Intervista

Protocollo per l’innovazione digitale nella Giustizia e questione “tempi”

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Foto di darwin Bell

Il Protocollo d’Intesa per l’innovazione digitale nella Giustizia, firmato nei giorni scorsi dai Ministri per la PA e l’Innovazione e la Giustizia, prevede una serie di interventi da finalizzarsi, per la maggior parte, entro il 2009, con investimento complessivo di 110.000.000 di euro. Che la tecnologia possa essere strumento di efficientamento giudiziario appare ovvio, ma dalla conoscenza aneddotica (quando non esperita) dei “tempi” del sistema  e davanti agli obiettivi-promessa del Protocollo…una domanda sorge altrettanto ovvia: si può fare?
Lo abbiamo chiesto a Claudio Castelli, referente progetti di innovazione -Tribunale di Milano.

Gli obiettivi del Protocollo in sintesi

  • Notifica Telematica atti processuali.
    Fine 2008: avvio servizi in 8 tribunali – Fine 2009 servizio attivo in tutti i tribunali.

  • Rilascio in rete di copie atti giudiziari.
    1° semestre 2009: servizio attivo per Casellario in tutti gli uffici giudiziari - Entro 2008: servizio attivo presso Consolati e altri sportelli.

  • Trasmissione telematica delle notizie di reato.
    Entro il 2008: servizio attivo in procura Napoli - Entro il 2009 in tutte le Procure.

  • Registrazione telematica degli atti giudiziari.
    Entro il 2008: servizio attivo presso tribunale Milano Entro il 2009 presso tutti i Tribunali.

  • Distrettualizzazione sale server.
    Entro 2° trimestre 2009: espletamento area e avvio lavori - Entro 2009: prime 10 sale allestite - Entro 2010: 30 sedi allestite.

Le domande

In occasione della “Giornata europea della Giustizia civile” di ottobre promossa dalla Cepej, il Movimento Consumatori annunciava il ricorso alla Corte europea dei diritti dell’Uomo “per denunciare la violazione sistematica del diritto dei cittadini a un equo processo entro tempi ragionevoli”, mentre il Tribunale di Milano portava a casa una menzione speciale per il progetto “Processo civile telematico”, premio “Bilancia di cristallo”. Ancora un volta sembra difficile integrare il sistema con la progettualità di eccellenza... Ne ragioniamo con Claudio Castelli, il referente per i progetti di innovazione del Tribunale di Milano.

Ritiene che i  target temporali assegnati nel Protocollo d’Intesa agli obiettivi di innovazione tecnologica nella Giustizia siano realistici?

In tema di “realismo” è difficile pronunciarsi. Indubbiamente sono state indicate delle scansioni temporali ravvicinate, anche se va sottolineato che quasi tutti i progetti previsti dal Protocollo sono già in corso da tempo. Il fatto che ci si lavori già da mesi o anni dovrebbe facilitare una loro realizzazione. Molto dipenderà dalle risorse a disposizione, sia dal punto di vista economico, sia dal punto di vista del personale che sarà incaricato di seguire i progetti e che deve essere il “presidio” dei progetti che i Ministeri metteranno in campo.Le grandi difficoltà del Ministero della Giustizia sono sempre state da un lato recuperare risorse economiche e dall’altro il disporre di una struttura non sufficientemente ampia e attrezzata per seguire in contemporanea progetti in molte sedi.
Va comunque aggiunto che i target temporali non sono proprio gli stessi in tutta Italia: c’è una scadenza temporale diversa, con alcuni obiettivi che sono prioritari per alcuni Tribunali rispetto ad altri.
In conclusione si tratterebbe di un margine di azione di due anni a partire da oggi, tenendo conto che le basi da cui si parte sono abbastanza solide. Il problema, dunque, è se si riuscirà a dare una forte accelerazione, come viene proposto, o meno. Ovviamente tutti noi ci auguriamo di si, perché se così fosse il sistema cambierebbe, in particolare nel settore civile, in modo molto significativo. Onestamente credo che questa idea di “temporizzare” sia comunque positiva.

Si tratta di un auspicio o esiste una vagliata ipotesi di fattibilità a supporto delle scadenze fissate nel Protocollo?

