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Che fine ha fatto la spending review?

Parola magica per almeno due anni, testimone delle nostre conversazioni a cena e dei discorsi in Parlamento e in televisione, la “spending review” scivola lentamente fuori scena, senza rimpianti e senza grandi applausi. Non è la sola, insieme a lei si eclissa la speranza, invero fallace, che tecniche raffinate di analisi della spesa possano portare a risparmi veri e duraturi senza una riforma sostanziale dell’apparato pubblico. Questa constatazione viene rafforzata in questi giorni da due documenti significativi. Il primo è il rapporto “Prospettive della finanza pubblica dopo la legge di stabilità”, approvato la settimana scorsa dalle Sezioni Riunite della Corte dei Conti; il secondo spunto è il libro di Marcello Degni e Paolo De Ioanna “Il vincolo stupido” in cui gli autori intrecciano l’analisi del panorama europeo, con le sue rigidità a volte “stupide”, con quella di una politica italiana che non riesce a ricreare le condizioni per la crescita.

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Quel che ho capito del Rapporto sul coordinamento della Finanza Pubblica presentato dalla Corte dei Conti

Luci e ombre nel rapporto della Corte dei Conti sulla Finanza Pubblica presentato ieri: trecentoventitre pagine dense e ricche di dati e di informazioni che danno conto di profonde contraddizioni. Ottimi risultati nella riduzione delle spese, ma a scapito soprattutto degli investimenti; enti locali complessivamente virtuosi, ma spesso costretti a nascondere il debito sotto il tappeto delle aziende partecipate; miglioramento dei conti nel settore della sanità, ma ancora rischi gravi di corruzione, lì più che altrove; aumento della pressione fiscale, ma fortissimo tasso di evasione; entrate crescenti, ma insoddisfacente equità; importanti successi congiunturali, ma ancora nessun nuovo disegno delle amministrazioni pubbliche e del loro perimetro.

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