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La cultura dell’openness per una PA che si rinnova

È evidente che non possiamo rimanere fermi a guardare. La crisi che attanaglia la nostra come le principali economie mondiali si riflette sulla pubblica amministrazione che si trova ogni giorno a dover dare di più spendendo di meno. Ne abbiamo già parlato in diverse occasioni e l’ultima edizione di FORUM PA è stata l’opportunità per ospitare riflessioni e approfondimenti sull’attuale situazione e, soprattutto, su quali potrebbero essere i nuovi modelli operativi e gli strumenti in grado di dare nuova forma ed efficienza a una pubblica amministrazione in cerca di ruolo .

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Innovazione, sostenibilità, tecnologia. La rivoluzione sociale delle reti

E’ un po’ lunga, ve lo anticipiamo. Ma la chiacchierata via skype con David Lane - dello European centre for living technologies - è molto interessante perché affronta l’innovazione partendo dall’ideologia a cui è funzionale. La tesi di Lane e del suo gruppo di lavoro sul progetto INSITE descrive la nostra come una società organizzata attorno alla “creazione continua di nuovi artefatti che devono essere utilizzati da persone e organizzazioni, offrendo funzionalità nuove in risposta a bisogni nuovi”. Il risultato è un modello di innovazione non sostenibile. Come cambiarlo? La riposta è nell’innovazione sociale, ma il processo di cambiamento è articolato e lungo…e non può che “emergere” dalle reti di organizzazioni della società civile. Special guest di un futuro non troppo lontano, si spera, la pubblica amministrazione.

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La conoscenza che sprigiona innovazioni sociali. Chris Sigaloff, Knowledgeland

C’è un think-tank (pensatoio) che ama definirsi un do-tank. Una fucina di innovazione sociale che si chiama Knowledgeland, Terra della conoscenza. La conoscenza, infatti, è al centro dell’approccio all’innovazione del gruppo di lavoro olandese capitanato da Chris Sigaloff. L’obiettivo è rendere la società più intelligente, cioè capace di risolvere problemi a partire dal potenziale di conoscenza, relazioni e passioni di cui dispone. “Le attuali sfide sociali - spiega Chris - hanno in comune l’elemento della complessità. Anche se l’innovazione è da tempo nell’agenda politica, quella che si realizza è spesso di tipo top-down, frammentata, content driven e orientata alla soluzione. Questo tipo di innovazione porta effetti collaterali indesiderati, negativi e imprevisti. Per questo è necessario un approccio alternativo."

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Questa è l’innovazione sociale europea

Signore e signori ecco a voi l’innovazione sociale made in Europe. Seguendo il percorso intrapreso da Washington, l’Unione Europea ha ufficialmente lanciato l’iniziativa Social Innovation Europe all’interno della più ampia Innovation Union. All’evento di apertura lo scorso 17 marzo, il presidente Barroso ha chiarito che l’innovazione sociale è strategica per lo sviluppo dell’Unione che in questo campo – ha precisato – si candida a diventare leader mondiale. Dalla pubblicazione “This is European Social Innovation” - curata dalla DG Impresa e Industria della Commissione e rilasciata per l'occasione -  raccogliamo due indicazioni importanti: come leggono l’innovazione sociale a Bruxelles e, di conseguenza, come “scovano” gli innovatori sociali.

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Si può cambiare questo mondo? L’innovazione sociale come metodo

Alzi la mano chi, almeno una volta, non ha pensato che la risposta fosse si. Nonostante suoni come il sogno lontano di bambini, come la domanda retorica a cui tanti in tutta onestà credono di non dover più rispondere, gli innovatori sociali lavorano per cambiare questo mondo. Non necessariamente perché inguaribili sognatori ma perché convinti che l’innovazione di cui le nostre economie hanno vitale bisogno o sarà sociale o non sarà sostenibile. Così partono piccoli-grandi progetti, in cui ciascuno mette i propri sogni e la propria professionalità in relazione con quelli degli altri, secondo il modello della rete. E non succede nel Terzo settore né sotto altre epiche etichette  ... Allora dove? E come? Ne parliamo  con Alberto Masetti Zannini, co-fondatore di the HUB Milano. A seguire l'intervista video e gli approfondimenti...da una lunga chiacchierata via skype.

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I civic entrepreneurs e l'open government in formato local

Per una strana sindrome delle parole può succedere che un’espressione, proprio quando prende piede, inizi ad aleggiare nei discorsi fino quasi a rarefarsi...con il risultato che, pur usata da tanti, non si capisce bene dove  e come diventi pratica. Mentre l’”open government” comincia a correre il rischio, dalla Gran Bretagna della Big Society arriva un modello che sembra far "atterrare" nei territori questo approccio di governo, sostenendo una figura chiave che per definizione " non è  pubblica né privata né sociale". Parliamo dei civic entrepreneurs, dei “Bill Gates e Steve Jobs della Big society”, di quelli che creano interfacce attraverso cui i cittadini possono partecipare, innovare e co-creare con facilità. Ne ha parlato Nat Wei, UK Government Chief Adviser on Big Society, recentemente a Roma.

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"Innovazione sociale". Di cosa parliamo quando lo diciamo

Andrea Bassi, Direttore della ESSE – European Summer School on Social Economy e Ricercatore presso l’Università di Bologna - riconoscendo all'innovazione sociale una natura “multidisciplinare”, sottolinea come essa sia oggetto di una molteplicità di definizioni, non tutte tra loro complementari. “Dal mio punto di vista -  sintetizza - l'innovazione sociale può essere articolata in tre definizioni che rispecchiano i tre principali approcci con cui possiamo analizzarla: sistematico, pragmatico, manageriale”. Proprio con Bassi iniziamo ad esplorare questo concetto affascinante e al tempo stesso, per la sua multiforme natura, estremamente duttile fino a diventare un po’scivoloso.

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