme paradossali e inattuabili e che discriminano i cittadini.

Sostanzialmente è una buona

Sostanzialmente è una buona riflessione che fa pensare e che buoni spunti di discussione.
Dalla mia esperienza di 25 anni di Consulente informatico, con una società a carico e presidente di una associazione impegnata al superamento del digital divide non mi sfugge il dato prettamente umano che in Italia la cultura informatica e della tecnologia in particolare, a mio avviso, è ancora troppo bassa.
Le persone comuni come molti responsabili ICT o degli uffici acquisti, non ragionano in termini di qualità ed efficienza delle soluzioni tecnico-informatiche, ma solo in funzione delle loro convenienze; e questa mentalità generalizzata, in larghi strati sociali (dai più poveri ai più ricchi), di fatto difende lo status quo e rende la digitalizzazione delle PA difficile da attuale.
Ma solo d'accordo con chi dice che è solo questione di tempo perchè il progresso non si può fermare.

Come operatore del settore

Come operatore del settore non posso che ritrovarmi nella triste analisi del mercato qui riportata, ma testimonio anche che con enormi difficoltà gli imprenditori italiani vanno comunque avanti. Sul CAD sono perfettamente d'accordo: è la vera "Costituzione" della PA digitale italiana. A distanza di circa 2 anni ancora attualissima anche se migliorabile, perfettibile e soprattutto da integrare con i nuovi concetti di U-Government.Inoltre quale fautore di PAAL e FLOSS non posso che auspicare il diffondersi nel Web dell'approccio semantico. Il futuro della rete è quello di diventare un mezzo universale per lo scambio di dati e questo diviene possibile se ogni risorsa fornisce informazioni(metadati) su se stessa. Bisogna lavorare perchè i Portali/Siti istituzionali di oggi divengano i Webservices di domani...è solo questione di tempo, non giorni, non mesi...ma tempo...noi ci stiamo lavorando.

E' effettivamente un pianto

E' effettivamente un pianto amaro.
L'applicazione della Legge è un ottimo inizio ma bisogna obbligarli.
I ns. cari amministratori hanno paura di perdere il contatto diretto con i cittadini perchè ci considerano solo numeri da contare ad ogni elezione.
Vanno obbligati attraverso un meccanismo che preveda una diminuzione/aumento di fondi in caso di adozione di quei progetti che hanno superato la I° Fase di e-Government (certificati CNIPA).
Lo sperpero di fondi inizia proprio dalla ridondanza di progetti finanziati, generalmente per 80%, che scompaiono una volta conclusi (avendo ricevuto completamente i finanziamenti).
Finiamola di erogare fondi che servono solo per le campagne elettorali.
Faccio un'esempio per tutti.
L'Agenzia delle Entrate nel lontano 1996-1997 obbligo i dottori commercialisti ad inviare telematicamente le dichiarazioni.
Oggi si fà solo ed esclusivamente online. Dalle assunzioni all'apertura o chiusura di un attività.
L'ultimo elemento, e non meno importante, la formazione professionale dei dipendenti.
Bisogna fare un salto avanti rivedendo il contratto nazionale dei dipendenti pubblici.
Chiedo soldi per l'uso del terminale e delle responsabilità ad esso annesse.
Ma 20 anni fà non si usavano i pc! Oggi non rilascano ad es. un certificato senza di esso. E con quale vantaggi?
Non mi dilungo oltre ma ribadisco obblighiamoli e premiamoli/puniamoli a seconda dell'uso che se ne fà.
Grazie

La Cage Aux Folles

Condivido pienamente, da addetto ai lavori.
Quel che è peggio è che da cittadino mi trovo profondamente disorientato.

Pochi, troppo pochi (!), hanno notato cosa è successo con il d.l. 112, oggi legge, in merito alla estensione di validità della Carta di Identità da 5 a 10 anni.

