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Il buco e la foca

Sì, lo confesso, l’immagine pulita di un buco nel ghiaccio, intorno a cui stiamo tutti aspettando che emerga la mitica “ripresa” mi piace assai di più del famoso tunnel con una luce in fondo, che poi non sai mai se è l’uscita o un treno che ci viene addosso! Il punto è che, per quanto posso vedere, stiamo tutti aspettando infreddoliti che la foca esca di nuovo dallo stesso buco in cui si è inabissata. Ecco io credo che non sarà quello il buco da cui riuscirà e che con grande probabilità neanche sarà la stessa foca. Fuor di metafora già tre anni fa in un editoriale dal titolo “La crisi e poi?” citando Rampini incitavo a non sprecare la crisi, ma ad operarci per cambiamenti sostanziali non tanto e non solo nei processi e nei contesti (un po’ di liberalizzazioni, una spruzzata di incentivi, un goccio di semplificazione, un bicchierino di ricostituente alle nuove imprese), quanto nel nostro stesso immaginare il futuro e quindi nelle scelte strategiche di fondo. Molta acqua è passata sotto i ponti, ma ancora non vedo quella svolta che potrebbe aiutarci a non congelarci in un’attesa forse vana.

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La tela di Penelope dell’Italia digitale

Nonostante tutto  e nonostante la lettura mattutina dei titoli dei giornali, voglio essere ottimista e quindi, prima di commentare il fatto che nella famosa lettera programma del Governo all’Ue “per lo sviluppo e la crescita” non sia mai nominata la rete, mai nominato Internet, mai accennato all’economia digitale che pure impatta per il 5% del PIL nei Paesi sviluppati e più smart e solo il 2% in Italia; prima di andare a vedere se le indiscrezioni di questa mattina su un ennesimo stanziamento (gli altri sono stati tutti disattesi) sulla banda larga sarà reale o solo annunciato, prima di ogni delusione voglio raccontarvi tre fatti positivi, anzi tre e mezzo.

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La tua idea per una PA migliore

In occasione del lancio del nostro “concorso di idee” per una PA migliore, questo editoriale vuole essere insieme un appello e un invito. Un appello a non arrenderci, ma a combattere coraggiosamente il pensiero semplicistico, ma pericoloso e diffuso, che vede qualsiasi spesa pubblica, quindi in primis la PA nel suo complesso, come il grande imputato della crisi: basta tagliar lì, ridurre i numeri e le funzioni, bloccare stipendi e turnover, abbassare il livello dei servizi o limitarli solo ai “poveri” e tutto va a posto…E non si venga poi a parlare di innovazione: ne riparleremo quando la crisi sarà passata! Ma il mio intervento è anche e soprattutto un invito a dire la vostra per essere protagonisti e rispondere a questo messaggio rozzo e spesso in malafede con la forza delle idee: prendendo onestamente atto che sprechi da combattere ci sono eccome, ma che sono il più delle volte là dove non li cerchiamo, che la conservazione tout court dell’esistente è impossibile e perniciosa, che per uscire dalla crisi ci vogliono innovazione e nuovi paradigmi e le forbici non bastano.

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Un new deal per progettare un nuovo ruolo del settore pubblico e una PA che funzioni meglio e costi meno

Ancora le cifre sono ballerine, ma si parla per il prossimo biennio di più di otto miliardi di tagli nelle spese dei Ministeri e di circa altrettanto per gli Enti locali e le Regioni. Forse alla fine qualche taglio sui tagli ci sarà, ma si tratta comunque di cifre enormi che vanno a gravare su bilanci già ridotti dalle precedenti manovre. Di fronte a questa debacle che fare? attendere passivamente che arrivi la falce tenendo il più possibile la testa bassa? provare a spuntare qualcosa a spese dei nostri vicini, come “polli di Renzo” tutti comunque destinati a una brutta fine? oppure provare a rilanciare, a prendere l’iniziativa, a immaginare un altro paradigma, un nuovo e diverso modo di intendere il settore pubblico, un new deal appunto, un “nuovo corso”, che si interroghi su quale modello di amministrazione pubblica serva ora al Paese e rifletta su un nuovo ruolo che il “government” può e deve avere nella società italiana per favorirne la ripresa e per contribuire a rimetterne in moto le energie vitali?

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