Cerca: Editoriale, diritti di cittadinanza

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"Salva Italia", ok, ma "L’Italia sono anch’io"

Forse un filino demagogico, ma certamente semplice e d’immediato impatto, il titolo “Salva Italia” per il decreto economico di questi giorni dimostra una sapienza di marketing che forse non ci saremmo aspettati da “tecnici”, sia pure blasonati. Ma quale Italia vogliamo salvare? I tragici fatti di questi ultimi due giorni, con il rogo “per errore” del Campo Rom a Torino e la “caccia al negro” di Firenze mi hanno profondamente colpito e mi convincono sempre di più che l’Italia che dobbiamo salvare è quella di tutti, italiani e “nuovi italiani”, quella del Talento, della Tecnologia e della Tolleranza (R.Florida 2002) con un grande accento su quest’ultima. L’Italia che vorrei salvare è un’Italia accogliente, un’Italia intorno a cui si stringono tutti i cittadini, nuovi o vecchi che siano, un’Italia che, come ha sottolineato il Presidente Napolitano, accolga come italiani tutti i “nuovi cittadini” che sono nati sul suolo italiano e che dimostrano la volontà di far parte della nostra comunità. Ed è proprio con questo obiettivo che nasce l’iniziativa L’Italia sono anch’io promossa dal Presidente dell’Anci e Sindaco di Reggio Emilia Graziano Delrio, insieme a molte associazioni del Terzo Settore, che voglio brevemente segnalarvi in questo editoriale.

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Rom: fallimento della burocrazia o delle politiche?

Di fronte a tragedie come quella che ha vissuto Roma domenica sera le parole ci vanno strette, ma è impossibile tacere sentendo parlare di “maledetta burocrazia!” o ascoltando improvvide richieste di poteri speciali.
Spostati come rifiuti ingombranti, di quelli di cui non sai come liberarti, da un campo abusivo al nulla e, quindi, necessariamente a un altro campo abusivo più nascosto, più in disparte; tenuti fuori da tutti i piani di edilizia popolare e di insediamenti abitativi; evitati come la peste da chi non li conosce, né mai li conoscerà se quella che si diffonde è la strategia della paura, la popolazione Romanì resta, come sempre, ai margini della nostra vita sino a che un rogo non ce la riporta davanti nel modo più tragico.

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