La mia perplessità sul Protocollo d’Intesa non è tanto sui tempi, piuttosto stimolerei una riflessione sulla possibile esternalizzazione delle sale server, perché credo che la loro adeguatezza e solidità sia una sorta di pre-requisito per ogni progetto, mentre partiamo da una situazione di sale server  totalmente inadeguate o vecchie in moltissime sedi. Confesso che l’ipotesi di “esternalizzare le sale server” portandole fuori del Palazzo di giustizia o dandole sostanzialmente in outsourcing mi lascia perplesso. D’altro canto va precisato che il Protocollo propone questa come una possibilità e non come una scelta. Si pone, a mio avviso giustamente, un problema di razionalizzazione e consolidamento delle sale server, che implica un problema fondamentale di passaggio al livello distrettuale. Sottolineerei la questione da porre in riferimento all’ipotesi di esternalizzazione delle sale server, ovvero: se vengono gestite fuori dai palazzi di Giustizia e da chi vengono gestite. Questo comporta enormi problemi sia dal punto di vista della sicurezza, sia della gestione, per la stessa natura dei dati conservati.

Quale sarà il passo operativo successivo a questo Protocollo?

Si dovrebbe creare una Commissione mista di sei persone che dovrà, a questo punto, sovrintendere al progetto e in pratica stendere un vero e proprio progetto esecutivo, che vuol dire anche individuare i responsabili di progetto e individuare i vari passaggi da realizzare per ciascun progetto.

A suo giudizio l’investimento è giustamente orientato sull’aspetto digitale piuttosto che sull’innovazione organizzativa?

Alcuni progetti non sono vincolati a grandi modifiche organizzative, mentre altri devono inevitabilmente prevedere interventi a livello organizzativo. Però va considerato che, trattandosi di progetti già in corso, molti di essi incorporano analisi di organizzazione fatte in precedenza, come ad esempio nel caso del processo civile telematico. Io credo che sia sbagliato pensare di poter inserire “iniezioni” di informatica in strutture organizzative preesistenti ed immutate. Bisognerebbe partire, invece, da un progetto organizzativo di cui la tecnologia è parte integrante.

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In questo senso aumentano le perplessità rispetto ai tempi...

Torniamo al punto di partenza: credo che, seppur forse con eccessivo ottimismo, indicare i tempi rimane fondamentale per evitare il rischio di parlare sempre in modo terribilmente generico. Probabilmente i tempi potevano essere più diluiti, ma io credo che i veri punti critici siano altri che poi inevitabilmente influiranno sui “tempi”. Mi riferisco qui a due condizioni da verificare e cioè: se ci sono sufficienti risorse finanziarie e se ci sono sufficienti risorse organizzative e umane che possano presidiare opportunamente questi progetti. La nota fondamentale - e lo insegna l’esperienza che abbiamo fatto -  è che questi progetti funzionano solo se c’è un continuo presidio in loco, perché altrimenti  si rischia di affidare la tempistica a società che, non sentendosi controllate, non si sentono neanche tenute ad agire con la necessaria solerzia e rapidità. 

Stefano Zan parlando del progetto del processo telematico, rifletteva su come incida sui processi di Knowledge, Court e Case management. Quali sono gli elementi più interessanti che ha rilevato in ambito di Court management a Milano?

A livello di gestione complessiva, ho trovato estremamente interessante la sintonia, la condivisione e la collaborazione che si sono create attorno a un progetto tra i soggetti che operano all’interno del sistema giudiziario. Parlo di una vera e propria sinergia tra avvocati, magistrati e funzionari che è stata in parte del tutto nuova e quanto mai fattiva. Questo credo sia l’elemento più positivo, tenendo conto che il progetto riguarda un settore limitato (decreti ingiuntivi), di un settore (civile), di un Tribunale, dunque non si può dire che abbia cambiato il sistema di gestione complessiva.
L’altro elemento estremamente positivo che ho riscontrato risiede nello sviluppo di una volontà emulativa diffusa. Mi riferisco al fatto che la realizzazione concreta di una esperienza simile  in questo settore ha fatto crescere per “estensione”  la disponibilità e la volontà di sperimentare progetti, ovviamente diversi, ma simili come principi ed obiettivi generali anche in altri settori.

  

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