Tutti i possessori di una carta di identità in formato cartaceo, con un semplice timbro, estenderanno la validità della propria fino al 2013, ad oggi. Chi l'avrà in scadenza fra due anni fino al 2015, etc.
Ergo, la Carta di Identità Elettronica è un progetto fallito, morto e sepolto.
Si rinvia tutto a fine 2013.
E pensare che nel 2005 la legge 43 dispose la fine dei documenti cartacei e l'inizio di una nuova era dal 1° gennaio 2006.
Più o meno negli stessi giorni in cui fu firmato il Codice dell'amministrazione digitale.
Un centinaio di comuni del Belpaese continua ad emettere carte di identità elettroniche, fino ad aver coperto la popolazione (Aosta) mentre altri 8000 comuni erano pronti a ricevere 12-15.000 apparati dal progetto di IPZS, Finmeccanica e Poste, in project financing ovvero senza spese per la P.A.
Ah,si. La legge 43 diceva anche questo: "senza costi a carico della P.A.".

Mi devo essere perso dove sia il risparmio che ha spinto ad inserire la durata della carta di identità in un decreto legge che, per Costituzione "deve rivestire carattere di massima e comprovata urgenza".

I fatidici "servizi al Cittadino", dico proprio quelli che funzionano ad Aosta, Siena, Prato, Parma ... ed altri Comuni eccellenti, rimarranno un sogno. Si è riusciti a creare un "loop", niente CIE niente servizi, e viceversa.

E pensare che ci si è nascosti dietro un utopico risparmio per la P.A., ma sia la carta di identità cartacea che quella elettronica si sono sempre autofinanziate, ovvero senza spese per la P.A., bensì degli utili per i Comuni che ora verranno a mancare. Insieme alla creazione di nuovi "fannulloni"...!

A parte la situazione che volge a favore delle Carte Nazionali e Regionali dei Servizi (Grazie Lucio!) credo 15 a 2 per la CNS (milioni di card in circolazione), i servizi non esistono e quando esisteranno queste card saranno obsolete.

Eravamo i primi in Europa, nel 1999-2000 ai bei tempi dell'AIPA, a realizzare un documento di identità sicuro e versatile, ci osservava tutto il mondo.
Oggi, siamo gli unici in Europa ad avere ancora un documento cartaceo, con la fotografia incollata, facilmente contraffattibile e così favorendo terroristi, truffatori, ladri di identità e altre categorie di ricercati, i peggiori. Con una carta di identità contraffatta o falsa, favoriamo persino i delinquenti che si spacciano per Italiani in tutta l'area Schengen.

Sono convinto che questo costa molto alla P.A. ed al Cittadino.

E durerà altri cinque anni.

Sarebbe un sogno ...

... avere anche a Roma o Milano i servizi che figurano, ad esempio, sul sito del Comune di Piacenza od anche Parma ... http://www.comune.piacenza.it/servizionline/index.asp http://www.servizi.comune.parma.it/servizionline/project/default.asp (vedere per credere e sognare un po'!) Tutti accessibili con la CIE, ovviamente. Gent.mo dr. Mochi Sismondi, solo perchè la stimo e la seguo da tempo, mi piacerebbe un Suo commento al paradosso descritto da Carta Cantorum al quale non trovo una risposta, nè una spiegazione se non condividere il dispiacere di trovare frequentemente misteriosi ostacoli politici al progresso tecnologico. Ringrazio in anticipo, se non altro per avere uno spazio dove esprimere le opinioni "senza filtri". Cordiali saluti Paolo

Il silenzio della CIE...

... che deriva dal silenzio sulla legge 43, sopra citata. Fatta dall'on. Berlusconi, insieme all'on.Tremonti oggi è lì, nè abrogata, nè applicata, al pari del Codice dell'Amministrazione Digitale in merito alla CIE.
Chi ha firmato quella legge, oggi tace.
E tutto tace...
E' proprio il Silenzio! (senza innocenti!)

Saluti

Paolo

Il silenzio della CIE

Nessuno sa o nessuno vuole commentare ?
Forse ... o forse no! Meglio che non se ne parli.
Si respira un'aria di omertà che, con rispetto parlando, neanche a Corleone!

Se fate capire qualcosa

Se fate capire qualcosa anche a me, ve ne sarei grato.